INCONTRI 2013 AL CORTILE DEL PENSIERO – Isteria? Rassegna FLP: materiali da testate generaliste su Freud, Lacan, la psicoanalisi

5 ottobre 2013

con Luca Ribolini

coordina Giancarlo Gramaglia

Giancarlo Gramaglia È importante raccogliere il filo di queste prime tre tappe, ed è fondante questo procedere, fondante nel senso che non sono casuali. Abbiamo visto in una prima tappa Freud di fronte a quello che la medicina non riesce a capire.

Abbiamo visto che lì c’è un muro, Freud nell’arco di tutta la vita, in tutti i suoi lavori riesce a raccontarci per la prima volta come si fa a capire un meccanismo. Lo chiamo meccanismo, che è un termine sbagliato, ma allora non poteva apparire che così. Marianna era l’esempio più eclatante, fattoci vedere da Séry, di questo elenco finito, ma molto ampio di patologie, di sintomatologie più che di patologie, perché la psicopatologia è una sola, che era condannata, prima della nascita di Freud, a non poterne venire fuori.

Nel secondo incontro, con Verenna Ferrarini e col Laboratorio Filosofico Freudiano, riusciamo a vedere che il pensiero di Freud ci dà una lettura completamente diversa. E il passaggio è fondamentale, perché ci si può chiedere: Freud ci ha dato la verità come poteva essere la scoperta del telescopio per Galileo?, oppure poteva essere la chiave di lettura della natura che da Darwin in poi siam venuti a scoprire?

No! Questa terza rivoluzione, terza perché prima c’è la terra al centro di Aristotele e poi Darwin, questa terza operazione con Freud non funziona così. Freud ci affida un sapere. E in questo terzo incontro vediamo come questa lettura che ci affida Freud non si può leggere come la scoperta di Darwin o come si potrebbe leggere Galileo o Copernico, non serve perché non è una questione scientifica. Sarà una rivoluzione, grazie questa volta a un italiano, a Giacomo Contri.
Per capire il lavoro, fondamentale perché se noi non capiamo come la psicoanalisi letta come si leggerebbe Darwin o come si leggerebbe tutta la biologia serve a niente, non capiamo che cos’è la psicoanalisi.
Perché? Perché la psicoanalisi va letta da ciascuno, cioè ciascuno può solo essere quel Chi, può solo essere l’interprete, e il potenziale usufruttuario del patrimonio che ha di sé, non ce n’è un altro che può farlo.
Ho usato delle frasi tipo “adesso andiamo a sciogliere qualche nodo freudiano”, “Nodi freudiani” è un’associazione che dice abbastanza: che sono ancora portatori di nodi, dei nodi non sciolti. E lo vedremo bene oggi, ne faremo la lettura, deve farla il soggetto nella sua storia, con la sua storia e con gli eventi che via via vanno a succedersi.
Uno dice: “Ah, ma io ho fatto un analisi con Freud e quindi sono a posto!”, No, cioè non è come dire io sono stato allievo di Darwin, del miglior professore… Non funziona così perché la questione dell’analisi è una questione che deve mettere al lavoro te stesso, è necessario riuscire ad accedere al proprio patrimonio, e questo non te lo dà la conoscenza oggettiva della psicoanalisi.
Il nodo fondamentale non è il passaggio della teoria e farne una teoria vendibile, ma è quello di farne una soggettivizzazione, una entrata in questo sapere che mi permette di produrre un altro sapere, è un processo continuo, progresso e processo di lavoro.

Luca Ribolini Grazie a te, e grazie a voi dell’invito e dell’attenzione. Come sapete, io sono socio dello Studium Cartello e lo frequento da diverso tempo. Mi sono laureato in pedagogia un po’ di tempo fa, ho cominciato a fare l’educatore, e la persona che ci aiutava nella supervisione dei singoli casi era Raffaella Colombo, uno dei fondatori. Ho quindi avuto modo di vedere lei all’opera in qualità di supervisore, e poi di conoscere, nei vari incontri, i membri dello Studium.

La mia esperienza mi porta a confermare quello che ha appena detto Giacomo – lapsus! –, Giancarlo, perché far parte di questo Studium, poi diventato la Società Amici del Pensiero, mi ha portato a elaborare un mio pensiero. Mi sono semplicemente chiesto come mai ci fosse questo “rumore di fondo” per cui nei mass-media ogni tanto vengono fuori la psicoanalisi, Freud e, un po’ meno, Lacan. Tutto è nato nel 2011 quando ho deciso di inviare ad alcuni amici degli articoli che io “impacchettavo” e mandavo in formato pdf.Sono partito l’11 luglio con questo formato molto piatto costituito da tre articoli, uno di Massimo Recalcati, uno di Antonio Gnoli e uno di Paolo Mastrolilli, accomunati dal fatto che parlavano direttamente di psicoanalisi. Ho semplicemente copiato, incollato, messo insieme e inviato.

Ho poi elaborato una grafica più accattivante, e mi sono accorto che in due mesi il materiale che trovavo su Freud, Lacan e la psicoanalisi, era cresciuto e si articolava in modi diversi. Erano articoli o direttamente sulla psicoanalisi, Freud e Lacan oppure su altri temi, citando però in maniera rilevante Freud, la sua dottrina, la sua pratica. Dello stesso anno potete vedere, per esempio, il pezzo chiamato Elogio del silenziodi Ferdinando Camon con due o tre frasi attinenti alla psicoanalisi e il pezzo intitolato Italo Svevo. Gioanola: può davvero la psicanalisi risolvere la crisi dell’io?. Leggendo il secondo vediamo che Gioanola è un critico letterario che, interrogandosi su Svevo, si fa delle domande sul rapporto tra questi e la psicoanalisi. Vedete che già nell’ultimo “pacchetto” fatto a dicembre del 2011 c’era molto materiale.

