La sanità dell’inconscio

Sulla virtù del sapersi difendere con efficacia1

OSPEDALE PSICHIATRICO DI COLLEGNO (TO)

11 giugno 1992

 di Giacomo B. Contri

La sanità dell’inconscio – Parte prima

Giancarlo Gramaglia

Ho il piacere d’introdurre i lavori con una breve nota. Il pensiero e lo sviluppo del lavoro di Giacomo Contri sono stati per noi quest’anno il riferimento unico, importante, attorno al quale abbiamo elaborato tutte le nostre attività, nei termini della vocazione che lui va insegnando. Lo scorso anno al Laboratorio abbiamo incontrato Il Lavoro Psicoanalitico su “La questione laica“, dove la domanda che premeva era: si può sperare di operare in una comunità psicoanalitica competente? Competente nelle leggi che quest’anno abbiamo cercato di esplicare. Sarebbe – credo – anche buona cosa interrogarsi sul marasma della psicologia; sono grato a Contri ed allo Studium Cartello (Scuola Pratica di Psicologia, Il Lavoro Psicoanalitico, Enciclopedia), sulla spiegazione del perché in Italia convenga occuparsi di psicologia e di psicoanalisi. Convenire è un venire da più parti per la medesima ragione, e mi auguro che, ascoltando Contri sulla sanità dell’inconscio, possiate convenirne anche voi. Grazie a Contri per essere qui, e buon ascolto.

Giacomo Contri

Grazie per la precisione e per la brevità. Sono venuto qui molto volentieri: grazie a chi mi ha invitato ed a voi, almeno suppongo in anticipo, pensando al lavoro che faremo. Questo potrebbe consistere in una introduzione non tanto lunga da parte mia, alcuni punti per fissare le idee e il seguito – lo vedremo e lo vedrete voi – potrebbe venire con dei quesiti. Non mi riferisco ai quesiti che si fanno nelle sale pubbliche o nelle conferenze, ma a quesiti che riguardino o temi già diventati interessanti per voi, oppure suscitati da me.

Devo dire che non vi conosco, non so che esperienza sia la vostra, su quale terreno, su quale fondo già lavoriate, se avete a che fare con la psicologia, la psichiatria, la psicoanalisi, o con qualsiasi altra cosa.

Ad ogni modo, dall’aver detto ciò, prendo subito questo spunto. So e sappiamo per esperienza sufficiente, più che sufficiente, fino alla nausea, che sugli argomenti, di cui a suo tempo iniziarono a parlare gli psicoanalisti, Freud per primo ed ultimo, una delle mie idee è che Freud resta il primo ed ultimo, non c’è stato quello che nella psicoanalisi si chiama un progresso, come nelle scienze si può parlare di un progresso della fisica. Questa è una delle cose con cui sono d’accordo con Lacan.

La psicoanalisi, per mettere lì un termine di paragone o, se preferite, una norma, tanto è la stessa cosa – la parola norma è diventata purtroppo una brutta parola, un po’ da vigile urbano nel migliore dei casi, o da giudice penale nel peggiore dei casi, mentre il concetto di norma è un concetto molto preciso, è il concetto di squadra. Avete presente la squadra, per avere un termine di paragone dal quale ci si può anche discostare, e magari, in determinate circostanze, per certi motivi può essere opportuno e normale discostarsi, ma è un termine di paragone. È normale, limpido, la squadra vuole dire 90 gradi, che moltiplicati per quattro danno 360 gradi, ossia la circonferenza è proprio una norma, nel senso più elementare e quasi banale della parola. – Dicevo, la psicoanalisi ha prodotto (nel senso anche teatrale del prendere e mettere lì, di mettere davanti agli occhi o agli intelletti un termine di riferimento che faccia da paragone) la conseguenza che non sarebbe stato più possibile per la psicoanalisi avere o poter avere un progresso. Ciò che rispetto alla psicoanalisi si poteva avere, era la seguente alternativa: o l’assunzione di questo suggerimento, di questa proposta – la proposta di una certa idea, di una certa norma, e quindi l’assunzione di questa stessa norma -, oppure il rigetto di essa.

Dal punto di vista degli operatori della psicoanalisi non si poteva avere un progresso (come si dice che rispetto a Newton la scienza, la fisica ha fatto certi progressi fino a smantellare una parte del paradigma iniziale di Newton), ma si poteva avere o una ulteriore chiarezza di quella stessa norma, o un regresso.

Effettivamente si constata che gli psicoanalisti, rispetto alle idee elementari di Freud, a quella che paragono ad una norma, come ho detto prima, sono più in regresso oggi che non nello stato di ieri di assunzione. Assunzione di alcune e poche, ma limpide idee di Freud, anzi pochissime.

Se dovessi dire quante sono le idee di Freud, forse sarebbe il caso di numerarle fino a due, quelle che vanno sotto la parola inconscio, e sotto la parola pulsione; o forse sarebbe il caso di numerarle fino a tre, aggiungendo cioè la patologia, come un terzo caso rispetto a norma e pulsione, ossia un allontanamento o una deviazione rispetto a questi due primi termini; o forse fino a quattro, ma non credo che si possa andare oltre a quattro, oltre a pulsione, inconscio e patologia, come patologia di ciò che pulsione e inconscio sono, così come si dice che una pulpite è una patologia rispetto al dente sano.

Dicevo che c’è un quarto termine vago, super-vago, il termine che adesso introduco, che è il termine che usava Freud stesso, che è la cultura. Che cosa poteva voler dire la cultura in Freud? La cultura in Freud voleva dire l’ambito dentro cui ci si ammala, e senza quel tale ambito (la cultura – in tedesco suona uguale, semplicemente con la k, degno della lingua tedesca – grossomodo voleva dire la civiltà, anche se i due concetti sono stati distinti) l’ammalarci non si darebbe.

Adesso ho appena messo lì questo termine, fra un momento lo riprenderò, perché la domanda, l’idea centrale ed unica che provo ad esporre brevemente – ma poi ne parleremo più ideologicamente – è questa: alla domanda se abbia un senso, una legittimità, una plausibilità asserire che esiste la salute psichica, la sanità psichica, questa domanda è suscettibile di avere solo la risposta sì o no. All’interno di questo sì o no si possono fare tutte le distinzioni, ma anzitutto esiste questa alternativa: è sì.

Ora se si risponde sì, ed è ciò che dico, è ciò che cerco ora di dimostrare, allora si tratta di rispondere ad un’altra domanda: che cosa consente che si dia malattia rispetto a una salute di origine, di partenza, iniziale?

