Per amore solo per amore

di Flavia Giacometti

All’interno del Seminario “Amore versus Innamoramento” mi è venuto in mente un film che avevo visto molti anni fa dal titolo “per amore solo per amore”. Si tratta di una storia accaduta a due persone che per quell’evento sono diventate famose, una storia che tutti conosciamo e che in verità è anche un po’ difficile trattare.
Il film di Giovanni Veronesi del 1993 è tratto dal libro di Pasquale Festa Campanile scritto nel 1983.
Pasquale Festa Campanile è vissuto tra il 1927 e il 1986 , ha lavorato come giornalista e critico letterario, si è dedicato alla radio e alla televisione nel senso che è stato regista e sceneggiatore di varie pellicole alcune prestigiose per le quali mette, momentaneamente, da parte la letteratura e spazia dal genere drammatico alla commedia all’italiana, dalla satira al film di costume.
Dal 1975 in poi ritorna alla letteratura pubblicando altre opere narrative, alcune delle quali sono state poi da lui stesso adattate per lo schermo: tra queste, La ragazza di Trieste, Il ladrone, Per amore solo per amore (Premio Campiello 1984)

Giovanni Veronesi sceglie di farne un film
‹‹Io sono un impenitente agnostico, però quello che mi piaceva del libro di Pasquale Festa Campanile è che la storia d’amore tra Giuseppe e Maria è trattata come una storia d’amore normale, laica. E mi piaceva raccontarla in questo modo: non si dice cosa sia successo a Maria; si sa soltanto che una ragazzina di 14 anni, un giorno, ritorna a casa, piangendo, infreddolita, impaurita, terrorizzata da quello che le è successo. Che le sia apparso davvero l’arcangelo Gabriele, dicendole che in grembo aveva il figlio di Dio, o che sia stata violentata da dei predoni del deserto, non è importante. Quello che importava a me era la reazione di questa ragazzina: lei si è inventata di avere in grembo il figlio di Dio; e se anche fosse stato il figlio di una colpa o di una violenza, ancor più grande sarebbe stata la sua reazione, perché faceva di una colpa, l’uomo più puro del mondo. E Giuseppe, per amore, solo per amore, è costretto a crederci.››

Venendo a noi, trattare la storia di Giuseppe e Maria è come mettere mano a qualcosa di spinoso. Tutti conosciamo quegli eventi che hanno determinato conseguenze importanti per la storia non solo della religione, ma che non intendo trattare qui. Questo film è stato al centro di numerose critiche per avere osato rappresentare i protagonisti nel modo in cui è stato scelto, per taluni poco rispettoso della sacralità per altri addirittura blasfemo.
Certo si potrebbero fare molte riflessioni e soffermarsi su molti aspetti, ma intendo partire dal punto di vista offerto dall’autore, ossia la vita di Giuseppe, protagonista della vicenda, perlopiù sempre  posto in secondo piano.
Il libro racconta in prima persona e chi lo fa è Socrates servo e amico di Giuseppe. Racconta di un uomo, figlio di un agiato agricoltore , minore di due fratelli. Socrates dice: “perchè ho voluto sapere sempre tutto di Giuseppe è presto detto. Come ho già avvertito sono curioso per natura, di quei curiosi invadenti e pieni di prurito che non si quietano se prima non hanno indagato a fondo ciò che li interessa. In questo caso la mia smania fu sollecitata dal fatto che avevo eletto Giuseppe a mio padrone. Lui non era d’accordo; non solo perché non aveva di che pagarmi, ma perché non gli andava di comandare.Quanto alla paga , gli dico di non preoccuparsi: mi bastava che mi desse quanto mi dava Ibrahim, cioè niente. L’obbedienza non gliela garantivo: c’erano molti casi in cui mi piaceva comportarmi a modo mio. Gli proponevo in realtà un sodalizio, una piccola società che stava tra l’amicizia e il mutuo soccorso e in cui io mi sarei tenuto il ruolo di servo in modo approssimativo, come Giuseppe avrebbe interpretato press’a poco quello di padrone. (….) divenni il suo servo e socio, egli mi accettò perché non avrebbe potuto respingermi”
Queste sono le premesse per la storia che coinvolge fin da subito tre personaggi:  Maria bambina curiosa dal forte temperamento, Giuseppe uomo che agisce le proprie scelte e Socrates che rivolge a Giuseppe: “io cercavo te non una bottega”
Insomma una triade che lavora. Fuori dal mito.
Questa intesa, a mio avviso allontana il lettore /spettatore da una interpretazione della vicenda che si avvicina  ad una posizione di:
amore-per-l’amore che facilmente si può correlare con dovere-per-il-dovere  e altrettanto facilmente sfociare nella melanconia;
oblatività nevrotica che ama tutti per principio o essenza. L’amore “in programma”, o anche l’amore presupposto quantunque divino.

Invece osservo:
che accade un buon trattamento, Giuseppe non  era sottoposto ad un Ideale inesistente nell’esperienza, ma approfitta delle diverse esperienze di bene o soddisfazione.
Questo fatto ha permesso alla situazione sfavorevole di mutarsi in favorevole.
In questa linea di pensiero, il trattamento psicanalitico è un trattamento di favore.

da Il mondo come psicopatologia Le derive della malinconia
art. di G. Contri La tecnica dell’amore pag.338

“amore” ed “efficacia” sono, in andata e in ritorno, parole perlomeno sorelle, se non identiche. Altrimenti è come se Dio avesse detto: “sia fatta la luce” e la luce se ne infischiasse. L’atto dell’amore e la sua efficacia sono tutt’uno oppure l’amore non c’è: flauts vocis. “L’amavo, ma l’ho perduta…” : l’amante non perde mai l’amato. Le cose potranno poi prendere direzioni diverse, ma la differenza (fino a opposizione) è fra amore e innamoramento. L’amore è quella cosa che, quando c’è, non finisce mai. L’amore è certo. Piuttosto riconosce che non è all’altezza. Al contrario di quanto afferma tutta la nostra cultura, che ha concluso che la parola amore è priva di significato. Per questo i nostri trattamenti sono trattamenti dell’amore.

Un pensiero su “Per amore solo per amore

  1. Aggiungo qui il mio proseguimento di pensiero, frutto di alcune considerazioni fatte durante l’estate, che qui si innestano bene. Dio non aveva alcun bisogno di intervenire nel grembo di Maria per provocare la gravidanza di suo figlio, ammesso poi che sia andata così, come già sottolinea Flavia Giacometti. Un figlio non è quello generato dal seme del padre, ma colui che riconosce il padre in quanto suo erede. Dio non aveva nessuna necessità di intervenire prima ed in maniera eccezionale, bastava lasciar fare a Maria che con Giuseppe o con qualcun altro, come si intravedere nel testo di P. Festa Campanile, facesse ciò che sappiamo. Poi, posto di aver prescelto Maria, avrebbe potuto affermare: questo è mio figlio, attendendo che venisse riaffermato da Gesù l’essere suo erede. Solo il figlio può riconoscere il padre, ma meglio i più padri da cui ereditare.

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