Infine un amico mi ha consigliato di fare un blog. L’ho fatto con questo formato, questa grafica. Ho cominciato a riempire questo spazio dagli ultimi giorni del 2011 con gli articoli già trovati e poi l’ho alimentato sia seguendo giorno per giorno quello che veniva pubblicato sia mettendo materiali datati a prima del 2011. L’utilità del blog è nel permettere la consultazione di quanto vi si è messo.
Prima di passare agli articoli, vorrei parlare di quest’altro materiale che troverete più leggero ma ricco sia di significati che di errori sulla psicoanalisi, perché fa vedere in un certo modo quello che diceva Giancarlo: Freud è ritenuto imprescindibile, tutti ne hanno almeno un’idea vaga ed è frequente che se ne parli. Io partirei allora dal consultare il materiale multimediale perché così il mio intervento risulterà più agile.

Cominciamo con la sezione Immagini. Mi sono divertito a cercare le immagini relative a Freud, e ne ho trovate alcune che poi ho scoperto essere molto famose. C’è quella di Andy Warhol, come si vede dal taglio e dai colori. C’è quella di Tullio Pericoli, un famosissimo disegnatore specializzato in caricature intelligenti: qui, in questa posa, Freud è paragonato a un pescatore e gli elementi che tira fuori sono i sogni, le idee, i pensieri. C’è il ritratto di Dalì: un Freud sfumato, ambiguo, con una testa enorme. Anche questa è un’immagine potente, significativa. C’è poi questa immagine di Max Pollak che mi piace molto perché in maniera classica mette di fronte Freud a una delle sue passioni, l’archeologia. Poi ancora questa serie di foto che un grafico ha messo in ordine cronologico: le varie foto di Freud dalla giovinezza fino alla vecchiaia.
Qualche anno fa è anche apparso un volume che raccoglieva i casi affrontati da Freud, un libro intitolato Racconti analitici: per la copertina hanno usato un’immagine contemporanea, un po’ inquietante, simile a certi soggetti dipinti da Rousseau, che fa vedere il pensiero del grafico Lorenzo Mattotti in riferimento al caso “Dell’uomo dei lupi”.
Nel 2011 è anche uscito il film A dangerous method di Cronenberg: almeno una decina di articoli nel blog ne parlano, e questo film ha fatto molto scalpore a Venezia: qui ne vedete la locandina.
Per conto mio ho accostato la foto dello studio di Freud e Lo Studio in rosa di Matisse e ho notato che il tappeto dell’uno e dell’altro ambiente hanno la stessa angolazione. Anche alcuni colori si richiamano. In più tutto è in ordine, ma è pronto per essere usato; non è un ordine che denota intangibilità, ma operosità.
Poi c’è un’altra foto, in cui si trova Lacan. Vi si trovano anche Picasso, Sartre, De Beauvoir, Camus. Lacan è uno dei più giovani, però la foto fa vedere già come si posizionasse nell’ambito intellettuale a Parigi.
Ritorniamo ai disegni. La Panini quest’anno ha voluto fare, come già con Marx, un fumetto, ed ecco la copertina di Freud a fumetti. Ora un’ultima immagine di un grafico americano: l’ho messa perché facilmente si parla di lettino e non di divano: ho voluto sottolineare questo aspetto.
Un’altra sezione divertente – il cui titolo mi è venuto in mente qualche anno fa – è Guardie e madri.

Marina Bilotta Ero curiosa di sapere perché sei affezionato a questo titolo che hai creato.

Luca Ribolini Perché è un gioco di parole tratto da “guardie e ladri”, solo che la “e” dice che a volte – è una possibilità, non una regola – succede che qualche donna, essendo madre, diventi guardiana del proprio figlio. Dicendo così, ho voluto essere prudente, cauto: cauto… ottimismo. Vediamo ora lo spot della Simmenthal.

Bambini: È pronto, mamma?

Un ragazzo: Oh, mamma, mamma!

Una ragazza: Oh, mamma!

Voce fuori campo: Eh, La mamma è sempre la mamma! Forse perché la Simmenthal è sempre la Simmenthal.

Bambina: La Simmenthal! Grazie, mamma!

Bambino: Mmm, mamma, che buona la Simmenthal!

Ora, l’accento non è sul prodotto, ma sulla frase “La mamma è sempre la mamma”: questo può… incidere gravemente sulla nostra salute.

Un altro materiale di questa sezione è il filmato usato per promuovere le Olimpiadi di Londra del 2012, diffuso in Italia dal sito di Vanity Fair. Lo riprendo per sottolineare due frasi. La prima, che è usata come introduzione dello spot e la seconda posta all’interno di questo:

“C’è sempre una mamma che soffre”

“Per le loro mamme saranno sempre dei bambini”

L’età media degli sportivi filmati è infatti di 6-7 anni. Il succo di tutto è questo: se io sono madre, sono madre sempre di quel bambino, di quella bambina; non c’è più rapporto o storia, c’è sacrificio.

Interessante è poi il colloquio tra il personaggio interpretato da Woody Allen, Sheldon, e l’analista nell’episodio Edipo relitto tratto dal film New York Stories:

Sheldon: “Io ho 50 anni suonati. Sono socio di un grosso studio legale. Sono un noto civilista, e ancora non ho assolutamente risolto il rapporto con mia madre. Sa, l’altra notte ho sognato che era morta”.

(Qui è rievocato il sogno: Sheldon è alla guida del carro funebre che trasporta la bara della madre)

Mamma: “Gira a sinistra alla prossima, Sheldon. Stai sbagliando strada!”