Preferisco la parola inizio o partenza. La parola origine è stata un po’ troppo bistrattata dai filosofi perché sia molto usabile, mentre la parola inizio è molto precisa, significa inizio cronologico (si fanno partire le cose da un certo momento, un certo momento biologico, per esempio la nascita, allo stesso modo della parola partenza, infatti uso come sinonimi queste due parole). Allora dicevo: se si ammette che si parte, che chiunque parte, che non esiste chi non parte dalla salute psichica, allora si tratta di rispondere ad una seconda domanda, e cioè: che cosa accade perché ci si ammali?

Uno dei correttissimi concetti introdotti da Freud, ed anche in corretta scelta lessicale, è quella scelta da parte di Freud – anche lessicale – nell’introdurre il concetto di difesa.

Le difese – primo caso – ci sono; secondo caso: non ci sono; terzo caso: ci sono, ma sono insufficienti, inadeguate. Non solo questo, ma si tratta di sapere quante sono le categorie degli agenti patogeni – vedete, naturalmente uso un lessico medico – perché ci si possa ammalare.

Ora, che voi siate medici, psicologi, psichiatri, operatori di qualsiasi specie o altro ancora, in ogni caso è troppo noto – innanzitutto dall’esperienza personale, poi da quello che si vede, che si dice, che si legge, è fin troppo noto, il tema di sempre, e cioè che, se si nasce da genitori malati, è più facile che si diventi malati. Fa parte delle cose da carta stampata di tutti gli angoli. Allora il quesito è: fosse pur vero che i miei genitori sono i più malati, questo è sufficiente perché lo siano anche i figli? Psichicamente malati, schizofrenici per esempio, magari schizofrenici cattivi…. Ci sono schizofrenici più cattivi di altri. Già sto introducendo una delle idee che prima o poi vanno introdotte. Non è vero che se si è psichicamente malati allora si è psichicamente irresponsabili; questo vale per il codice penale, vale per i magistrati, ma se avete un po’ di esperienza, ad esempio dei malati di Collegno, vi accorgete che non è affatto vero che la malattia psichica significa una specie di limbo morale. Lo psicotico in genere è un personaggio abbastanza cattivo, il che dopo tutto non è il peggiore dei mali, perché significa conservare una consistenza morale, ossia uno spunto su cui eventualmente si può fare leva.

Ebbene dicevo: se i miei genitori, i miei o di quel tale che noi incontriamo oggi – come una giovane persona, giovane di età e psichicamente malata (noi sappiamo dalla cartella clinica e dalla sua storia personale che i suoi genitori a loro volta erano specialmente disturbati), quelli che si chiamerebbero i suoi altri (per usare una categoria che abbrevi il numero di parole necessarie) -, il fatto che i suoi genitori abbiano agito da agenti patogeni (e questo è fin troppo evidente in troppe storie cliniche) è stato sufficiente ad ammalarlo oppure no? La mia risposta è che non è sufficiente.

Fino  qui il soggetto si sarebbe ancora difeso abbastanza bene. Guardate che sto saltando tante cose, anzi è uno dei punti che sto più pensando di questi tempi. Occorre una seconda cosa perché il soggetto sia senza difese,  perché non possa difendersi dall’attacco alla propria salute psichica che, per esempio, viene dai propri prossimi, genitori o chi per essi. Fin qui le difese sono adeguate, sono sufficienti per non finire troppo male.

Permettetemi ogni tanto di usare un gergo che non sembra tanto scientifico, ma non è che la psichiatria sia più scientifica. È falso che per il fatto di mettere una nomenclatura, questa faccia funzione di scienza.

Ad ogni modo dicevo: non è sufficiente che i genitori siano malati, occorre che ci sia un secondo agente patogeno che richiederebbe da parte mia, figlio malato, delle ulteriori difese. Questo altro agente patogeno, con la vecchia parola molto pulita, è appunto la parola cultura detta prima, ma è così vago che fin qui non serve a niente. Siamo più descrittivi: mi ammalerò se non troverò la difesa, anzi se non troverò – ad esempio – la difesa del medico di casa, del medico dell’ospedale, o del prete, se c’è un prete che gira da quelle parti, o nella mia famiglia, o degli psicologi, o delle persone a cui i miei genitori si riferiscono.

Il bambino che lo psicologo diagnostica molto superficialmente ed idiotamente, per non dire criminalmente, come autistico a un anno e mezzo di vita, questo psicologo o medico agisce da agente patogeno nei confronti di questo bambino, perché lo conferma in un andamento psichico già non molto buono; come il medico, lo psicologo o chi per esso, magari anche lo psicoanalista, che autentica una diagnosi di patologia psichica grave ad un povero bambino di un anno. E se i genitori di questo bambino erano un po’ troppo interessati nella loro patologia ad avere un figlio malato – “come sono felice che la mia esistenza sia confermata infelice” – e se il medico o lo psicologo confermano ai miei genitori che io sono proprio un bambino malato, e che la prognosi sarà quella, e che sarà difficile uscirne, a questo punto sono perduto!

Finché è solo il genitore patogeno non basta, anche lui in fondo è qualcuno in difficoltà. Quando lo psicologo o il medico o chi per esso agisce male, ecco la cultura – non è una cosa così aerea – in quel momento è incarnata dal medico, dallo psicologo, ossia da un personaggio ufficiale. Che cosa è medico, psicologo? Fra un momento rifarò un passo indietro per dire qual è secondo me il concetto di salute di partenza, iniziale – ora per così dire sono partito da un passo avanti, poi ritorno un passo indietro.

Che cosa significa il medico, il prete? Ora parliamo di professionisti. Che cosa è, che cosa sono i professionisti di queste cose, psichiatri, psicologi? Voi avrete già sentito dire che abbiamo fatto un libro intitolato La questione laica. Ebbene questi professionisti sono il clero delle professioni. È per questo che è corretto dire che sono loro la cultura, e del resto è una nozione di clero assolutamente precisa, non in senso metaforico o traslato: il clero non vuol dire soltanto la tonaca, il clero vuol dire la professione, coloro che sono deputati ufficialmente ad una delle forme con cui la società e la cultura si organizza, ossia organizza la vita delle persone.

Se il clero medico o psicologico – per fortuna che uno psicoanalista non è clero, si fa di tutto per classificare gli psicoanalisti come parte del clero, ossia nella lista degli psicologi, dei medici, e poi finalmente anche degli psicoanalisti; invece no: non è affatto così (ma non so se vincerò questa battaglia, un giorno o l’altro saremo forse inquadrati, salvo alcuni di noi) -, se un clero conferma le tendenze patogene dei genitori, allora il bambino è davvero perduto, semplicemente perché non ci sono più difese. Non basta un genitore patogeno. Oggi ci sono due grandi scuole contrapposte: nell’una “è tutta colpa dei genitori”; nell’altra “non è affatto vero che i genitori c’entrino, ma dipende dalla biochimica, dal sistema nervoso”; si studia la neuro-chimica e così via. È una discussione inutile, non si tratta né di decolpevolizzare, né di colpevolizzare i genitori, ma di cogliere che occorre, perché ci sia patogenesi, che vi sia un intervento patogeno da parte degli agenti culturali, in questo caso – ripeto – molto concreti: il medico, lo psicologo, lo psichiatra o chi per esso, perché questo finisce per lasciare indifesi i genitori stessi.

