E’ permesso?

7 dicembre 2016

Ernesto Rinaldi

Ritengo la scrittura di Freud per me, esemplare; nel senso che la pongo come esempio che cerco di imitare negli intenti, perché credo che possa servirmi per procedere nell’acquisizione del senso stesso delle affermazioni e dei concetti che presenta.
Preciso meglio il termine scrittura. Per scrittura intendo il corpo stesso di questa; cioè il modo e l’uso di un certo tipo di vocaboli e di una certa forma di procedere della frase. Freud nel costruire il periodo, pur nella sua precisione, risulta deduttivo e circostanziale e mai impositivo, vi è un uso frequente di verbi coniugati al condizionale che indicano: possibilità.
Freud non scrive: “è così perché lo dico io”, ma: “date le circostanze sopra espresse ritengo che……, mi pare che……., penso che così si possa concludere…..”.

Ho tra le mani il vol. 2 delle OSF, a pag. 295 leggo: “Desidero sostenere, basandomi su un accurato esame dei fatti, che quest’ultima ipotesi corrisponde effettivamente……” a pag. 357: “Si segua ora per cortesia, lo stesso ragionamento anche a proposito degli isterici…”.
Dal vol. 8 pag. 105: “Sarebbe parimenti infruttuoso dal punto di vista scientifico e da quello terapeutico se ci mettessimo a contraddire l’ammalato che rivolge tali accuse contro il proprio Io. In qualche modo egli deve pur avere ragione”.

Dal vol 11 pag 619: “Oso dire che, se pure la psicoanalisi non potesse vantare nessun altro risultato oltre alla scoperta del complesso edipico rimosso, questa scoperta da sola le darebbe il diritto di essere annoverata tra le più preziose nuove acquisizioni dell’umanità” . Non usa termini celebrativi alludendo a grandi scoperte con uso di superlativi generici, in quest’ultima frase ad esempio inizia dicendo “Oso” e definisce “preziosa” la scoperta. Il tono dei suoi scritti è colloquiante ed alcune volte inventa la presenza di un altro soggetto che pone delle domande e a cui risponde, non si scaglia contro chi pensa in maniera diversa.

Questa modalità non invasiva e non imperativa consente, almeno a me, di entrarci, dentro, di costruirci le mie possibilità di interpretazione, il periodo così costituito mi permette di prendere e di formulare mie osservazioni, funziona da transfert.
La sua è una modestia intellettuale che indica il senso stesso in cui può muoversi un soggetto che cerca la salute, è un pensiero positivo che non parte dalla negazione del proibito e delle interdizioni per affermare il proprio ambito, ma dal riconoscimento che ciascuno può fare di quel pensiero.
Freud arriva a Londra nel 1938 per sfuggire alla persecuzione razziale, nel mese di giugno scrive: “Ho trovato la più amichevole accoglienza nella bella, libera, magnanima Inghilterra . Qui vivo come ospite ben accetto, traendo un sospiro di sollievo perché mi è stato tolto di dosso quel peso e perché posso nuovamente parlare e scrivere – quasi dicevo: pensare – come voglio e devo.” 1
La cura che pone nella scelta del lessico legata alla attenzione della scelta dei termini, pone di sottolineare quando dice: “Parlare e scrivere – quasi dicevo: pensare”, quel quasi dicevo è da riferirsi alla modestia intellettuale, ma anche al fatto perché proprio in quanto intellettuale e modesto il pensiero non può essere sottoposto alla libertà vincolante di una entità esterna, ma solo il soggetto può permettersi, può autorizzarsi, a pensare. Risulta qui evidente la correzione come risultato di un primo tentennamento in cui stava per imputare alla magnanima Inghilterra la sua libertà di poter pensare, ma poi si corregge “quasi dicevo – pensare”.
Dice bene Giacomo Contri che l’uomo è come la Repubblica fondata sul pensiero come lavoro, il pensiero è sempre lavoro, è sempre un esercizio di facoltà anche quando questa facoltà non venga riconosciuta dal soggetto. Procedere nel riconoscimento vuol dire andare nella direzione della salute.

  1. S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, 1938, OSF 11, pag.381

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