Sheldon: “Mamma, conosco la strada per il cimitero!”

Mamma: “Sì, la conosci. E rallenta! Devi correre?”

Sheldon: “Sto andando a 50 all’ora”.

Mamma: “Senti, se devi fare tanto il cattivo, non ci vengo”.

(La scena torna sulla stanza d’analisi)

Analista: “Vorrebbe proprio che uscisse dalla sua vita”.

Sheldon: “Io, be’, non so cosa dire. Stasera io porterò Lisa in casa a conoscere mia mamma per la prima volta. E sono stato nervoso per tutta la giornata, sa. Perché mia madre mi umilia sempre, sa? Lei sempre trova il modo… Fino da bambino, quando andavamo nei negozi a far la spesa, lei parlava a voce alta, sa. Parla sempre al top delle tonsille e io, sa… Mi fa sentire a disagio, sa. Io non sto affatto prevedendo una buona serata”.

Analista: “Con sua madre reagisce ancora come un bambino. Deve riuscire a far appello al suo senso umoristico”.

Sheldon: “E non riesco. Ci provo e non riesco, sa. Io, io… Mi rende la vita difficile, lei continua sempre a dirmi che io faccio spavento. Ed è critica, sa. Senta, cosa vuole che le dica? Io, io la adoro. Però vorrei tanto che sparisse”.

Questa è un’altra focalizzazione della “mina vagante” che sono “le madri”. Il primo materiale che ho messo in questa sezione, però, è questa poesia di Pasolini, Supplica a mia madre:

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Ecco, questa mi sembra la cristallizzazione più sofferta, ma anche più chiara di questa teoria. Il cuore del problema è: “sei insostituibile” – “sono qui, solo, con te”. Questo è ciò che, secondo me, non va bene.
Troviamo anche una serie di canzoni dedicate al tema e una di queste è “Son tutte belle le mamme del mondo”:
Donne, donne, donne, che l’amore trasformerà! Mamme, mamme, mamme questo è il dono che Dio vi fa!
Tra batuffoli e fasce, mille sogni nel cuor: per un bimbo che nasce quante gioie e dolor!
Son tutte belle le mamme del mondo quando un bambino si stringono al cuor!
Son le bellezze d’un bene profondo, fatto di sogni, rinunce ed amor.
È tanto bello quel volto di donna che veglia un bimbo e riposo non ha!
Sembra l’immagine d’una madonna, sembra l’immagine della bontà.
E gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme imbiancano, ma non sfiorirà la loro beltà,
Son tutte belle le mamme del mondo, grandi tesori di luce e bontà
che custodiscono un bene profondo, il più sincero dell’umanità.
Mamme, mamme, mamme, quante pene l’amore vi dà: ieri, oggi, sempre, per voi mamme non c’è pietà.
Ogni vostro bambino quando uomo sarà, verso il proprio destino senza voi se ne andrà.
E gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme imbiancano, ma non sfiorirà la loro beltà,
Son tutte belle le mamme del mondo, ma soprattutto più bella, tu sei,
tu che m’hai dato il tuo bene profondo e sei la mamma dei bimbi miei.

Fortunatamente i figli crescono! Però, anche qui, non c’è storia. Vediamo poi un uomo che dice alla sua donna: “Ti amo ancora di più quando diventerai madre dei miei figli”. Già, e prima? Ci delle trappole nella canzone e per fortuna – oppure no – non ce ne accorgiamo quando la ascoltiamo. Se, invece, ne leggiamo il solo testo, ci accorgiamo che è terribile.

Marina Bilotta La scorsa settimana Verenna Ferrarini ha parlato di Gadda, il quale è sprofondato in una depressione totale da cui non è più uscito alla morte della madre. Quindi per gli uomini è effettivamente un momento di crisi forte, chiaramente non tutti la vivono allo stesso modo, però per Gadda per esempio fu evidente, visse in solitudine.

Luca Ribolini Siamo ora nella sezione Audio. I file sono ordinati in ordine cronologico dal più recente al più remoto. Le fonti di questa sezione sono soprattutto Radio 24 e Rai Radio Tre. Vorrei segnalarvi la trasmissione di Radio 24 Destini incrociati del 23 giugno 2011. Ogni puntata è impostata in questo modo: due persone che vivono vite separate a un certo punto si conoscono e danno vita a qualcosa di nuovo: possono essere, per esempio, due inventori, oppure un attore e un regista o ancora un calciatore e un allenatore. La cosa bella è che fanno vedere due persone che si incontrano e formano una società, qualcosa di nuovo che potenzia la loro eredità. La puntata che ci interessa è costruita per documentare in forma romanzata la nascita della psicoanalisi. Secondo me è una bella idea il fatto di impostare così la puntata. Tale impostazione è usata con Freud e la sua prima paziente, Anna O., che lui ha conosciuto perché collaborava con Joseph Breuer. Troviamo allora l’abbandono dell’ipnosi in favore di questo nuovo metodo che la stessa Anna chiama “cura della parola” o “talking cure”.

Radio 24 trasmette anche una rubrica che si chiama Essere e benessere, e da qualche anno Luigi Ballerini è uno degli esperti a cui la presentatrice, Nicoletta Carbone, si rivolge: lo chiama proprio psicoanalista freudiano. Questo mi conforta molto perché gli attribuisce giustamente un mestiere e un perimetro, un riferimento ben preciso. Volevo farvi sentire alcuni passaggi della trasmissione dell’11 settembre del 2012, in cui si parla dei sogni. Iniziamo dal quinto minuto: nella puntata si parla di sogni e di sonno; vengono consultati diversi medici, biologi esperti in discipline scientifiche.