Ora riprendo dall’idea di salute – ripeto – faccio il passo indietro. Il dire oggi che l’uomo nasce sano, psichicamente sano, è dire una delle cose ormai meno accettate da tutte le parti.

La sanità dell’inconscio – Parte seconda

Giacomo Contri

Non so quale sia la vostra formazione, cultura, in questa cosa, ma vi propongo una frase detta da qualcuno che non è certo l’ultimo arrivato negli ultimi decenni, che addirittura è stato formale e brutale a questo riguardo; la sua definizione è: l’uomo è un animale malato.

All’interno della stessa teoria di questa persona, esistono soltanto o malattie diverse, o modi diversi di convivere con il proprio essere malati. Anche frasi come questa è possibile che le abbiate sentite, perché ormai espressioni del tipo: “imparare a convivere col proprio sintomo, imparare a convivere con la malattia”, sono frasi che si leggono anche sui cantoni, non dico ancora che siano diventate dei murales, ma quasi.

Allora provo a dare un contenuto alla mia osservazione che invece si parte sani, psichicamente sani.

Al momento, con la formula che mi viene ora, direi che si parte sani per la sola ragione che si parte, che c’è un punto di partenza e che questo punto di partenza è materiale, per meglio dire, sensibile.

Qual è il punto di partenza sensibile osservabile, descrivibile che, per il solo fatto di essere quel punto di partenza coincide, equivale con l’essere sano?

La risposta è semplice. Fa parte di quelle semplicità di cui parlavano gli scienziati di una volta quando dicevano: “una buona formula scientifica è quella che riesce a formularsi in termini semplici ed eleganti”. Non so se vi consta questa espressione, è un classico. La salute psichica consiste, si de- scrive, s’individua, la individuiamo nel solo fatto che c’è un punto di partenza. Dire che c’è un punto di partenza equivale a dire che si parte sani, e questo punto di partenza è il fatto, il puro e semplice fatto descrivibile, osservabile che c’è lì una cosa, che del tutto correttamente chiamiamo organismo.

Freud era saggio quando usava sempre la parola organismo: non partiva mai dalla distinzione mente, corpo, psiche, diceva l’organismo, e basta. All’interno dell’organismo ha descritto delle distinzioni, delle differenziazioni, compresa quella tra pensiero e corpo. Ma non era affatto organicista per il fatto di dire l’organismo.

Allora c’è un organismo che non parte da nient’altro che da degli eccitamenti. È facile-facile! Sappiamo che qualcuno li chiamerebbe stimoli, adesso non faccio più critiche lessicali, ma c’è piuttosto un sussulto da far compiere, da riconoscere immediatamente nella parola eccitamento… politicamente, lecitamente e subito; è ciò che ha già detto Gramaglia prima, introducendo una parola.

Noi siamo molto corrotti intellettualmente nell’uso di questa parola; quando diciamo “vocazione” o pensiamo ai preti, le suore, o pensiamo più modernamente alle professioni, più laicamente, come si crede. Chissà perché si crede che le professioni siano laiche! Le professioni sono un clero, un clero secolare, che esiste, che è sempre esistito, ma che nella modernità è esistito in nuove forme e così via. Ripeto, non è una faccenda di religione, né di tonaca.

Gli eccitamenti dal seno (su cui sono state dette le cose più insensate), che partono dall’offerta di cibo, sono gli eccitamenti derivanti dal fatto che ciascuno di noi si è sentito rivolgere all’inizio – senza distinguere affatto i suoni, o meglio i significanti dei suoni – i fenomeni, gli eccitamenti consistenti nell’esperienza sensibile di quelle parole dette da altri: gli eccitamenti consistenti nel fatto che gli occhi di chi mi ha guardato da bambino si muovevano in un certo modo; gli eccitamenti derivanti dal fatto che una delle esperienze più di base, più fondamentali nella prima infanzia (per cui, come tutti gli animali, si procede a quella graziosa pratica delle nostre deiezioni, per dirla elegantemente, ma immediatamente), diversamente dagli animali, è un’esperienza soggetta a degli eccitamenti o vocazioni che sono ad esempio gli inviti a fare così o cosà, oppure i commenti che vengono fatti su questa inesperienza del bambino.

Allora si parte da eccitamenti. Perché dico che sono delle vocazioni? Sono delle vocazioni (e questo è propriamente umano rispetto agli animali, eccetto, forse, in parte, gli animali addomesticati) per la semplice ragione che non comportano affatto già in sé la legge del loro moto: si sa che cominciano, ma non si sa dove andranno a finire. In altri termini, non sono istinti.

Ho appena introdotto il concetto di pulsione, perché pulsione è il fatto che un organismo parte da un eccitamento e si muove per via di eccitamenti del tutto sensibili, provenienti dalla realtà esterna. Ripeto, siamo sul puro piano dell’osservazione o della registrabilità, persino con strumenti di registrazione. Ma in se stesso, questo organismo non è organizzato in modo tale da comportare in sé la legge di conclusione, ossia non sa dove va a finire con questi eccitamenti; mentre l’istinto – sulla qual cosa si può anche un po’ discutere – si vede abbastanza che negli animali qualcosa di simile esiste.

L’istinto significa l’esistenza di una legge che darà vita, sviluppo, esito, meta, conclusione, soddisfazione ad un eccitamento.
Il soggetto, in questo caso il cane, non deve metterci niente di suo, e anche gli altri intorno non ci mettono un gran che del loro.
Se – e non è specialmente importante che usiamo la parola pulsione piuttosto che un’altra (non bisogna mai essere innamorati di certe scelte lessicali) ― la sola cosa che importa è che un istinto è una cosa, significa che un eccitamento ha già inscritto in sé la promessa della sua meta, della sua soddisfazione.

Invece gli eccitamenti umani sono tali che questa legge inscritta negli eccitamenti non esiste. Non esiste tutta perché resta pur vero che il soddisfarsi mangiando fa parte della meta dell’eccitamento al mangiare ma – per il solito appello che faccio dell’esperienza anoressica – perché s’arrivi a questa meta (del mangiare effettivamente) ci vuole qualche cosa d’altro; ossia la legge del mangiare non è tutta scritta, o tutta inscritta nella natura, o tutta prescritta dalla natura, e nemmeno dall’ambiente, e nemmeno dall’educazione. Ci mette qualcosa di suo, diciamo l’altro, diciamo i genitori, e ci mette qualcosa di suo il soggetto stesso.

