Creature solitarie

*BASTA CON L’ARTE E LA POESIA COME ESPRESSIONE SINTOMATICA DI ROMANTICI ARTISTI “CREATURE SOLITARIE”: L’ARTE E LA POESIA POSSONO ESSERE FRUTTUOSA RELAZIONE DI UN SOGGETTO CON L’UNIVERSO PER LA SODDISFAZIONE RECIPROCA *

Sembra che nell’arte contemporanea vada di moda e faccia mercato l’arte come espressione di “traumi infantili” che l’artista ossessivamente riproduce simbolicamente nelle sue opere (vedi la scultrice franco americana Louise Bourgeois recentemente scomparsa). Ma quando ci si mette anche un giornale come il “Manifesto” nell’articolo sulla poesia del 21/08/10, relativo al poeta al tempo della posta elettronica, forse è meglio chiarire qualcosa rispetto all’idea che il L.F.L.P. intende portare nel sociale rispetto all’arte e alla poesia. “L’arte è la dimostrazione . . . che la legge universale di moto (S & A) costituisce il rapporto, . . . in modo tale che avvenga la scelta degli altri più interessati . . . (G. Gramaglia) cioè l’arte è una forma espressivo/relazionale del soggetto per cercare relazione e soddisfazione in Au: non è sintomo e malattia! Allora, cominciare l’articolo sulla poesia (come detto prima sul “manifesto”) con la citazione di Kafka sulla “poesia come malattia” è veramente sbagliato e fuorviante: se l’arte e la poesia hanno caratteristiche sintomatico-nevrotiche che diventano l’essere stesso del poeta e della poesia non riusciremo mai ad avvicinare consapevolmente alla poesia soggetti individuali e sociali “capaci” di arte e poesia: cioè di idee fruttuose da lanciare nell’universo che con “qualc’uno” possano fare relazione soddisfacente e fruttuosa. Via di questo passo, nell’articolo si parla di “poesia come lingua ariosa, leggera … capace di tenere a freno enormi flutti” Boh? Che gli “enormi flutti” siano i pensieri fruttuosi di ogni soggetto/poeta che bisogna imbrigliare/sistematizzare in parole poco disturbanti e solo “ariosamente” coinvolti? Veramente, questa è una ottima strada per far tacere per sempre tutti quei possibili soggetti, che sentono ancora la competenza personale per dire e pubblicare pensieri. In realtà, si chiama “docetismo” ed espropriazione della facoltà di ogni soggetto di dire/relazionarsi. Utilizzare Kafka come “grande poeta” che fa da “maestro” a tutti i poveri soggetti che provano a fare arte e poesia è privare ogni soggetto della propria competenza individuale all’espressione: “. . . che è sinonimo di principio di piacere . . . consolidato o meglio legittimato nella facoltà di giudizio”. (G. Gramaglia). Invece, il docetismo implicito e condizionante nell’usare un “grande padre simbolo” come giudizio discriminante su cosa sia o non sia arte e poesia, oltre a privare i soggetti stessi dell’eredità espressivo artistica che possano riconoscere in Kafka, ne costituisce la rinuncia, sostituita da una grigia e massiva identificazione espressivo-poetica che priverà ogni soggetto che voglia “produrre” fruttuosamente poesia della sua realtà espressiva, della sua ricerca relazionale di soddisfazione. Non solo, tralascio la chiosa finale che si commenta perversamente da sola del: “poeta sempre solo … che attende senza pace il nulla della morte … (doppio sic!), ma vorrei ancora riprendere il commento che l’autore dell’articolo fa all’utilizzo del linguaggio poetico, perché ancora tipico di una visione docetista-perverso-romantica dell’arte e della poesia: sembra che nella poesia contemporanea e quella che corre nella “rete” prevalga: “l’esibire il terremoto, le rovine della lingua. Il risultato è la fuga . . . e ogni poeta resta solo a riprovare numeri che non interessano a nessuno . . . che significa: signori poeti fate attenzione a come scrivete, altrimenti non vi leggerà nessuno, invece usate linguaggi semplici con idee semplici, per lettori sempre più “semplici” (doppio sic!) che significa consumatori di poesia, che non cercano relazione soddisfacente, ma un qualsiasi prodotto da consumare e poi gettare! Questa purtroppo è l’idea ricorrente oggi di arte e poesia, ben confezionata attraverso pedagogiche identificazioni con i “grandi poeti” del passato. Una sola considerazione: il linguaggio poetico di un soggetto che insegue pubblicazione/ricerca di soddisfazione attraverso i suoi scritti non omette e non sistematizza i suoi pensieri fruttuosi: come nella relazione psicoanalitica i suoi pensieri fruttuosi non si nascondono o non sono perversamente sublimati (la sublimazione è una perversione!) attraverso la dimensione simbolica del linguaggio, non usano il linguaggio simbolico come una “ciste” che fa da scudo alla deflagrazione in Au del loro pensiero, ma la dimensione simbolica linguistica (come in ogni altra forma artistica) è solo uno strumento contingente, modificabile, scomponibile, intercambiabile per dire la realtà e il desiderio che si accompagna nel dire poetico e artistico. Quindi non c’è “a priori” un linguaggio convenzionale che piace al pubblico (tra l’altro già profondamente condizionato dalla sottocultura pseudo-artistica-mass-mediale di oggi) ma c’è il linguaggio di un soggetto che nella sua competenza espressiva va a cercare in Au un altro per comunicare fruttuosamente. “Forse a qualcuno un giorno piacerò” (G. Gramaglia) questo significa avere per il soggetto una legge del proprio desiderare e non essere sottomesso alla legge oggettivante di un linguaggio artistico usato come gadget, consumato, sottoposto a false leggi di mercato. Naturalmente, come penso sia già chiaro, tutto questo discorso è valido per ogni forma di arte contemporanea. Concludendo: occorre decostruire radicalmente posizioni sull’arte e la poesia come quelle espresse nell’articolo sul “manifesto” (e ne trovate altre che non provo nemmeno a commentare data la loro perversione, vedi quella verso la fine dell’articolo sul “poeta alla guida di un’impresa fallimentare . . .) perché si tratta di posizioni profondamente anti-soggettive, dove l’arte è pensata come un’intuizione, un dono per pochi e solitari esseri, soprattutto è pensata come elitaria e non cruciale per fare relazione e soddisfazione fra gli individui. Invece il pensiero psicoanalitico e del L.F.L.P. sull’arte è esattamente l’opposto: l’arte, lungi dall’essere perversa sublimazione, è un tentativo di fare relazione a soddisfazione in Au, quindi relazione fruttuosa dove il linguaggio non omette e non sistematizza nessuna espressione e dove il soggetto può portare a soddisfazione il talento di A altri interessati nella loro competenza espressiva. L’arte e la poesia sono espressione di “tutti i soggetti possibili interessati” Non di poeti nevrotici e romantici (sic!). Quindi un’arte a disposizione di tutti i soggetti socialmente interessati: un’”arte democratica” a partire dall’espressione di ciascun soggetto. Forse, i pochi rimasti intellettuali organici e docetisti della sinistra italiana (quelli di destra, purtroppo, sanno bene cosa fare attraverso la tv e i giornali del “padrone”) hanno qualcosa su cui meditare.

– G. Gramaglia – Rubrica di psicologia della vita quotidiana – L.F.L.P
– F.A. – Il poeta ai tempi della posta elettronica. – “Il Manifesto” – del 21/08/2010

 

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