Carbone: “E oggi ci farà sognare anche il dottor Luigi Ballerini, medico, scrittore, psicoanalista freudiano che, diciamocela, come psicoanalista, al sogno è un po’ debitore. Intanto buongiorno: è qua in studio con me.

Ballerini: “Buongiorno. Direi: sì, eccome se sono debitore al sogno!”

Carbone: “Caspita, meno male che li hanno inventati, sennò voi come facevate?”

Ballerini: “Meno male che c’erano e noi li abbiamo scoperti! In realtà, è stata davvero una scoperta di Freud quella dell’aver dato una dignità al sogno. Perché, se ci pensiamo, l’uomo ha sempre sognato… l’abbiamo sempre cercato di interpretare. Ma colui che ha dato una reale dignità e un peso, tanto che fosse materia da studiare e da esplorare è stato davvero Freud, e io sono debitore a lui”.

Carbone: “Quindi metteremo i nostri sogni sotto la lente incrociata di un neurologo a cui immagino i sogni diano indizi sulla qualità anche del nostro sonno e di uno psicoanalista freudiano che i nostri sogni, invece, mi auguro ci aiuterà a ricordarli, forse. Ma anche a tradurli per interpretarli”.

Ballerini: “Sarà proprio una bella sfida, questa. Vediamo se riusciamo a capire un po’ di più che cosa i nostri ascoltatori hanno sognato questa notte, ad esempio.

Carbone: 800240024. Che cosa possiamo chiedere, il sogno di stanotte?

Ballerini: Possiamo chiedere il sogno di stanotte. Possiamo chiedere se c’è quello che viene definito sogno ricorrente quindi qualche cosa che… “Ah, mi sembra di averlo già sognato” o addirittura: “Lo so che torna” – e questi sono dei sogni particolari perché ripropongono in continuazione delle situazioni che in qualche modo ci stanno a cuore –, ma anche, magari, un sogno che ci ha terrorizzato. O un sogno che ci ha fatto ridere: a volte ci svegliamo contenti la mattina…

Carbone: “Mi piacciono questi”.

Ballerini: “Proviamo a ricordarcelo”.

Carbone: “E anche un’idea che magari vi è venuta in sogno”.

Ballerini: “Oh, questo è grandioso: un’idea che è venuta in sogno, che magari l’abbiamo realizzata e, guarda caso, è andata proprio bene!”

Carbone: “C’è chi i sogni li fa – li facciamo tutti – pochi… magari alcuni non li ricordano e invece chi i sogni li porta in scena, in linea con noi abbiamo il piacere – finalmente! – di avere Gioele Dix”.

(…)

Carbone: “Che cosa ha sognato?”

Dix: “Ma no, in realtà il mio sogno ricorrente è ambientato in teatro ed è quello di non riuscire a ricordarsi la parte. Cioè essere in uno spettacolo nel quale io non so cosa dire. Diciamo: un sogno dell’inadeguatezza. Invece questa notte ho sognato di essere in un posto dove la gente era piccolissima. Erano piccolissimi e chiedevo informazioni a una commessa ed era talmente piccola che non riuscivo né a vederla né a sentirla, ma percepivo che c’era. Andava al banco a telefonare da un telefono piccolissimo chiedendo informazioni a un altro reparto. E poi io le chiedevo: ‘Ma io posso diventare piccolo come te?’ E lei diceva: ‘Sì, guardi, se si mette qua, si accuccia…’ E poi mi sono svegliato”.

Carbone: “Poi si è svegliato e noi l’abbiamo chiamata.

Dix: “Sì, esatto”.

Carbone: “Dottor Ballerini, in un paese di lillipuziani è finito Gioele Dix nella notte”.

Ballerini: “Sì, mi interessa anche il suo sogno ricorrente perché per la professione che svolge il sogno di temere, anzi, di non riuscire a ricordare la parte – posso buttare così – è un sogno di rassicurazione. È un po’ come quando sogniamo di avere la maturità: è identico. Questo sogno verrà sconfessato ogni volta: al risveglio ci sarà la coscienza del ‘Non è mai successo, non succederà mai’. In qualche modo è un sogno di rassicurazione. Mentre il sogno di questa notte mi sembra anch’esso molto interessante. Teniamo presente che nel sogno accadono condensazioni, stravolgimenti e anche inversioni, per cui capovolgimenti. Quello che mi chiedo è se, in realtà, non abbia sognato di essere con persone e personaggi molto più grandi, e il desiderio del “posso diventare anche io così” non fosse un sogno di aspirazione”.

Carbone: Un sogno di aspirazione, Gioele Dix.

Dix: “Interessante. Io adoro i freudiani perché hanno questa capacità di trovare comunque una risposta. Perché è un allenamento straordinario. Sono convinto. Io ho fatto nel mio piccolo degli studi di psicologia: non l’ho finita, ma è stata la mia grande passione e lo è tuttora. Mi sono convinto che questi strumenti dell’analisi sono importanti, e credo anche che ognuno di noi possa – se riesce, anche allenandosi – trovare le chiavi di decodifica”.

Ballerini: “Ma deve essere così. Ognuno di noi deve trovare la propria chiave: questo non è riservato agli esperti”.

Dix: “Comunque lei oggi mi ha dato una bella chiave in più che non avevo considerato, che è quella del capovolgimento, in qualche maniera”.

Carbone: “Chissà, magari finirà in un testo di Gioele Dix”.

Ecco ora la sezione Video: anche qui il materiale è messo in ordine cronologico a partire da ciò che è più recente. Abbiamo la trasmissione audio della BBC realizzata con Freud poco prima che morisse. Qui Freud parla in inglese e nel filmato che ne è stato ricavato leggiamo il testo del suo intervento che inizia così:

“Ho iniziato la mia attività professionale come un neurologo cercando di portare sollievo ai miei pazienti nevrotici… Ho scoperto alcuni nuovi importanti fatti sull’inconscio nella vita psichica, il ruolo delle pulsioni istintuali… Da queste scoperte si è sviluppata una nuova scienza, la psicoanalisi”.