Fin qui ho soltanto descritto la normalità: semplicemente non è la normalità del cane! Gli organismi partono da eccitamenti. Si tratta di vocazione, del concetto di vocazione, che si distingue da quello di determinazione naturale del proprio futuro, e neanche di determinazione solo sociale del proprio futuro.

Certo che vocazione, e qui, se volete, potete ispirarvi a quella religiosa, significa che un singolo ci mette del suo affinché i propri eccitamenti di partenza arrivino a una certa conclusione, e si configurino in un certo modo, tonaca o non tonaca. È a partire da questo momento che questo organismo che sta benissimo così, viene eccitato, ripeto, nel senso più descrivibile e più fenomenicamente osservabile. E fin qui è normale.

Essere eccitato significa essere messo nelle condizioni di dovere arrivare a una meta. È il solo dovere ancora normale che esista. Se eccitato, allora un esito a quell’eccitamento dovrà essere dato. Ne farà di tutti i colori, ma un esito dovrà essergli dato. È l’unico dovere non moralistico che la natura o la nostra storia comporta.

Non esiste il caso che noi possiamo annullare un eccitamento, che un bambino piccolo possa annullare un eccitamento. È da lì per esempio che Freud incomincia ad osservare che si sogna, ossia che s’incomincia ad avere allucinazioni, che in un primo tempo sono normali. Nel bambino che allucina il cibo si tratta di una vera e propria allucinazione, ma non per questo è uno psicotico. L’allucinazione è solo uno dei fenomeni del pensiero. Allucinare il cibo significa metterci di testa propria la meta, ossia fornire la conclusione di un eccitamento ricevuto. Se la meta non è avvenuta in modo abbastanza soddisfacente dal di fuori – il che significa: se un eccitamento non è stato integralmente risolto dalla conclusione – dovrà essere cercata un’altra soluzione. L’allucinazione infantile, o i nostri sogni tutte le notti, vanno incontro a questo problema, e una meta va elaborata perché l’eccitamento non è annullabile. Ci imponiamo l’unico dovere che abbia un senso che esso sia rispettato, che è il dovere di portarlo a termine.

Recentemente facevo il paragone col fatto della bella stagione ed un paziente mi diceva delle ragazze che si mettono le magliette, con tutto che ciò comporta, che va benissimo, lo si sa! Questo, che è uno studente, se in quel momento si fosse trovato a parlare con i suoi compagni avrebbe scherzato sulle ragazze, ma diceva che la cosa è graziosa sì, ma fino ad un certo punto, perché questo puro e semplice fenomeno, questo eccitamento chiama a dargli una risposta, e lui diceva: “Ma io non so cosa fare di questo eccitamento!” È stata un’osservazione assolutamente pertinente, è una di quelle osservazioni che possono cambiare la mente di una persona: accorgersi di non sapere che cosa farsene dell’esperienza di un eccitamento, anche quello che ufficialmente, per la nostra mente ufficiale, è più gradevole: “les jeunes filles en fleur“; ed in effetti la maggioranza delle persone, non sapendo che cosa farsene, si trova nello stato di inibizione.

In genere la nostra vita è frustrata, una storia di vocazioni, di eccitamenti; ormai avete capito perché lo chiamo vocazione: perché un eccitamento equivale alla chiamata a dare una soddisfazione a quello stimolo, al quale stimolo non è affatto certo che io sappia che soddisfazione dare, che termine dare o che meta dare. Allora, per usare ancora il gergo corrente, sono nei guai, ossia è sorta una difficoltà che non è certo che abbia una risposta, che abbia una soluzione reale. Continuo a fare il testo un po’ elementare: basta o non basta fare la similitudine dell’arabo, del sole che sorge e tramonta. Al momento mi limito a questa immagine sufficiente: che questo sole che è sorto, che è il sole di un qualsivoglia mio eccitamento, materialissimo, abbia un suo occidente, un suo termine, uguale a soddisfazione (avere un termine è sinonimo di soddisfazione); il che non è affatto certo!

Ma fin qui sono ancora normale. È un dramma, nel senso più letterale della parola dramma, diciamo che non è una tragedia, è una questione alla quale non è possibile che io non dia una risposta. Mi muoverò, non mi agiterò ancora – l’agitazione è già nevrotica – mi muoverò allo scopo di trovarmi una meta. Ma fin qui tutto questo è ancora normale.

Può accadere qualcosa che mi fa passare da questa normalità che include il proprio dramma. Sono stato indotto a muovermi, a questo punto mi trovo in un moto (notare che è un concerto scientifico, è un concetto fisico quello di moto, la fisica si occupa di leggi del moto, Galileo si occupava del moto di certi proiettili, come i sassi buttati o lasciati cadere. La legge era già data o promessa, mentre di questi nostri moti non c’è una legge già data o promessa). Fin qui siamo nella normalità, ivi compreso il dramma, avere una allucinazione è una delle mosse all’interno del dramma, stimolo alimentare, ma non certezza della meta. Non si nota mai quando il bambino allucina il cibo (questo pensiero è detto allucinatorio impropriamente, perché questa parola è stata pescata dal lessico psichiatrico e psicopatologico, mentre il bambino non è affatto psicotico nell’allucinare, di sicuro no!); non ci si accorge, perché i bambinetti, i frugoletti ci sembrano carini, allora l’idea di un dramma non ci viene in mente, perché abbiamo il pregiudizio che l’infanzia vuol dire essere felici, senza danno. Il solo fatto che allucini significa che c’è qualcosa nel suo proprio esistere, nel movimento da parte del bambino che è irrisolto. Ed è così dotato – altro tratto di normalità dalla propria natura di organismo ancora di sei mesi, dieci mesi, venti mesi – da poter mettere in opera l’apparato del proprio piacere. Non avendo vissuto un’esperienza di moto conclusivo – riguardo allo stimolo o all’eccitamento o alla vocazione alimentare – me la invento.

Vedete che quello che in passato veniva chiamato l’apparato psichico è già tutto fatto. Il pensiero è lì apposta a pensare alla meta dei propri eccitamenti. Questo pensiero che pensa la meta del proprio eccitamento è interessante: il bambino può avere un anno e mezzo o due di vita, ha già iniziato a parlare, ci racconta al mattino il contenuto del sogno. Può avere sognato il cibo che ha mangiato la sera prima, magari una cosa per lui interessante e ghiotta e di cui ha dichiarato il proprio piacere, una cosa che gli piace. Se ha cenato bene, se si è trovato in buona compagnia, magari ha fatto una buona serata, è andato a dormire volentieri, cioè è un bambino tutto felice, ma al mattino ha sognato quella cosa che gli è stata data a cena e che lui ha apprezzato, in buona compagnia, eppure l’ha sognata. Se l’ha sognata vuol dire che, malgrado tutto, l’esperienza di quella sera prima non è stata meta sufficiente per quell’eccitamento, consistente nelle fragole piuttosto che di qualsiasi altra co- sa.

