Alla ricerca del desiderio perduto

di Andrea De Leo

Che cos’è il desiderio? Nella filosofia, in cui peraltro la parola è nata, il desiderio si riferisce al movimento umano finalizzato al raggiungimento della meta, una meta desiderata e per questo piacevole. In particolare, questa concezione è rintracciabile già in Aristotele, che definisce il desiderio come “appetizione di ciò che è piacevole” (Sull’anima, II, 3, 414 b). Il desiderio è quindi per lo stagirita il moto dell’anima verso chi o ciò che procura piacere. Per capirci senza fraintendimenti, si deve però sottrarre la parola “anima” alla religione, e a farlo è stato Freud, il quale ripensa il desiderio come un moto che anima il corpo. Se poi sostituiamo il termine “appetizione” utilizzato da Aristotele con quello adoperato da Freud, cioè “eccitazione”, scopriamo nel filosofo di Stagira uno psicoanalista ante litteram. Ciò nonostante, tutta la tradizione successiva, tranne alcune sporadiche eccezioni, ha voluto fare del desiderio una ricerca infinita, l’anelito o la tensione del soggetto verso un oggetto, che possiamo anche chiamare “oggetto del desiderio”. Questo lo ritroviamo anche nell’oggetto transizionale di Winnicott, nell’oggetto parziale della Klein e in ciò che Lacan ha chiamato oggetto piccolo (a), cioè il risultato della separazione di una quota di libido dal corpo, che è definitivamente perduta e che per questo motivo diviene causa del desiderio. Per capire meglio tale tensione illimitata, possiamo semplicemente rappresentarcela come un percorso, diciamo lungo un chilometro, dal punto A al punto B. Immaginiamo poi un soggetto, per esempio un corridore, che parta dal punto A e corra alla velocità uniforme di un metro al secondo verso il traguardo, verso il punto B o l’oggetto. Naturalmente questo corridore dovrà dapprima percorrere la metà della distanza tra A e B, raggiungendo il punto medio tra loro, che indicheremo con C. Poi dovrà percorrere metà della distanza che rimane tra C e il traguardo B, arrivando al punto D e così via all’infinito. In pratica, il processo di dimezzamento continuerà all’infinito: indipendentemente da quanto piccola sia la distanza che rimane da coprire, essa può sempre essere divisa a metà. Detto in altri termini, per raggiungere una meta si dovrà prima raggiungere la metà del tragitto che si deve percorrere, ma prima di raggiungere questa metà si dovrà raggiungere la metà di questa metà, e prima ancora la metà della metà della metà, e così all’infinito, perché c’è sempre una metà della metà. Posta l’infinita divisibilità dello spazio, il soggetto non raggiungerà mai il traguardo. Questo presentato qui è il primo dei quatto paradossi del movimento attribuiti al filosofo greco, del V sec. a.C., Zenone d’Elea. Ebbene, questo è esattamente il meccanismo del desiderio comunemente inteso: un continuo inseguimento dell’oggetto da parte del soggetto. Ovviamente per oggetto del desiderio non designiamo solo oggetti materiali, ma ci riferiamo a qualsiasi cosa, come eventi, persone, entità, ideali, teorie, ecc. E’ evidente che nel (malaugurato) caso in cui il soggetto riesca a raggiungere l’oggetto, in qualche modo soddisfacendosi, non vi sarà più desiderio. Detto in altri termini, affinché vi sia desiderio l’oggetto deve presentarsi come mancante. Non è forse questa la logica dell’oggetto? Infatti, anche se riusciamo a comprarci l’I-phone 7, poco dopo uscirà l’8, poi il 9, il 10 e così all’infinito, come nel paradosso di Zenone. Alla fine ciò resta sarà sempre l’insoddisfazione, perché la meta rimane preclusa dall’oggetto. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: ma la meta non equivale all’oggetto? Se io desidero possedere una Ferrari, comprandomela non raggiungo la meta? Dico solo che l’oggetto, in questi termini, è un errore logico, l’oggetto è l’ostacolo alla meta. Per capirci meglio, usando una similitudine utilizzata da Giacomo Contri, dovremmo considerare l’oggetto come materia prima da lavorare. E la meta?   

La meta è ciò che Freud definisce come possibile conclusione di una spinta iniziale: un invito, un’occasione prodotta dalla lavorazione della materia prima. Pensiamo al bambino appena nato, che nel venire al modo sperimenta la sua insufficienza a esistere fuori dal rapporto con l’Altro. Il suo primo oggetto – la materia prima – è il seno materno, che il bambino domanda al fine di ricavare dall’Altro una soddisfazione. Se l’oggetto è il seno, il desiderio sarà la relazione con la madre, la quale gli offre la materia prima e dove lui la prende. Qui non c’è mancanza, l’offerta equivale a un dare e a un prendere con beneficio di entrambi. Certamente l’attaccarsi al seno rinvia anche a uno staccarsi. Il bambino crescendo si distacca dal seno della madre per incontrarla come altro da sé: la incontra nel mondo, nel linguaggio, nella cultura. Se il primo movimento del desiderio passa dall’allattamento, sarà poi lo staccarsi che darà al bambino l’occasione di incontrare l’Altro. È dunque nella distanza che il bambino si dirige verso le cose: non a caso vuole prendere, vuole afferrare tutto ciò che vede. Quando poi il bambino inizia a camminare, avanzando verso le cose, il mondo diventa sempre più grande, si dilata. Ovviamente, nell’articolarsi sempre più ampio della distanza, il bambino sperimenta il mondo come orizzonte delle sue possibilità; il mondo diventa allora uni-verso. Tuttavia, il bambino sperimenta presto anche i suoi limiti: distingue tra il raggiungibile e l’irraggiungibile. Il movimento permette così di sperimentare la differenza tra il possesso dell’oggetto e il lavorare materie prime per il conseguimento della meta. Nel muoversi nel mondo il bambino vede tante cose, ma non tutto ciò che si vede si può ottenere. Il mondo, nella distanza, si dà e si nega al tempo stesso; qui si esperisce lo scarto tra il volere e il potere. Vorrei, ma non posso tutto. Tuttavia il bambino sano sa che ciò che non può fare da solo lo può fare con altri: così facendo pone un accordo tra principio di piacere e principio di realtà. Allora, la relazione uomo-mondo è fin dall’inizio un lavorare con altri. Nel venire al mondo l’uni-verso si dispiega come spazio del possibile, perché entra nell’ordine delle nostre possibilità. Quand’anche irraggiungibile, è tuttavia desiderabile, ed è tale perché noi lo desideriamo. Il desiderio è dunque un beneficio per il solo fatto che desideriamo e non per il fatto di averlo portato in qualche modo a termine. Infatti, senza desiderio non muoveremmo un solo dito, non ci alzeremmo neppure dal letto al mattino.

Spinoza diceva che tutto ciò che esiste ha potenza a esistere, è spinta; Aristotele chiama tale potenza “Energheia”, mentre Freud conclude introducendo il concetto di “libido”, la quale si manifesta come desiderio, moto dei corpi umani. Quando Freud pone alla base dell’apparato psichico la libido, non intende ascriverla solo alla sfera sessuale – la libido non è la libidine. Per Freud la libido è semplicemente un muoversi con profitto, e il desiderio non è altro che espressione di questo moto dei corpi. In fondo, ciò che Freud ha scoperto è che ogni essere umano è potenzialmente desiderante, cioè capace di direzionare la sua condotta al fine di raggiungere il piacere, a patto però di avvalersi dell’apporto di un altro; che è poi come dire: il desiderio lo riceviamo da un Altro.         

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