Ecco, a me ha incuriosito molto questo: è diventato imprescindibile parlare di Freud, però ognuno ne parla a modo proprio. Io l’ho scoperto in questi giorni preparando quest’incontro. E un altro fatto che lo mostra, secondo me, è quella specie di scambio di battute a distanza tra Massimo Recalcati e Pierluigi Bersani. Il 13 maggio 2013 Recalcati fa un’affermazione sul Governo Letta, poi il 28 maggio seguente viene trasmessa l’intervista di Floris a Bersani in cui quest’ultimo sembra rispondere a Recalcati:

Recalcati: “C’è una sorta di elemento catartico, in questo staccarsi dalla società civile, andare addirittura in un luogo sacro come un’abbazia per provare a ritrovare un elemento ideale che sembra essere scomparso dalla pratica politica. Il problema di Letta è di confrontarsi con delle differenze narcisistiche irriducibili: da una parte una destra anomala, quella del PDL, e dall’altra un partito in grande difficoltà come il PD. Si tratta di superare queste differenze narcisistiche facendo esistere il gruppo di lavoro. E dunque elaborare simbolicamente la litigiosità irriducibile, dei fratelli del PDL e del PD, dando vita a un narcisismo di squadra che possa superare il narcisismo delle differenze singolari”.

Ernesto Rinaldi Questa cosa del narcisismo di squadra che supera quello delle differenza singolare non si può sentire.

Luca Ribolini Qui Bersani, secondo me, dà una riposta. Sembra che dica: “Io non voglio avere a che fare con gli psicoanalisti”. Certo, se parlano così!

Giancarlo Gramaglia Ha ragione, neanch’io vorrei avere a che fare con psicoanalisti se parlano così.

Floris: “La prima domanda, secondo me, non può che essere: come sono cambiate le sue giornate? Come cambia la vita di una persona che per un lungo periodo di tempo è al centro dell’attenzione di tv, stampa, della politica, che tutti trattano come prossimo capo del governo, come prossimo premier italiano, e poi di botto si trova invece senza la tv, senza la prospettiva di guidare il governo? Come cambia la giornata?”

Bersani: “Me lo stan chiedendo tanti giornalisti se sono di buon umore, se sono triste. E io rispondo che ho una fortuna nella vita: non ho mai avuto bisogno di uno psicoanalista professionista, tantomeno dei dilettanti. Sto benissimo perché ho fatto quello che dovevo fare. Certo, le giornate son cambiate, sono riuscito ad andare anche al cinema…”

Floris: “Cosa ha visto?”

Bersani: “Be’, Sorrentino”.

Floris: “Le è piaciuto?”

Bersani: “Un film coraggioso”.

Floris: “Si è trovato anche lei abbagliato dalla grande bellezza del potere che poi scompare?”

Bersani: “Ma, io la leggo in un altro modo: penso che quello sia un bel film, con i suoi difettucci, poco presuntuoso, certamente coraggioso. Trasportato nella vita, non ci vedo il parallelo. Perché, anzi, credo che quando si pensa di fare la cosa giusta ci si senta meglio. E quindi le giornate sono cambiate. Ma, francamente, sto benissimo. Penso che potrò ancora dare una mano, se riuscirò a far capire bene quello che ho fatto”.

Luca Ribolini Tu (rivolto a Gramaglia) prima parlavi di scienza e di recente, a fine agosto, una notizia dell’Ansa riportava questo curioso fatto: “Morto Gus, orso-icona [di] Central Park che era stato ‘in analisi’”, vi faccio vedere un esempio estremo di come non capire la psicoanalisi. La notizia è del 29 agosto 2013:

“… a New York si sono commossi oggi: Gus, l’orso-icona di Central Park, è morto sotto i ferri del chirurgo. L’orso polare aveva 27 anni, un’età ragguardevole per un bestione della sua specie, la cui vita dura in media circa 20 anni. Gus era diventato famoso negli anni Novanta quando era stato messo ‘sul lettino dell’analista’…”

Tra le tante amenità c’è questa. È chiaro che questo è un caso estremo, però fa capire che il concetto di analisi è arrivato all’opinione comune, e sembra che sia un progresso applicarlo agli animali. Non è così. Ci sono diversi testi non così estremi, ma ambigui. Volevo allora segnalarvi i testi che mi hanno entusiasmato. Il primo è un testo del luglio 1926 in cui Freud scrive a un giornale e pone una questione interessante, quella dell’analisi laica, svolta da non medici. È una lettera di Freud alla “Neue Freie presse” sul “caso Reik”:

“Stimata redazione,

in un articolo del vostro giornale del 15 c.m., viene trattato il caso del mio allievo Dott. Th. Reik. Precisamente nel paragrafo intitolato: ‘Notizie dai circoli psicanalitici’, c’è un passo su cui vorrei fare alcune rettifiche. Ivi è scritto:

‘Negli ultimi anni si è convinto che il Dott. Reik, acquisita una chiara fama con i suoi lavori filosofici e psicologici, abbia assai maggiore talento per la psicanalisi che non i medici che si riconoscono nella scuola freudiana, e solo a lui e alla propria figlia Anna, la quale si è dimostrata particolarmente abile nella difficile tecnica della psicanalisi, egli ha affidato i casi più difficili…’

Credo che il Dott. Reik stesso sarebbe il primo a respingere una tale motivazione dei nostri rapporti. È vero invece che io ho fatto ricorso alla sua bravura per casi particolarmente difficili, ma solo per quelli nei quali i sintomi erano lontani dall’ambito somatico. Non ho mai mancato di dire al paziente che egli non è medico ma psicologo. Mia figlia Anna si è dedicata all’analisi pedagogica su bambini e adolescenti. Finora non le ho assegnato nemmeno un caso di malattia nevrotica grave in un adulto. Finora l’unico caso clinico che lei ha trattato era caratterizzato da sintomi gravi che lambivano lo psichiatrico e le è valso l’approvazione dei medici, avendo ottenuto un pieno successo”.

