Il “male dire” come “dire necessario”, di cui bisogna “ben dire”: la psicoterapia nell’istituzione di o/oggetto

I

Argomento di questo intervento sarà la parola del “male-dire”, intorno alla sofferenza psichica del soggetto, e dove questo dire si fa assolutamente e perversamente necessario e sempre unico fino a diventare un “ben-dire” come strada di recupero psicoterapeutica e quindi astratta perversa dell’individuo. Naturalmente stiamo parlando della psicoterapia contemporanea (ma anche del passato) intesa come oggettificazione e funzionalizzazione della parola: ente che gerarchicamente subordina il soggetto al fine di un “ben-dire” sociale dove né il pensiero giuridico del soggetto né un sociale proficuo di partnership hanno possibilità di fare atto.

II

Perché “psicoterapia” come “male-dire”? perché la parola che esprime, nega il soggetto legiferante e portatore di diritto e lo riduce ad “ente/oggetto”, dove principalmente è negato il “permesso giuridico” del soggetto: cioè la sua volontà di compiere atti soddisfacenti . La psicoterapia si pone come astratta teoria di soluzione delle difficoltà degli individui, quindi esplicita perversione del pensiero, perché da ente che “male-dice” si trasforma nel sociale in una “parola (ma non solo: spesso accompagna da molteplici formule chimiche sintetizzate in tante “pastigliette miracolose” di tanti colori) che conosce “il bene” del soggetto: lo sottopone a test diagnostici, ne formula la diagnosi, ne stabilisce il percorso di recupero: tutta una serie di parole/strumenti/oggetti che il soggetto può solo prendere e lasciare: e se lascia cade nella rete dell’emarginazione/esclusione sociale, che sempre il disagio psichico determina nei rapporti familiari e più allargati. Non solo per dare più forza sociale al suo esclusivo “dire bene”, la psicoterapia, in Italia, è diventata legge dello stato, che subordina qualsiasi altro ordinamento giuridico, prima di tutto quello del soggetto e poi anche quello della psicoanalisi che esplicita (come avviene nel L.F.L.P.) il fondamentale ordinamento dell’uomo come portatore di diritto e legiferante.

III

Naturalmente, questo “male-dire” oscurato e portatore di inganno al soggetto e nel sociale si basa su perversi principi di incostituzionalità (vedi G. Gramaglia/G. Contri) come il principio di equivocità: cioè l’astratta premessa di regolare un insieme di pratiche difformi e contraddittorie, e il principio di ignoranza: cioè non esiste sapere accertato sulla terapeuticità di queste pratiche. Tant’è che è in atto, in questi ultimi anni, il tentativo sempre più astratto di ridurre queste pratiche ad enti/oggetti standardizzati e funzionali, cioè si tenta di fare della psicoterapia una “oggettuale e misurabile” teoria medico-scientifica, sempre più legata ad esempio, all’epigenetica, o alla riduzione del disturbo psicologico ad un problema di “geni e D.N.A.” così nel sociale all”ammasso” di oggi è facile far passare queste pratiche come l’unico e necessario “ben-dire” sulla sofferenza psichica e relazionale del soggetto: dove l’”ammasso sociale” corrisponde ad una perdita della capacità del soggetto di dire “mi-va” e di imputare atti, che gli vengono imposti come assolutamente necessari.

IV

Quindi la psicoterapia passa dal suo “male-dire” a farsi oggetto dell’unico “ben-dire” nel momento cruciale della negazione del permesso giuridico di ogni individuo. L’unico “ben-dire” ancora capace di smascherare questo inganno perverso del pensiero oggettuale resta la psicoanalisi di psicanalisti laici (come a”Studium Cartello” e al “L.F.L.P.”) che combattono la professionalizzazione forzata a cui li si vorrebbe sottoporre da parte di una “psicoanalisi confusa ed entificata” come già detto in altro intervento. Brevemente: la psicoanalisi è un “ben-dire” perché vive in un regime giuridico per il fatto, che il soggetto ha un corpo. La parola psicoanalitica è amore vero del corpo per la soddisfazione, per permettere ad ogni soggetto di circolare con il pensiero in sé e fuori, pubblicandosi. Qual è quindi, il “ben-dire” della psicoanalisi? Intanto, porre nel sociale il principio giuridico e l’ordinamento di ogni individuo e poi sostenere in ogni soggetto il principio della soddisfazione come meta dell’agire. Possiamo dire che il “ben-dire” della psicoanalisi sono le “buone parole” di ogni soggetto che agisce nel sociale per la soddisfazione dei talenti di altri soggetti incontrati: là dove diventa possibile un fruttuoso e reciproco lavoro di partnership: come tra analista è soggetto analizzato che non omette e non sistematizza il suo pensiero. Il ben-dire” della psicoanalisi è quindi il farsi atto soddisfacente di ogni individuo, non come essere/ente, ma secondo, anche il principio citato da Gesù nel Vangelo e spesso ripreso da G. Contri: “l’albero si giudica da frutti”: cioè il “ben-dire” che è anche “ben-agire” cioè di soddisfazione in partnership. Naturalmente un “ben-dire-agire” che non è mai unico, sistematizzato, applicato funzionalmente, ma passa per il desiderio di “ogn’uno”. Ecco, il titolo del nostro seminario ’11-’12 in L.F.L.P. è proprio l’esplicitarsi del “ben-dire-agire” di ogni soggetto: “parlami, ti dirò se mi piaci” racchiude in sé il principio del permesso giuridico di ogni individuo a dire e il principio di imputazione e dell’eventuale “mi-va” di un altro a farlo proprio con ulteriori frutti. Non ci può essere altro “ben-dire” se non imposto d’autorità e/o perversamente condizionato dall’astratto amore presupposto che fa sofferenza e ammasso nelle relazioni e nel sociale: il “male-dire” della società contemporanea, fatto passare come necessario e inevitabile.

Pietra Ligure, 29/07/2011

BIBLIOGRAFIA

– G. Gramaglia – Rubrica di psicologia della vita quotidiana – L.F.L.P.
– G. Contri – M.D. Contri – In principio era il verbo – Seminario “Studium ’10 – ‘11”

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