Liberarsi del simbolico: cioè la fine del “grande altro” dell'”amore presupposto”: è possibile?

Su “La Stampa” del 12/09/09 il filosofo M. Vozza dice che l’intera tradizione occidentale ha come schema esplicativo alla base dell’esperienza amorosa una logica del desiderio a carattere proiettivo-fantasmatico lontanissima da una relazione fra le persone aventi pari diritti e soprattutto reciproci scenari del piacere.
Finalmente, (meglio tardi che mai) anche qualche filosofo si rende conto di come tutto il discorso, “la grammatica” dell’amore, della relazione sia “fissata” in occidente (ma anche fortemente ad oriente e in ogni luogo della terra) su di un simbolico “grande altro” che altro non è che “amore presupposto” amore presupposto che è: “l’abbandono del pensiero di natura … immaginato e non posto, non lavorato, creduto tale” (G. Gramaglia). Una grande costruzione simbolico-ideale, inventata da S pur di non abbandonare l’idea: “che c’è qualcuno che non lo tradirà mai” (G. Gramaglia). Il soggetto, soprattutto infantile non è in grado di imputare l’altro del tradimento , allora continua ad “avere fede” in A che diventa un “grande A”, assoluto, un super-io, una struttura simbolica che regola i rapporti relazionali in modo “proiettivo-fantasmatico” proprio come dice M. Vozza nel suo articolo. Nell’amore presupposto, come in ogni struttura fantastico-simbolica non c’è rapporto di scambio, ma solo comando/obbedienza, addirittura c’è “l’ineffabile”: “quel detto che avresti potuto dire se . . . (G. Gramaglia). Naturalmente un “se” che non arriva mai ed impregna sempre ogni struttura simbolica.

Quando J. Lacan diceva che “non c’è rapporto sessuale” intendeva dire proprio questo: nella dimensione del simbolico, del grande altro non ci può essere quello che correttamente M. Vozza definisce “reciproci scenari del piacere” perché non c’è “lavoro del pensiero” lavoro relazionale. Allora, è possibile liberarsi del simbolico, dell’amore presupposto? “Fare l’amore è fare un lavoro” (G. Gramaglia), cioè sviluppare un lavoro di giudizio su A, che è anche riconoscere il piacere dei talenti di A, che mette a disposizione nel rapporto. Quindi: “il primo lavoro è una domanda” (G. Gramaglia) una elaborazione del pensiero che deve poter favorire la ricostruzione del pensiero di natura di S, cioè la sua N.S.

Siamo molto lontani quindi dal “misticismo” occidentale e non, che oggi pervade il lavoro fino a fare di S e del lavoro solo un oggetto, fino all’essenza simbolica del misticismo funzionale odierno sul lavoro, che si riassume nell’affermazione, tipica di ogni simbolismo: “qui comando io”. Allora, per concludere, il lavoro del pensiero è lotta ad ogni simbolismo, a quella dimensione del simbolico che caratterizza il super-io anche come”insieme delle teorie presupposte” (G. Gramaglia) che sono il muro, il collante socio-culturale, che frena e blocca nevroticamente il pensiero di S. Non è facile, in una società come quella odierna, dove l’immagine/simbolo domina la comunicazione fra gli individui, ridare voce alla “parola che lavora per la relazione”, fare in modo che il lavoro dell’amore, dimostri ad S l’irrealtà delle strutture simboliche, che dominano gli individui, eppure senza il lavoro “uno ad uno” in questa direzione scompaiono anche le ultime possibilità di “fare l’amore” fra S e A.

BIBLIOGRAFIA

– M. Vozza – “La Stampa” 12/08/09
– G. Gramaglia – Rubrica di psicologia della vita quotidiana – L.F.L.P

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