Questo mi interessava: renderlo disponibile ai lettori per il fatto di essere, per ora, l’unico testo che ho trovato in cui Freud scrive a un giornale. Ed è un testo in cui Freud dice che l’analisi può essere svolta da non medici.

Un altro testo interessante: un’intervista a Lacan, che è per ora l’unica intervista a un periodico che ho trovato disponibile in italiano, ed è del novembre 1974. Vorrei segnalarvi che qui si afferma che Lacan è un apostolo di Sigmund Freud, che si definisce freudiano puro, che ha fondato a Parigi una scuola freudiana. In questo la giornalista Emilia Granzotto è onesta: Lacan si definisce freudiano e vuole rimanere tale con la sua scuola, anche se poi ha fondato diverse scuole nella sua storia:

Granzotto: Professor Lacan, si sente parlare sempre più spesso di crisi della psicoanalisi: Sigmund Freud, si dice, è un sorpassato, la società moderna ha scoperto che la sua dottrina non basta a comprendere l’uomo, né a interpretare a fondo il suo rapporto con l’ambiente, con il mondo…
Lacan: Storie. Primo: la crisi. Non c’è, non può esserci, la psicoanalisi non ha affatto raggiunto i suoi limiti, anzi. C’è ancora tanto da scoprire, nella pratica e nella dottrina. In psicoanalisi non esistono soluzioni immediate, ma solo la lunga, paziente ricerca dei perché. Secondo: Freud. Come si fa a giudicarlo superato, se ancora non l’abbiamo interamente capito? Di certo sappiamo che ha fatto conoscere cose nuovissime, mai neppure immaginate prima di lui. Dai problemi dell’Inconscio all’importanza della sessualità, dall’accesso al simbolico alla soggezione alle leggi del linguaggio.

Ecco, come diceva Giancarlo: la sua dottrina ha messo in questione la verità, una faccenda che riguarda tutti e ciascuno, personalmente. Già in queste frasi ha detto cosa gli sta a cuore, il lavoro, il lavoro personale, un lavoro paziente, lungo, e poi dirà: chi lavora non è soltanto l’analista ma soprattutto l’analizzante.

A me interessava darvi notizia di questo testo che è molto attuale anche se è di quarant’anni fa. Alla fine di questo paragrafo – sapete che i tre impossibili per Freud sono psicoanalizzare, educare e governare –, parlando di quest’ultimo Lacan dice:

“Dopo la sua morte, nel’39, anche certi suoi allievi hanno preteso di fare psicoanalisi in modo diverso, riducendo il suo insegnamento a qualche formuletta banale: la tecnica come rito, la pratica ristretta al trattamento del comportamento, e, come meta, il riadattamento dell’individuo al suo ambiente sociale. Cioè la negazione di Freud, una psicoanalisi di comodo, da salotto. Lui l’aveva previsto. Diceva: ci sono tre posizioni insostenibili, tre impegni impossibili, governare, educare, e fare psicoanalisi. Oggi, non importa chi ha responsabilità di governo, e tutti si pretendono educatori. Quanto agli psicoanalisti, ahimè, prosperano. Come i maghi e i guaritori. Proporre alla gente di aiutarla significa il successo assicurato e la clientela fuori dalla porta. La psicoanalisi è altro”.

Sono per me notevoli due articoli più recenti – sono dell’aprile 2009 – dedicati all’ultima paziente di Freud. Si tratta di una signora che al momento dei colloqui coi giornalisti aveva più di 80 anni. È stata l’ultima cliente di Freud, laddove la seduta è stata una sola ed è guarita, cioè è stata bene. Vi invito a leggerli interamente perché si tratta di sentire dalle parole stesse della persona in questione come ha incontrato Freud, cosa è successo e soprattutto cosa l’ha spinta ad andare da lui: problemi di famiglia. Il padre non voleva che facesse una vita soddisfacente e la chiudeva in casa. La ragazza si sentiva costretta, e in questa situazione le era solo concesso di leggere dei brani di letteratura. Lei li leggeva alla finestra, a volte mettendosi anche dei costumi. Questo ha preoccupato così tanto suo padre, che ha detto: questa è matta! Ma nell’errore ha trovato la strada giusta, perché ha deciso di rivolgersi a Freud. Lei era una ragazza di 15-16 anni, voleva vedere il mondo, avere delle storie, amicizie, relazioni. A volte suo papà la portava al cinema. Lei era contenta, ma se c’erano scene d’amore il papà la portava via. Freud era sconvolto da questa impostazione così puritana, però lei fu così tanto beneficiaria della seduta fino a guarire.

Un’ultima bella intervista è quella fatta a Pontalis. Vi si vede un uomo che ha conosciuto Lacan, ha iniziato a fare l’insegnante, poi si è dedicato all’analisi, dapprima didattica, mantenendo la sua passione di scrittore, la prima passione che lo aveva orientato nella ricerca di un lavoro. È un’intervista del marzo 2000 e ve la consiglio. Pontalis mi è sembrato appassionato alla pratica e alla dottrina e poi molto rispettoso dei suoi clienti. Quella che leggo è una presentazione secondo me corretta, perché adeguata alla sua personalità molto cordiale:

“Avrebbe potuto fare il camionista o il maestro elementare in qualche villaggio, calcare le scene o prestare una voce vellutata ai microfoni della radio. Ha esitato molto, ma il suo amore per le parole lo ha spinto verso un divano – quello di Jacques Lacan – con l’idea di fare della psicoanalisi il proprio mestiere”.