Fin qui abbiamo il bambino normale. Notiamo che l’indice del bambino normale è che il sogno ce lo ha raccontato. Anche qui faccio un’anticipazione di un po’ di decine di metri o centinaio di metri, annotando che uno degli indici che il bambino o l’adulto ha cominciato ad ammalarsi, o il ragazzo ha cominciato ad ammalarsi (e questo lo saprete per la vostra stessa esperienza), è quando il sogno non ce lo racconta più, non viene più a dircelo. Cosa significa se ci racconta il sogno? Che cosa significa se non ce lo racconta più? Che cosa significa che fino a quell’età ci faceva delle confidenze e dopo non ne fa più? Significa un fatto assolutamente preciso all’interno di ciò che vi stavo dicendo a proposito di ciò che è messo in moto, in cui un organismo è messo in moto da un eccitamento. Finché ci racconta il sogno o ci fa delle confidenze significa che considera noi come elementi, come parti componenti il suo moto stesso, come vantaggiosi al suo muoversi, come coerenti, ma vantaggiosi è la parola più giusta. Nel momento in cui non ce lo racconta più vuole dire che c’individua come indifferenti, oppure dannosi ai fini del suo interesse, ossia della sua meta, della sua soddisfazione. Annota se non un divorzio, almeno una separazione, e del resto i genitori non hanno mai mancato di accorgersene. Prima o poi è accaduto a tutti i genitori un bel giorno di rimproverare al proprio figlio o alla propria figlia: “non hai più confidenza”. Vi sarà capitato come figli, vi sarà capitato come genitori. Che cosa annota questa frase dispiaciuta? E sappiamo quanto dispiaciuta per dei genitori. Annota, nel lessico e nella fraseologia che sto seguendo io, che è accaduto che con il tuo moto, con le tue vocazioni, o con i tuoi eccitamenti io con te non ho più a che fare, o che ho meno a che fare: non sono più chiamato come componente del tuo interesse, del tuo interesse di moto, del tuo interesse eccitato in ordine a un fine.

Faccio un’aggiunta. Tutto per il solo fatto che c’è un punto di partenza che prefigura la necessità di una meta, di una meta dell’eccitamento; niente di mistico in certi discorsi. La parola meta va presa come strettamente sinonimo di fine o termine, di punto in cui si conclude, diciamo così, la carica iniziata da un eccitamento.

Ho descritto come componenti di questo moto nientemeno che gli altri; quindi vedete che non si tratta d’intersoggettività, d’interfacce, di tutte queste cose assurde che dicono gli psicologi, ma si tratta del fatto che pochi altri, a partire dal bambino, esistono, hanno esistenza reale come partners della legge da inventare del proprio moto per arrivare a concludere, del soddisfarsi in lui dei suoi momenti, cioè eccitamenti di partenza. Ho anche detto che il pensiero stesso fa parte di questa normalità, l’esempio dell’allucinazione è solo uno dei più piccoli.

Adesso porto l’esempio della bambina di due anni che è lì col piatto, sta mangiando; la mamma ha preparato il piatto, cosa normalissima, che noi classifichiamo nelle banalità. Bambina contenta, in buona salute, allegra, assente il minimo segno di qualsiasi patologia e anche di qualsiasi bisogno, quindi di qualsiasi oggetto di domanda rivolgibile a chi passasse di lì. Il padre passa di lì semplicemente perché è in casa anche lui, sta facendo i fatti suoi, in quel caso in particolare sta leggendo il giornale, mentre la bambina mangia, e tutto va bene. La bambina rivolge una domanda al padre consistente nella seguente frase: “Aiutami a mangiare”. Interessante! Provate voi stessi a fare mente locale, cioè a seguire il processo mentale che ho fatto io, che vi sto descrivendo. Non c’era nulla da domandare, come per altro il padre stesso ha verificato perché la domanda non era affatto domanda di qualcosa d’altro rispetto a ciò che aveva detto, non era neppure domanda un filino regressiva di essere imboccata, e null’altro ancora di tutta la casistica che ci si può inventare. Allora che cosa domandava? Domandava che nel suo movimento, in questo caso nel portare a termine l’eccitamento nascente simultaneamente e dall’appetito e dall’avere l’esperienza di offerta di cibo, questo signore, questo altro, da lei fino allora colto, individuato come componente del suo arrivare alla soddisfazione, si rendesse presente sulla scena della sua soddisfazione, che fosse uno dei partners del suo moto a meta. Infatti per quel padre è bastato sedersi lì ed ha continuato a leggere il giornale, e non c’è stata la pur minima altra richiesta, le due chiacchiere che si fanno con i bambini, molto interessanti. Non so se avete mai osservato che finché sono sani sono dei conversatori formidabili, e un errore che l’adulto può commettere col bambino è di conversare in forma riduttiva, infantile. È un gravissimo errore, con un bambino si conversa e basta, esattamente come con chiunque altro, oltretutto è gradevole.

È meta il pensiero stesso e gli altri come componenti di questa legge del moto che il bambino si trova a costruire con le proprie mani e con la propria testa, o con le proprie labbra con la domanda detta prima dalla bambina. Tutto questo è sano, tutto… questo è la sanità, il dramma compreso. Non esiste in tutto ciò, nell’osservazione che ho fatto io stesso, nulla che possa essere descritto come patologia, dramma compreso. A questo punto può accadere qualcosa, che io descrivo piuttosto come un cessare di accadere qualcosa, ed è qui che entrano gli altri come patogeni.

Vi do un esempio che ho sentito molto recentemente da una paziente anoressica, ora passata a superbulimica, passata dai 25 kg per due volte, ai 95 kg. Su questa incredibile abilità anche negativa vi parlo sempre di competenza soggettiva a portarsi dal minimo al massimo. Un esempio di intervento patogeno che cosa domanda? Una meta? Ma usiamo pure un’altra parola per non essere prolissi e monotoni nell’usare sempre la stessa parola: domanda il piacere? Che cos’altro domanda? Ma cos’è il piacere? Il bambino non ha una lista precostituita del piacere. Non so se conoscete la rivista Il piacere, forse in edicola c’è ancora. In qualche modo la rivista Il piacere cerca di ricostituire in forma storica il catalogo dei piaceri. Il bambino non ha alcun catalogo dei piaceri, ma non perché non è ancora abbastanza grande, ma proprio perché è sano. Ossia l’adulto è sano nella misura in cui − nella sua mente, sia pure egli il più colto, il più vissuto nella vita, il più sperimentato, il più navigato, il più esperto come si dice, di tutti i piaceri − rifiuta di avere una lista precostituita di quali sono i piaceri. Nella misura in cui il piacere e la conclusione di un eccitamento coincidono, tutto questo prefigura una lista aperta. La sola condizione per il piacere è che un eccitamento venga portato a termine. Questo apre la lista, non fa una lista chiusa.

