Non mi sbagliavo

16 novembre 2016

Ernesto Rinaldi

La certezza offusca il pensiero. Aforismi aforici ed. Pinco Pallo.

Ho vissuto la fase dell’adolescenza in una riservatezza di contatti con gli altri. Allora ero solito camminare con lo sguardo basso per non dover incontrarne un altro. La bellezza della natura, che apprezzavo nelle sue manifestazioni, mi pareva l’unica compagna del vagabondare dei miei pensieri. Prediligevo l’assolata solitudine del deserto, dove il senso del cammino è per lo più indifferente.
La mia soluzione al vivere nel mondo è stata quella di distaccarlo, isolarlo ed isolarmi in pensieri che introducevano solo ad alcune poesie di illustri poeti, a testi di grandi pensatori di indiscussa superiorità, come Gesù che con un gesto poteva guarire i cechi e umiliare i superbi.
La via dell’umiltà e della modestia di vivere mi si spalancava davanti come l’unica percorribile in un contesto in cui molti o forse tutti si mettevano in mostra e facevano a gara per ostentare ricchezze e beni materiali a differenza della virtù del bene spirituale in cui io mi rifugiavo e che praticavo nella certezza di non sbagliarmi insieme a quei pochi saggi che sapevano e potevano comprendermi.
In questo romito esilio di sconsolato sacrificio si compiva il destino della mia vita come missione dell’eroe che si sacrifica per l’ideale: Gesù, Muzio Scevola, gli eroi Troiani erano gli esempi luminosi a cui tendere.

C’erano compagne di scuola che mi piacevano ma: una era troppo bella, un’altra era troppo banale, un’altra troppo bassa o troppo alta, poi una rideva troppo. Troppo, troppo, troppo troppo era una cantilena che a forza di ripetere perdeva senso; la parola smarriva il suo significato e da questo turbinio non riuscivo a risolvermi, era come soggiacere ad una febbre che non sarebbe passata.
Una domenica mattina una ragazza che conoscevo mi chiese di accompagnarla a casa, con piacere mi sono offerto di farlo. Durante il tragitto pensavo di invitarla ad uscire con me nel pomeriggio, ma quando siamo stati davanti al portone di casa sua mi sono mancate le parole per farlo, la paura di ricevere un rifiuto ha avuto il sopravvento. Così Claudia, questo il suo nome, è rimasta per tanti anni lì, fissata ad un possibile amore vagheggiato e mai consumato e che tornava a tormentarmi con una inevitabile conclusione: ero destinato ad essere solo e, non mi sbagliavo.
Poi una mattina mentre mi preparavo per andare a scuola, frequentavo un istituto tecnico in corso S. Maurizio proprio sotto la Mole, mi dissi che così non andava e che dovevo cambiare qualcosa. Fu così che giunto nei pressi della scuola incontrando un mio compagno provai, con un discorso imbastito sul momento, a vendergli la Mole Antonelliana, manifestando i vantaggi dell’acquisto e del prezzo favorevole; la cosa lo divertì tanto che lui stesso allargò ad altri che si avvicinavano il divertimento. Fu per me una svolta, prendere l’iniziativa mi rendeva interessante e non smisi più di farlo. Passai così da essere un nome dell’elenco alfabetico della classe ad essere apprezzato per le mie invenzioni spiritose; fu così che capii che prima mi sbagliavo.
L’errore di fondo era che non lasciavo un posto libero occupabile dal pensiero di un altro, ed insistevo nel voler fare tutto da solo, l’errore si può riconoscere ammettendo che un altro può aver ragione. Ma riconosco che la soluzione non è data una volta per sempre, ma va continuamente riproposta perché ancora oggi, ma spesso mi ravvedo, accade che insisto nel voler avere ragione.

 

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