Questo dice qualcosa di una persona che aveva individuato nelle parole un ambito di profitto prima indirizzato alla letteratura, poi – quasi – al teatro e infine alla psicoanalisi. Avendo conosciuto Lacan ed essendo stato in analisi da lui, ha realizzato un dizionario della psicoanalisi e altri testi. Ha scritto anche dei romanzi. Questa intervista mi ha interessato molto: ne viene fuori un uomo vivace, pronto non tanto alle sfide, ma a cogliere le occasioni – per me “sfida” è un termine un po’ sospetto –.

Ernesto Rinaldi Leggendo questi articoli, per la maggior parte, mi viene da dire: “Quanto lavoro che abbiamo da fare!”. Perché normalmente in molti di questi articoli la psicoanalisi o Freud, o il sogno, o il lapsus, viene banalizzato. Vorrei parlare della banalizzazione, che è un’operazione perversa che tende a sminuire l’argomento mascherandolo col fatto che in fondo tutti dicono così, si dice così, la cultura dice così. E quest’operazione di solito viene mascherata. Per esempio ricordo un articolo in cui il giornalista cita da “Psicopatologia della vita quotidiana” di Freud la dimenticanza che lui fa su Botticelli (Signorelli), e spiega tutto il caso e alla fine dice, la spiegazione è molto più semplice, non ci voleva tutta quest’opera, e dà la sua spiegazione, buttandolo proprio come dire sul banale, e questo è l’andazzo di molti articoli, ma infondo non è così importante il sogno, ma in fin dei conti il lapsus è solo una dimenticanza. é un po’ un motivo ricorrente di questi articoli, ma non solo dei giornalisti, anche di addetti ai lavori. La banalizzazione viene fatta in maniera sistematica attraverso i mezzi di comunicazione. Che tendono a fotocopiare un certo modo di dire, un certo modo di fare, per esempio, i titoli che definiscono la montagna killer laddove è avvenuta la morte degli alpinisti o la pubblicità che fa vedere come con l’uso di un certo prodotto magicamente lo sporco vada via. Sono esempi di banalizzazione, cioè nel buttare così una questione che invece è importante. Con questa operazione, tutti quelli che parlano di quell’articolo, tutti gli intervistati, definiscono la questione così, citano queste frasi fatte che sono riportate e cosa avviene? Avviene che il soggetto non pensa, non dà un suo giudizio, viene sorpassato da questo pacchetto di modi di dire. Marina Bilotta in un suo recente intervento al seminario dell’anno scorso parla della banalizzazione e dice: “La minaccia viene dalla banalizzazione dell’invidia altrui ma diventa immediatamente banalizzazione propria, quindi una banalizzazione che parte dal sociale, dal culturale e viene immediatamente percepita questa questione e diventa propria, del salto non ce ne si accorge”, infatti Marina dice: “Subito diventa personale ed è difficile cogliere il momento della banalizzazione su di sé. Uno scivolamento che ci trascina senza la nostra sovranità. La consolazione introdotta come un sostituto della soddisfazione”.

C’è differenza tra banalizzazione e banalità, perché banalizzazione è la teoria, cioè io mi faccio portatore di un certo modo di pensare, ma la banalità è un discorso che può venir fuori, è una differenza dolosa. Vorrei fare una distinzione tra la banalizzazione e la battuta di spirito, sono due cose completamente diverse che stanno all’opposto, perché potrebbe sembrare che ci fossero delle affinità, io non penso che sia così. La battuta è un modo che ha il soggetto (cioè è lui che si muove) per uscire, per affermare qualcosa che magari diversamente non avrebbe saputo o potuto dire, è una questione di sua competenza, non generalizza, invece la banalizzazione include l’altro in una “Ma si dice così”. Mi piace ricordare un episodio riportato da Sara Giammattei della SAP nel 2013, che racconta questo caso: “Una mamma racconta in ufficio davanti a dei colleghi un episodio accaduto la sera precedente a casa: la donna sta parlando col marito, questi si lamenta di tutte le incombenze e le spese che sono necessarie per aprire una nuova attività, poco distante il figlio di 5 anni gioca ed evidentemente ascolta. Inaspettatamente si rivolge al padre e dice: “ma papà è la vita!”. La madre racconta l’episodio sorridendo, le colleghe ascoltano, ridono e una aggiunge: “Bravo! Ha già capito tutto!”. La risata delle colleghe nel nostro racconto mostra la banalizzazione e la considerazione del bambino, il fatto che l’abbia detto implica il sorriso e la tenerezza, è un modo per non prendere seriamente il bambino, quel bambino è già malato, quel bambino è già entrato in un certo modo di pensare in cui il destino e la vita la fanno da padroni”.

Voglio riportare solo qualche frase anche degli specialisti. Allo psicoanalista Stefano Bolognini primo italiano ad essere eletto presidente dell’IPA viene chiesto tutto quello che si può chiedere sulla psicoanalisi e che finora non si era mai chiesto. Il giornalista chiede: “La gente dice che sta facendo un’analisi ma in realtà ha solo iniziato una psicoterapia, qual è la differenza fondamentale tra le due cose?” e Bolognini risponde: “La differenza è la stessa che c’è se due persone vivono insieme o se si vedono una volta alla settimana, in analisi a parte setting, lettino invece che sedia, la frequenza contribuisce alla profondità dell’esplorazione e al legame emotivo tra l’analista e il paziente”.

