La dissolvenza nel simbolico: il terrorismo e la sua impotenza individuale e sociale

Premesso che la lotta al capitalismo globalizzato e totalizzante di oggi e il conseguente consumismo assoluto e svilente per il soggetto e per la sua identità (diritto a un lavoro che non lo riduca a “merce”) è ancora al centro di una lotta politica che abbia caratteristiche di sinistra e di rispetto dei diritti di tutti i lavoratori, dobbiamo assolutamente chiederci, perché la forma più estrema di lotta politica di sinistra, cioè il terrorismo violento e omicida degli anni ’70-’80, sia fallito: non ci interessano le pseudo-spiegazioni che parlano di rifiuto del terrorismo da parte di una sedicente “società civile” e neppure quelle relative di una “vittoria dello stato” che in termini di repressione e altrettanta violenza c’è stata.

Utilizzeremo, come sempre, le conoscenze psicoanalitiche da Freud a Contri per tentare una breve, ma significativa analisi del fenomeno. Se qualcuno ha la pazienza di andarsi a rileggere un “vecchio” (si fa per dire) romanzo del 1962 di G. Arpino intitolato “una nuvola d’ira” (ristampato in questi mesi da Rizzoli per la collana BUR), che già alla sua prima pubblicazione scatenò le ire dei vari opinionisti culturali del P.C.I. dell’epoca (vedi nella prefazione), può riuscire ad individuare fra i tre protagonisti del romanzo, la figura di Angelo: sicuramente dai suoi discorsi e dal suo modo di relazionarsi un soggetto proto-terrorista, che evolverà negli anni successivi, in tanti soggetti reali, che faranno la scelta estrema della lotta armata. Come direbbe sicuramente G. Contri, un soggetto in cui il principio di realtà abbandona progressivamente il principio di piacere: un principio di realtà che progressivamente si fa duro, terribile, fino a diventare violento e dispensatore di morte. Cosa provoca questo cambiamento? Il crescere nel pensiero del soggetto in una patologia che G. Gramaglia chiama “astrazione”: astrazione della domanda in Au del soggetto, che si sgancia dal corpo, che costruisce quella rigida e opprimente dimensione del simbolico: dove gli altri diventano un A altro presupposto, negativo, il nemico (leggere alcune pagine del romanzo di Arpino 57, 58, 59). Quando nel soggetto l’ordine simbolico fa “nodo” ( per dirla con Lacan) inestricabile con il reale e l’immaginario (vedremo poi, nel caso del terrorista, quale può essere l’immaginario)1 il pensiero di natura viene schiacciato da innumerevoli teorie presupposte ed antitetiche che freddamente programmano violenza e omicidio. Nell’ordine del simbolico che domina il soggetto l’ordine del comando prevale sull’ordine del diritto a soddisfazione. Fin qui l’esame della psicologia del soggetto terrorista (fatte salve naturalmente le diverse storie individuali di ogni soggetto che è diventato terrorista). Ma, certamente, non è finita qui: perché la società capitalistico-borghese di sopraffazione socio-econ.-culturale di ieri come di oggi, non era e non è una astrazione: ma una realtà concreta ed esperibile da tutti. Da dove deve partire, quindi, il rifiuto della modernità/progresso di ieri come di oggi? Dall’analisi freudiana, le patologie del pensiero, del rifiuto del principio/diritto alla soddisfazione diventano prima patologie sociali e poi forme teorico-sociali della civiltà: la civiltà, la società civile costruisce le sue strutture giuridico-economiche-relazionali su teorie presupposte che hanno origine nel pensiero patologico individuale. Naturalmente tutte le lotte di sinistra del passato secolo non hanno mai tenuto conto di ciò (anche quando potevano farlo, dopo la pubblicazione di questa analisi freudiana) sia in forma di lotta costituzionale, oppure violenta hanno sempre “rimosso” questa origine, per gettarsi utopicamente (in senso speranzoso e tragico, perché la speranza è sempre nevrotica) in lotte collettive, di massa, o di élite (come il terrorismo), che mai hanno tenuto conto quanto le alienanti strutture socio-economiche da combattere, fossero anche originariamente patologie soggettive del pensiero. La legge, che afferma la rilevanza fondamentale delle teorie presupposte individuali contro la soddisfazione e il pensiero di natura, nella formazione delle teorie sociali più alienanti ed economicamente discriminanti per gli individui, non è mai stata fatta propria, né riconosciuta dai movimenti di lotta sociale del secolo scorso (naturalmente neanche oggi). Ancora oggi la patologia del pensiero individuale diventa teoria sociale, rafforzata ulteriormente, da quell’imperativo superegoico sempre più perverso del: “Godi!!” che è la dimensione simbolica svuotata di ogni reale del pensiero di natura a soddisfazione, che il sistema capitalistico-consumista globalizzato ha fatto propria. Allora, occorre capire che: “non è una questione plurale, ma solamente ciascuno per sé, ne può uscire, rendendone conto a sé stesso… non è una questione di gruppo o di massa … fino a che presupponiamo che questo plurale sia condivisione, alimenteremo solamente ideologie di comunione di beni” che altri si spartiranno con guerra, sangue … (G. Gramaglia).

Mi pare che il pensiero di G. Gramaglia chiarisca definitivamente il problema: solo il soggetto può uscire da T.P. che si fanno teorie sociali alienanti e distruttive, non il gruppo, non la massa o naturalmente la lotta di massa, soltanto quando ogn’uno avrà fatto questo lavoro soggettivo, o sarà in via di elaborarlo, si potrà parlare e agire un diverso legame sociale: intrapreso sull’amicizia reciproca al pensiero di natura, a soddisfazione di ogn’uno (vedi “società amici del pensiero” fondata da G. Contri)

Allora, il possibile, reale “terrorista” è il soggetto che agisce su di sé e nel sociale per sviluppare l’amicizia del/con il pensiero di ogn’uno? Sicuramente si, nell’abbandono di ogni nostalgia violenta che dal passato, ma anche dall’oggi, costruisce pensiero patologico individuale e tragicamente sociale.

Nota 1 : l’immaginario del terrorista è quello che si può definire idealizzazione: “il pensiero si ammala di teoria, si fissa … poi questo pensiero si fa corpo e sangue … (G. Gramaglia) da un Altro diventato astrazione, lontano da ogni relazionalità, fino alla tragica e violenta fissazione simbolica del terrorista: ma distruggere i simboli e basta, non guarisce il soggetto, né rende la società più giusta.

BIBLIOGRAFIA

– G. Gramaglia – Rubrica di psicologia della vita quotidiana – L.F.L.P
G. Gramaglia – Psicoanalisi oggi? Che cosa vuol dire? (scritto per L.F.L.P)
– G. Contri – Il pensiero di natura – SIC
– G- Contri – Statuto fondativi della società amici del pensiero (vedi “Studium cartello”)
– G. Arpino – Una nuvola d’ira – Rizzoli BUR

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