Perchè le statue muoiono

Anche le statue muoiono evidenzia ed esamina la distruzione ostinata, ripetitiva e differenziata che in ogni tempo il patrimonio culturale subisce.

La mostra apre uno spiraglio importante sui diversi aspetti di questo dramma: dell’incapacità di leggere e d’imparare dalla storia in quanto risorsa per il futuro umano.

È lecito domandarsi perchè le statue muoiono. Perchè l’uomo sia così ostinato a perpetuare diverse tipologie di nefandezze, se esistano dei rimedi alle catastrofi, se ci siano soluzioni e dove si trovino.

Sigmund Freud ha trattato queste problematiche ed il suo pensiero può aiutare a capire che sono proprio le perversioni dell’uomo più abnormi ed eclatanti che permettono d’individuare la pulsione sessuale umana in quegli aspetti ormai così distanti e trasformati: “ci si trova di fonte ad un lavoro psichico al quale, nonostante il suo esito raccapricciante, non si può negare il valore di una idealizzazione della pulsione. L’onnipotenza dell’amore forse non si rivela mai con tanta forza come in queste sue aberrazioni”.

L’onnipotenza dell’amore trasformata in idealizzazione: è questo un primo fondamentale concetto su cui servirà lavorare!

È sempre Freud che denuncia “imperfezione delle forme di civiltà che finora si sono sviluppate” ed ipotizza che “in una età dell’oro (…) si potrebbe pensare ad una nuova regolamentazione dei rapporti umani la quale, per il fatto stesso di rinunciare alla coercizione ed alla repressione delle pulsioni, estingua le fonti dell’insoddisfazione connessa con la civiltà, in modo che, non più travagliati dal dissidio interno, gli uomini possano dedicarsi all’acquisizione dei beni e al loro godimento”.

Qui sembra che le fonti della distruzione potrebbero ancora parzialmente riguardare il sociale, ma diventa categorico sul ciascun individuo, quando nel carteggio con Einstein, i due si domandano del Perchè la guerra? e Freud giunge ad articolare il superamento dello sviluppo pulsionale dell’amore non solamente nelle forme intellettuali ed affettive: “per noi pacifisti si tratta di una intolleranza costituzionale, di una idiosincrasia portata, (…) al massimo livello”: parla di costituzione umana individuale e del suo riconoscimento!

Dobbiamo a Giacomo Contri l’aver sviluppato il concetto di costituzione individuale, cioè il luogo dei rapporti umani, come indicava Freud, nell’uomo stesso. Nel senso che l’uomo possiede nella rappresentazione della pulsione quella elaborazione della forma pulsionale amore che gli serve e che può essere riconosciuta come storia di un lavoro giuridico a competenza e sovranità individuale. Un lavoro che trova la sua nascita ed il suo compimento nella Costituzione individuale di un ordine giuridico sociale che è quello del regime dell’appuntamento.

Non è semplice sintetizzare in poche righe la complessa opera che Giacomo Contri ed i suoi collaboratori hanno svolto in questi anni.

Il bambino nasce sano e competente nella sua fragilità: si tratta d’imparare ad aiutarlo senza approfittare della sua ingenuità, di riconoscerla per non imporgli modelli sociali patologici precostituiti. È compito fondamentale accoglierlo nell’ascolto della sua ricchezza per accompagnare a meta le pulsioni senza modificazioni per costruire un ordinamento più confacente dei rapporti umani.

Le statue muoiono perchè non si è mai avuta cura in ciò che ciascun uomo ha di più importante: l’attenzione per il proprio bimbo nel riconoscimento della sua costituzione, del suo primo diritto.

È un capovolgimento: dobbiamo chiederci che cosa è un bambino?

Non è utopia, ma possibilità d’impegno di lavoro che potremo trasmettere alle future generazioni se avviene fin da subito una nuova consapevolezza dell’essere umano: cioè se ciascuno riconosce e mette in primo piano la propria costituzione individuale.

Ecco perchè le statue muoiono, e conosciamo anche il luogo della soluzione che si trova già in ciascun uomo.

25 aprile 2017

Giancarlo Gramaglia

Ettore Gramaglia, 1970, Il bambino: “perchè la guerra?”, olio su cartone telato (40×30).
Dal: Catalogo delle opere di Ettore Gramaglia. Dialoghi tra padre e figlio, n.173, LFLP editore (2002)’

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