La teoria della “competenza”: come sostituire al muoversi del soggetto, al suo “metterci la mano” con il “dono cognitivo”, l’essere “ente/funzione per…”

I

Il sociale dell’ ammassare” del fare oggetto di oggi, per fare continua obiezione alla partnership (come soggetti mezzi al profitto di ogn’uno) ha elaborato prima in ambito scientifico-tecnologico e poi in ambito economico-educativo una elegante teoria, ma non per questo meno perversa: si tratta della teoria della “competenza”. In questa mia comunicazione ci occuperemo di essa, rispetto al suo utilizzo in campo educativo-scolastico, ma le considerazioni che andrò via via esponendo sono valide, con poche variazioni, in tutti gli ambiti dei rapporti sociali: dove vale l’ammasso e non la partnership.

II

L’applicazione della teoria della “competenza” in ambito educativo, ha ormai occupato tutti gli spazi possibili rispetto alla valutazione degli allievi, al punto che, al termine del ciclo primario della scuola dell’obbligo, gli insegnanti sono tenuti a “certificare” (sic!) le competenze raggiunte da ogni allievo: proprio come se si trattasse (ma si tratta proprio così!) di”oggetti allievi” richiedenti uno specifico marchio di qualità . Ma come vengono definite, nello specifico, queste competenze? In sostanza, si tratta di sequenze operazionali/comportamentali equiparabili ad algoritmi: soprattutto le competenze linguistico-matematiche vengono scomposte in sotto-acquisizioni meccanicistico-seriali riferibili ad ulteriori competenze cognitive, che se mancanti alla rilevazione di prove definite come “clinico-cognitive” danno luogo a diagnosi vere e proprie definibili come “disabilità /handicap”.

Come appare chiaro, tutta la struttura operazionale delle “competenze” rimanda non a specifici talenti soggettivi di ogni allievo, ma ad una “teoria di oggetti/enti operazionali” che vanno a costituire il necessario bagaglio di abilità  di ogni allievo per il raggiungimento di obiettivi che sono le “competenze stesse” astrattamente definite (quindi teoria) e non gli atti soggettivi di ogni allievo che nella sua realtà  può realizzare per acquisire determinate conoscenze. Sostanzialmente quindi esiste “una e una sola competenza matematica o linguistica, ecc” che la teoria definisce e che si struttura come “obbligatoria” strettamente legata ad una catena di comandi, che se non eseguiti sequenzialmente in tutti i suoi passaggi oggettuali, da come valutazione una disabilità  clinicamente definita per l’allievo. La competenza è quindi una entificazione/oggettualizzazione di atti che si “teorizza” come unica e fa obiezione a qualsiasi altra serie di atti che il soggetto può compiere per raggiungere una conoscenza: si tratta di una vera e propria perversione educativa: tanto per confermare ulteriormente quanto educare sia perverso.

III

Evidenziando ulteriormente la struttura perversa della competenza : tutta la sequenza di acquisizione della competenza ha carattere imperativo di un “potere” sul “soggetto/allievo” un po’ come la perversa “teoria del dono”, dove la differenza tra spinta e fonte viene annullata. Nell’acquisizione della competenza il “potere insegnante” non considera minimamente il capitale di conoscenze/possibilità  dell’allievo come valorizzazione, ma si limita ad im-porre “l’oggetto/conoscenza” da far acquisire, senza mai quel “fai tu” che l’allievo potrebbe mettere in movimento nell’acquisizione di partnership. Sostanzialmente il rapporto insegnante/allievo risulta completamente perverso, totalmente centrato sull’oggettivazione di conoscenze e il loro “ammassarsi” in un modello dove “l’encore” lacaniano è li a mettere in rilievo il consumo compulsivo di conoscenze da parte dell’allievo, così definitivamente pervertito. In questo modello perverso, la non riuscita di un apprendimento è sempre un fallimento da clinicizzare e da trasformare in “disabilità  clinica”, non può mai costituirsi come un sovrappiù di sapere sul come operare in un momento successivo. Così, realmente, nella scuola: “A chi non ha, sarà  tolto quello che ha”: all’allievo impossibilito e pervertito a metterci del suo capitale nell’apprendimento, sarà  tolto/dissolto quel capitale iniziale, che l’allievo aveva e non ha potuto utilizzare. Basta entrare in una qualsiasi classe di scuola elementare d’oggi: dove l’interesse/partecipazione al lavoro che si svolge da parte degli allievi è sempre più ridotto (a meno che, raramente, qualche insegnante lasci che ogni allievo ci metta del suo, che possa realizzare il “fai tu”)

IV

Questa, sostanzialmente, è la situazione di apprendimento perversa, che il dilagare della “teoria della competenza” ha determinato in ambito educato-scolastico. Ciò che mi sembra, particolarmente grave, quasi ir-rimediabile, è questo perdere ciò che si ha, per via dell’inganno pervertitore imposto al soggetto/allievo da una teoria, che cancella ogni fruttuosa relazione di partnership possibile anche a scuola (vi assicuro che è possibile instaurarne). Ciò che resta da fare è l’imputazione di questa teoria anche nelle sedi scolastiche specialistiche: un lavoro molto difficile in quelle relazioni sociali “all’ammasso” che sono i gruppi insegnanti, i collegi docenti, dove di soggettività  in partnership se ne ri-trova ben poca.

BIBLIOGRAFIA

– G. Contri: “E a chi non ha sarà  tolto…” (Lezione n° 4 Corso “Studium” ’10 – ’11)

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Torna in alto