Benissimo, cosa ha fatto questa madre? Questa figlia ha raccontato che intanto non ricordava che la madre le preparasse delle cose a lei gradite, poi ha ricordato che le era successa un’esperienza apparentemente opposta, che quel paio di volte che lei bambina aveva dichiarato di avere gradito un certo piatto, in due anni diversi poniamo, due tipi di piatti diversi, per quindici giorni consecutivi a pranzo e a cena è arrivato quel piatto.

In cosa è consistito l’atto patogeno, strettamente patogeno di questa madre? Dico strettamente patogeno. Non sta tanto nell’aspetto un po’ asfissiante. L’aspetto patogeno sta nel fatto che il piacere, ossia la meta è stata negata, perché il piacere è stato stravolto in una tutt’altra dimensione psichica: è diventato un dovere. Lo stesso piatto per quindici giorni, pensate! Quel piacere a registro del dovere.

E i doveri? Se facessi un po’ di sistematica possono essere classificati in due categorie: come doveri di natura, da legge naturale; o come doveri morali.

Il primo atto patogeno è quando la lista aperta del bambino riguardo a ciò che è piacere, che vuol dire meta, conclusione e movimento, viene chiusa, con quei due ordini, con quelle due categorie di prescrizioni impossibili.

La prima è la categoria naturalistica. Ad esempio: “Mangia perché ti fa bene”. Una delle cose che abbiamo sperimentato tutti, e ci ha appesantito l’infanzia, con l’idea che “questo” dovevamo prenderlo perché ci faceva bene. C’è addirittura una storia di Jerome K. Jerome di Tre uomini in barca con tutte le barzellette su questo modo di ironizzare: soltanto che la cosa non è comica! Perché rispetto a questo tipo di intervento, quando si è un po’ grandicelli può anche darsi che si sia guariti abbastanza dalle conseguenze di questo genere di interventi, che ci si sappia difendere, ma il bambino a due anni non ha i mezzi della difesa.

Il mezzo della difesa consisterebbe nel saper individuare il preciso salto di piano, di registro, di cultura, di psiche, di intervento che il genitore − agendo in questo modo − impone al bambino. È abolita la dimensione del piacere, ossia della meta, per imporre la dimensione puramente astratta di un “deve essere così”.

Ora nessun eccitamento ha meta nel registro del dovere, l’eccitamento ha meta solo nel registro del compimento. La parola piacere significa questo e nient’altro che questo. Così ho almeno introdotto l’idea di patogenesi con questi modesti esempi.

Finisco, con un’idea che mi è diventata sempre più importante negli ultimi due anni, con un’annotazione sull’ingenuità.

Fa parte delle confusioni psicologiche e morali di ogni tempo, ma soprattutto del nostro, la confusione tra ingenuità e innocenza. Dico sempre che l’ingenuità del bambino è il cavallo di Troia della patogenesi, che altri possono indurre in lui.

Cosa sia l’ingenuità l’ho appena descritto. Il bambino non è in grado di rispondere a un simile insulto per cui viene indotto ad abbandonare il registro del piacere per passare a quello del dovere. E non capisce neppure cosa sta succedendo.

Il “non capisco cosa sta succedendo” si chiama ingenuità. Fra le parole con cui lo si può chiamare, lo si può chiamare con la parola ingenuità. Ma l’ingenuità non è una malattia del bambino. La definisco come la pecca sana in una natura psichicamente sana, ma è una pecca. È l’assenza della facoltà di capire cosa sta succedendo, ossia che sta succedendo un vero e proprio cambiamento in me. Non è la meta, ossia il piacere a cui dovrai aspirare, ma è un dovere astrattamente configurato.

Allorché noi ci occupiamo, e qui concludo, di tutte le patologie di questo luogo dove siamo ora ospiti, di ogni altra patologia non da ospedale, descrittivamente e clinicamente rileviamo che, nella misura stessa in cui siamo psichicamente disturbati, malati, siamo in una psicopatologia, quale che sia, in questa misura stessa noi vediamo dei soggetti che hanno – in misura direttamente proporzionale alla gravità della propria malattia – sostituito il dovere al piacere. Tutto viene fatto per un qualche dovere, non esiste null’altro che il dovere.

Il catatonico lo mostra in un modo flagrante. Il catatonico è quello che viene mosso, si lascia muovere il braccio, se lo si lascia andare ricade giù. Finché è interna, esclusivamente interna, la dimensione del puro dovere, non esiste un caso più manifesto di questo. Così interno a una cultura, pura cultura del dovere, abolizione di ogni meta. Lo schizofrenico o il catatonico è abbandonato a ogni esistere in una meta. Dalla sua vita la dimensione meta è scomparsa, ed esiste soltanto la dimensione del “se devo, ossia tu me lo fai fare”, che è una delle forme del “devo”, è addirittura la forma più assoluta.

E’ così assoluta che non mi oppongo neppure. Io catatonico, se facessi resistenza, vorrebbe dire che non sono del tutto convertito, o meglio pervertito nella dimensione del dovere, una qualche difesa resta. Io catatonico che mi comporto, non comportandomi, ma tutto il mio comportamento è pragmaticamente soggetto a ciò che tu mi farai, mi sposti lì e sto lì, significa che sono entrato nella dimensione del puro dovere. Essere entrati nella dimensione del puro dovere, ed essere schizofrenici è esattamente la stessa cosa.

È una definizione clinica quella che in questo momento ho sostenuto, ossia la definizione che ho appena dato descrive, dico semplicemente descrive, o tutta o almeno gran parte della patologia manifesta clinica dello schizofrenico, almeno secondo Freud.

Ecco, ho fatto un po’ una parlata cercando di individuare un’idea di base.

Ora mi fermo, vediamo un po’ cosa possiamo aggiungere.

La sanità dell’inconscio – Parte terza

Giancarlo Gramaglia

Mi veniva in mente una frase che sentiamo spesso, “il paziente si difende”. Oggi abbiamo colto la patologia di questo “psico”, che normalmente dice: “Ah! Problema: il paziente si difende!”. Mi verrebbe da dire: “Meno male che si difende”! Questa è proprio un po’ una riflessione a caldo sul ribaltamento dell’idea di difesa che oggi abbiamo sentito, perché la psicologia e la psicoanalisi parlano di difesa in termini di offesa, cioè bisogna togliere le difese, quindi bisogna andare ad offendere.

Giacomo Contri

Sono d’accordo col richiamo alla parola difesa. Forse sapete che Freud aveva chiamato la nevrosi, “nevrosi o neuropsicosi da difesa”. Un giorno ha detto: “Va benissimo, se però noi guardiamo dalla parte di chi è patogeno, noi dovremmo parlare di offesa” e in particolare le perversioni verrebbero chiamate neuropsicosi da offesa.