Poi c’è anche un altro articolo sempre sulla psicoanalisi made in Italy: “Sembra che il made in Italy funzioni nella psicoanalisi, decisi a raccontare il dolore in ogni angolo del pianeta, i freudiani di tutto il mondo si riuniscono tutti a Praga per il loro congresso e quelli di casa nostra un qualche motivo d’orgoglio ce l’hanno, visto che sabato prossimo Stefano Bolognini terrà il suo discorso ufficiale da presidente dell’Ipa. L’autorevolissima Ipa fondata da Freud nel 1910. In una storia tanto lunga è la prima volta che eleggono un italiano e Bolognini rischia una punta di enfasi: “Siamo entrati d’autorità in fascia A”.

Luca Ribolini Vorrei aggiungere sul blog che, nel tempo, le persone che hanno visionato questo materiale stanno crescendo. Dai 21 collegamenti degli ultimi giorni del 2011 siamo passati a 700 e poi a 1900, per poi scoppiare in agosto e settembre del 2013 con oltre 12000 contatti: c’è qualcosa di buono, questa iniziativa sta avendo un po’ di successo. Dalle statistiche i più letti e i più condivisi sono quelli di Recalcati: penso che per diversi anni apparirà spesso nel blog.

Roberto Bertin Volevo sottolineare come nella stampa sia una continua mistificazione rimozione, nascondimento, della competenza del singolo soggetto a esprimere giudizio o a prendere delle decisioni rispetto a questioni fondamentali che lo riguardano. E se ne trovano tanti articoli di questo tipo, per esempio, il 6 agosto di quest’anno, è comparso sulla Stampa un articolo di Eugenia Toniotti che così s’intitola: “Elogio della monogamia così si previene l’infanticidio”. In sostanza questa giornalista recuperando la potenza assoluta o quasi del paradigma scientifico applicato al pensiero evoluzionista dice che la monogamia è nata nei primati che sono secondo lei gli animali più simili all’uomo da cui possiamo imparare moltissimo che a un certo punto è apparsa la monogamia del comportamento umano perché altrimenti tutti i pretendenti che volevano accoppiarsi con la donna che invece rifiutava durante il periodo dell’allattamento venivano ammazzati. Ecco il problema fondamentale è che qui tutto quello che riguarda il pensiero e la competenza del soggetto anche rispetto a queste scelte, della monogamia o di quant’altro, vengono in qualche modo riportate come determinate e assolutamente non discutibili da una visione della scienza che si applica al soggetto anche quando in questo caso il discorso potrebbe riguardare una scelta individuale, una scelta che è assolutamente al di fuori di analisi evoluzionistiche scientifiche. Il problema è che in tutto questo modo di trattare la scienza applicata all’uomo, quello che viene cancellato è la libertà di psicologia di ognuno e della sua possibilità di giudizio e di competenza, in questo nasce la giustificazione successiva, a ma se è così perché lo dice lo scienziato, perché lo dice lo studio evoluzionistico sull’uomo io non mi pongo più neanche il problema della mia possibilità o della mia capacità e competenza a scegliere.

Luca Ribolini Preparando questo incontro, mi sono reso conto del fatto che in diversi articoli si chiama in causa l’esperto perché non ci si sa orientare. Mi aspettavo che lo psicoanalista fosse poco interpellato. Invece no: è ancora chiamato come un aiuto. Mi sembrava che questo accadesse soprattutto con i filosofi e poi con i teologi: di fatto anche gli psicoanalisti sono chiamati per una parola di orientamento e di chiarificazione.

Roberto Bertin Quello che dice l’esperto diventa il pensiero unico, assoluto, dal quale non si può esimersi, che dice la parola definitiva.

Luca Ribolini A mio parere una delle questioni a cui sono chiamati, soprattutto gli psicoanalisti, a rispondere è: “Cosa ci tiene insieme?” Mi sono reso conto di questo: non sappiamo stare insieme, se non soffrendo, allora si chiama lo psicoanalista. In altre parole: gli psicoanalisti siano chiamati in causa per rispondere alla domanda: “Cosa me ne faccio degli altri?” Non sto però dicendo che tutto il resto non è rilevante, per esempio chiedersi “Cosa mi compete?”

Giancarlo Gramaglia La trappola che il cronista ti pone è sempre quella che ti fa sedere sulla sedia dell’esperto, è lì il guaio, perché noi stavamo pensando a un qualcosa che suonava così come slogan: “Il futuro del mondo passa da te”. Cioè tu ti devi far carico del futuro del mondo, ma del tuo mondo. Allora se ciascuno riesce a farsi carico del suo pezzo, riusciremo a uscirne un po’ da questa trappola dell’esperto, perché è accaduto nella prima parte dell’intervento di Ballerini quando dice che c’è questo genere di sogni, cioè il sogno è il tuo sogno e oltretutto il soggetto ci deve mettere la sua moneta dentro per farlo suonare perché se no non suona.

Roberto Bertin A proposito di questo mi viene in mente la nostra esperienza alla radio. Perché io a nome del laboratorio ho fatto incontri ad una radio locale parlando di psicoanalisi, dopo la terza puntata, arrivederci e grazie ed è finito così senza nessuna spiegazione particolare, se non “Ma il discorso è difficile e non arriva alle casalinghe”. Io avevo cercato in queste tre puntate di portare in primo piano questo discorso della competenza del soggetto, e mi sto convincendo sempre di più che questa è stata la causa fondamentale per cui questa rubrica mi è stata proprio cancellata.

Luca Ribolini Volevo chiudere segnalando che nella sezione Dossier: si trovano pezzi dedicati allo stesso tema in un unico file in pdf, in modo da leggerli uno dopo l’altro.

Testo non rivisto dagli autori

 

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