Ma proseguo. Ingenuità – di cui ho parlato – significa non difesa. Non difesa rispetto a che cosa? Non è affatto rispetto alle botte, in fondo neanche ai rimproveri. È ingenuità e l’assenza di difesa con incapacità intellettuale di cogliere a quale dimensione mi sta facendo passare l’altro: è il pensiero dell’altro che non riesco a cogliere. È questa l’ingenuità, che prima ho de- scritto come passaggio dal registro del piacere al registro del dovere, come il passaggio patogeno, passaggio offensivo.

All’inizio di fronte a questo non c’è difesa. I bambini da tantissime altre cose sanno difendersi, persino dai torti fisici, dalle proibizioni: se ne inventano una, e fanno lo stesso quello che avevano in testa di fare. Il bambino normale è quello che è capacissimo di disobbedire, per fortuna! Ossia non c’è nulla di patogeno per il bambino allorché nel pensiero e nel discorso, nelle parole insomma dell’altro, non c’è un qualcosa che non può intendere. Finché lo può intendere non c’è nulla di patogeno.

A questo punto noi dobbiamo fare il passaggio, visto che si parte senza difese, e questo fa parte della natura sana. È quello che ho chiamato peccato originale nella natura. Indipendentemente da quello che voi personalmente pensate sul peccato originale. Il peccato originale nella natura non è il fatto che si nasca malati (questo anche i teologi non l’hanno ancora capito!): si nasce sani. Ma c’è un aspetto di questa sanità che coincide col non avere – in questo caso -, col non saper distinguere tra due cose ben diverse che mi sono dette da un altro.

Ho detto prima: il piacere e il dovere. Il che significa il passaggio da una vita con interesse per arrivare ad una meta, all’abbandono dell’interesse per arrivare ad una meta. Ho portato l’esempio estremo dello schizofrenico che ha abbandonato ogni interesse alla meta, e tutto è passato a dovere. Il che significa non più lavorare in ordine alla meta, ma non più lavorare, la soggezione più totale al dovere. È un altro che mi solleva il braccio, non lo faccio neppure io, fa tutto lui. La forma più grave di patologia è quella che si esprime nel “fai tutto tu”. Il più malato dei malati psichici è quello che si affida integralmente al solo medico.

Cosa fa lo psicoanalista? Ora non sto facendo psicoanalisi, sto solo descrivendo con modalità diverse. Lo psicoanalista è quello che dice: “Io ci sto, incomincia tu, fa tu”. La risposta dello psicoanalista è: “Non è affatto vero che tocca a me fare tutto”. Ma non perché sono gentile allora dico: “Facciamo a metà perché siamo in democrazia”. È perché “tu inizierai un processo di guarigione se inizi a riprendere l’iniziativa”, il che significa “se ti rimetti nel registro del piacere, ossia di meta”.

Naturalmente lo psicoanalista non sta a fare tutti questi discorsi al paziente, ma il senso di questo atteggiamento, oltretutto tecnico, è precisamente questo. Infatti sappiamo fin troppo bene che non esistono guarigioni sul puro piano medico. Nella misura in cui il medico accetta di essere quello che fa tutto è integralmente interno alla psicologia del malato, che è malato proprio nella misura in cui domanda all’altro che sia lui a fare tutto. È precisamente ciò che ha fatto quella madre che per quindici giorni consecutivi, a pranzo e cena, ha portato il piatto preferito.

A questo punto – e su questo concludo – le difese non sono un corredo della natura, bisogna inventarsele. Sono un’invenzione. Se parlassi in termini di una certa retorica, logica di un altro tempo, userei la parola  latina: questo è un caso di inventio. In quanto tale qualsiasi difesa, senza eccezione, è normale ed è un indice di normalità: il soggetto è riuscito a inventare i mezzi o le soluzioni per il proprio fine. È questo l’indice della normalità. Io non sono d’accordo a parlare di difese patologiche: se è difesa, allora non è patologica. Noi dobbiamo correggerci, perché una difesa è sempre una cosa nuova, è un’invenzione, è un’acquisizione, è un più, e come tale è normale.

La patologia non è nulla di inventivo. Le patologie sono misere, povere. Tutt’al più si può dire, solo perché lo si constata, osserva, che ci sono difese insufficienti. Fino ad un certo punto si è in grado di elaborare solo difese ancora insufficienti, che non bastano. È la difesa insufficiente, ma la difesa insufficiente ha questo difetto, che finisce − come si dice − per fissarsi, e finirò anche a quarant’anni per adottare una difesa già adottata da bambino. Diventerà uno schema, diventerò ripetitivo, e anche quando non ce n’è bisogno continuerò a regolarmi secondo quella buona soluzione trovata trent’anni prima.

“Per aiutare qualcuno a guarire, bisogna guarirlo dalle sue difese”: è l’idea più patogena che esista sulla faccia della terra. Uno si è ammalato perché o non aveva le difese o è stato sgominato nelle sue poche difese. Purtroppo da psicoterapeuti vogliamo togliere le difese.

Se mai c’è da aggiungere ancora questo, che possiamo concepire che cosa è una guarigione proprio a partire dal pensiero delle difese piuttosto che da un altro. Una difesa, non solo la capacità di difesa, è una cosa nuova, è un elaborato, è un accaduto psichico, è un fattore in più che accade nella mia mente. A questo punto una guarigione vuol dire il passaggio a difese adeguate, efficaci. Se prima non c’erano e dopo ci sono, significa che una guarigione non può essere soltanto un riportare a prima, ma deve accadere qualche cosa di psichicamente inedito perché si dia guarigione. È corretto parlare di guarigione; oggi il novanta per cento degli psicoanalisti nega questo concetto stesso, come si nega l’idea di salute psichica all’inizio, così si nega tutto, che ci sia guarigione, che ci sia malattia.

Allora l’idea di qualche cosa di nuovo. La guarigione non è paragonabile al suo concetto medico. Si deve mantenere il concetto di guarigione, come quello di salute, ma così come quello di salute non è semplicemente sovrapponibile, identico a quello medico di salute, così quello di guarigione non è sovrapponibile a quello medico, perché la medicina non comporta che si sia data una novità nell’organismo per cui si possa parlare di guarigione, mentre in questo caso sì.

Passare a difese che prima non si avevano è una novità, anche se lo si potrebbe descrivere con un’espressione molto popolare, è una bella difesa quella di uno che un giorno sa dire: “non me la fa più nessuno”. È un evento nuovo nella vita psichica di una persona, negli affari per esempio, negli affari psichici come negli affari economici. È accaduto qualcosa di nuovo nel soggetto in questione, sia esso un affarista, sia esso impiegato. L’idea di guarigione come novità è veramente un’idea da sostenere.

Giancarlo Gramaglia

Una difesa nell’ordine del patologico, del pathos che si ripete. È una difesa invece nell’ordine del normale, della creatività, propria dell’invenzione.

C’è difesa e difesa.

Giacomo Contri

Vediamo un esempio. Dopo tutto prima ho parlato di un esempio di difesa senza averla chiamata tale. Nel caso dei quindici pasti ripetuti, quella bambina ha almeno largamente interrotto i “rapporti diplomatici” con la famiglia, ha cessato le confidenze e così via. Come si chiama questo? Sapersi difendere. Ha interrotto i rapporti con qualcuno che le faceva male. Chiarissimo, limpido esempio di difesa. Sennonché questa difesa era difesa dalla persona, ma non era difesa dal contenuto dell’intervento patogeno di quella persona. Non ha potuto cogliere che la patogenesi stava nell’essere trasferita, questa figlia, dalla dimensione della meta o del piacere a quella del dovere astratto. Quindi ha potuto difendersi dall’agente patogeno personale, ma non dal contenuto dell’intervento patogeno.

In questa persona che cosa ha prodotto? Che è andata avanti per tutta la vita. Adesso è già cambiata, sta meglio, con parziale effetto dell’analisi, ma per lunghissimo tempo ha continuato a protrarre questa iniziale difesa relativamente efficace in tutti i suoi rapporti, alla fin fine ha cessato ogni confidenza con chicchessia, ossia ha protratto una difesa applicandola a tutto l’universo dei suoi rapporti. È improprio chiamarla una difesa patologica, ma semplicemente è una difesa che è stata adottata come soluzione adeguata anche quando non serviva più.

Il giorno che è arrivata da uno psicoanalista che cosa ha fatto? Ha interrotto il meccanismo ripetitivo dell’usare questa difesa parzialmente adeguata a suo tempo, per ricominciare con qualcuno – di cui ha supposto potersi fidare – il dire, ossia a inserire un qualcun altro, per il proprio interesse ad avere dei moti conclusivi, concludenti e soddisfacenti. Ma la difesa non è patologica in se stessa. Era patologico il fatto che, un po’ come si dice, “si mangia la minestra che passa il prete”, la minestra che il suo convento le ha passato è stata solo quella difesa lì, o poche altre analoghe, e quindi non ha fatto altro che adottare questo schema. Per questo si parla di fissazione. In questo caso c’è stata una fissazione a quella difesa che per un momento era buona, ma non poteva servire per tutta la vita, per tutti i rapporti possibili.

Giovanni Callegari

Un eccesso di difesa.

Giacomo Contri

È vero, si può parlare di un eccesso di difesa, proprio come nell’aggredito che si difende un po’ troppo. In questo caso, invece che difendersi troppo con atti violenti nei confronti della madre, si è difesa troppo con questo schema applicato in eccesso, con un eccesso di difesa applicato a tutto l’universo dei suoi rapporti. Sì, è questa l’idea, perché la difesa adeguata è quella che è giusta, giusta nel tempo e nello spazio, è adottata solo in quel certo tempo e solo secondo il fine di una difesa, del difendersi da un’offesa.

In questo senso, ad esempio, bisogna stare attenti a cogliere che nella difesa c’è la messa in atto di ciò che nell’antichità è stato chiamato vendetta. La vendetta è una cosa eccellente, lo ripeto sempre, lo dice anche la Bibbia, Dio stesso dice: “La vendetta è una cosa così eccelsa che ve la faccio io, voi non siete all’altezza di questa eccellente difesa”. La vendetta è la forma di giustizia più perfetta che sia concepibile. “Occhio per occhio” è il massimo della perfezione della giustizia, tant’è vero che nel nostro mondo noi non possiamo dire che c’è la giustizia perché l’ “occhio per occhio” non si può raggiungere mai. Il diritto penale non è “occhio per occhio”, è infinitamente inferiore, in termini di giustizia, all’ “occhio per occhio”.

Io non sto sostenendo che il diritto penale dovrebbe fare la vendetta, attenzione. Questo lo fanno in Arabia Saudita credendo di riuscirci, commettendo l’errore di contravvenire alla proibizione del Dio biblico che dice: “la vendetta è solo affare mio, sono io abbastanza intelligente per concepire la vendetta, voi non abbastanza, né a livello individuale, né a livello di difesa penale”. Gli islamici la proibiscono all’individuo, ma cercano di praticarla, ecco l’integralismo, almeno a livello di giustizia penale di un paese. Secondo me vanno contro il dettato di Dio. Magari di questo ne parliamo in un seminario diverso. No, io non obbietterei a un islamico di essere un cattivo credente, l’islamico è un credente, un vero credente. L’errore islamico sta nel sostituire ai nostri codici penali di giustizia imperfetta la perfezione della giustizia della vendetta: hanno il torto di ritenere che, almeno a livello di società, la vendetta sia praticabile, l’ “occhio per occhio” sia praticabile. Ma ora non facciamo discorsi successivi.

Le difese sono vendette, non c’è alcun dubbio, giuste, adeguate e non, e infatti accade l’eccesso di difesa, cioè si finisce per andare oltre, ossia per compiere ingiustizia che in questo caso è tanto a loro danno, quanto di coloro che hanno fatto danno.

Da quanto abbiamo capito noi potremmo benissimo essere usciti da una famiglia di schizofrenici. Come si dice, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anche in psicopatologia bisogna dire: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, ma non c’è alcun dubbio che le famiglie di tutti coloro che sono ospiti in questa cinta, sono dei soggetti che passano la vita a disastrarsi l’esistenza reciprocamente, passano la vita in eccesso di difese, senza nemmeno quella fuoriuscita dalla famiglia.

Ci sono soggetti che hanno come unica dimensione sociale la famiglia, ossia quella in cui tutti sono diventati patogeni verso tutti gli altri. La psicopatologia è diventata la cultura individuale di una serie di soggetti che non riescono a guarire in ogni modo. È diventata a tal punto una cultura individuale da, ad esempio, abituarli al “fa tutto tu”. Questa è cultura psicopatologica in atto.

Giovanni Callegari

Staremmo altro tempo ad ascoltare volentieri Contri, ma penso che proprio per ragioni anche di distanza, sia meglio chiudere qui, per cui ringraziamo.

Giacomo Contri

Val la pena di aggiungere, chiedo scusa, che noi non abbiamo ancora parlato in tutto quanto detto questa sera, di inconscio. E l’inconscio viene un passo dopo. Ancora non ci siamo. È un concetto molto preciso, è quel pensiero che pensa la propria meta, magari con l’allucinazione o con la difesa, questo viene un istante dopo.

Giovanni Callegari

Colgo l’occasione per invitare Contri, magari il prossimo anno − vedremo di elaborare dei progetti − e speriamo di averlo ancora qui a fare questo cammino, questo passo.

 

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