Il mistero dell’inizio del pensiero

Il mistero dell’inizio del pensiero

Il mistero dell’inizio del pensiero

“L’umiltà è l’esercito che non ha mai subito sconfitte”

(Motto della casata dei Borromeo)

Nodo Borromeo a cinque tori (il toro non è il marito della mucca, è il nome che si dà al cerchio inanellato ad altri), J. Lacan ha utilizzato il nodo borromeo per diversificare e unire le funzioni del Simbolico, del Reale, e dell’Immaginario. Sempre J. Lacan ha poi teorizzato di un nodo a quattro tori inserendo il quarto denominato Sintomo. Il collegio agli studi deve prevedere un quinto toro, vuoi perché le associazioni sono (al momento) cinque, vuoi perché abbiamo il compito di liberare il sapere psicoanalitico dalle pastoie dei dogmi, delle Scuole, dalla legge sulle psicoterapie, dai virtuosismi inutili dei discorsi universitari, dal delirio mistico o scientifico che zavorra la libertà di moto, di pensiero e di parola del Ciascuno, dell’Individuo, del Soggetto, dell’Umanità insomma.

Per far questo bisognerà certamente accedere al sapere che da Freud in poi è andato accumulandosi intorno al discorso psicoanalitico senza abiure o condanne, dobbiamo con umiltà seguire passo passo chi e quanti hanno saputo portare la psicoanalisi a essere difesa dell’umanità e non offesa da leggi alcune. Molti hanno detto questo. La psicoanalisi è fonte di legge non soggetta a leggi. Certo la parola, certo l’atto intellettuale, certo il pensiero, certe altre funzioni che ruotano intorno al moto psicologico dell’uomo. Non possiamo negare tutto, non possiamo negare la parola come atto in sé, non possiamo negare l’atto intellettuale come non possiamo negare il pensiero (posso pensare di mangiare una caramella senza doverlo prima dichiarare foneticamente). Il quinto toro è la libertà di psicoanalisi. Senza questo la psicoanalisi diventa un delirio dove tutto è il contrario di tutto e dove Dio, la trascendenza, l’immanenza, la fatuità diventano elementi producenti sofferenza e malattia. Non esiste la malattia? Posso essere favorevole ma non posso accettare che non esista il dolore, certamente non universale, soggettivo o di ciascuno ma esiste la sofferenza e su questo tema non possiamo fare finta (faire semblant). Proprio J. Lacan diceva di un discorso che non provenga da una finzione “D’un discours qui ne serait pas du semblant”. E allora da dove? Da chi? Cito G. Contri “Via il segreto, via l’ enigma, resta il mistero. Possibile? Possibile. E’ l’ impossibile come possibile. Del resto è da questo pensiero che inizia il pensiero. “Ma che cosa diavolo vuole dire “pensare”?” – Was heisst denken? – si chiedeva Martin Heidegger: è l’ unica questione della modernità. Ma Heidegger e prima di lui Nietzsche non ne sono venuti a capo.

Che cosa è il mistero? E’ l’ interessante, come participio presente di un verbo transitivo. La questione buona non è quella della “Cosa” bensì quella del mistero, che essa segnala perché questo ne fa l’ interesse. Che cosa è “mistero”? Chi puo’ ne dica meglio di me. Ne dico qualcosa e troppo poco. E’ ciò che non per il fatto di essere detto e conosciuto e frequentato anzi goduto lo diventa meno: è amico del tempo e dell’esperienza di cui è amico. Non è deperibile. Né esauribile. O riducibile, in ogni significato di questa parola. Né lascia assetati né abolisce il piacere della sete, che fonda suscitandola. L’ inesauribile è l’ esauribile rinnovabile. Dove c’ è – puo’ esserci – rapporto, che è soddisfazione, c’è mistero. “Soddisfazione” – conclusione, compimento – è l’altro nome del mistero. Diversamente dal segreto: la rivelazione del quale è indiscreta, non perché lo svela bensi’ perché lo toglie, toglie la soddisfazione promessa dalla cosa. Questa meditazione potrebbe proseguire … inesauribilmente. Ancora un appunto solamente. Il mistero non è oscuro, né “numinoso”, è nitido. Non tanto è luce – la luce puo’ accecare -, quanto è “la luce che fa vedere la luce”, come è stato scritto da qualche parte. L’ universo, e anche l’ università, puo’ perdere la sua banalità e mediocrità per tornare al mistero.”  La legge è della pulsione, fonte, spinta oggetto, meta con la presenza ineludibile dell’altro (a piccola o A grande come volete). L’attualizzazione della legge pulsionale è leggibile nel corpo come nel pensiero: divenire incessante alla meta, alla conclusione, alla soddisfazione. Si parla perchè si ha la lingua in bocca e questa lingua conduce a una meta precisa, non solo al rapporto con l’altro ma anche alla soddisfazione di trasmettere qualcosa che possiamo aver elaborato, pensato, in progres discorrendo. Anche il delirio parla e genera sofferenza. La libertà (il nostro quinto toro) è la libertà di potercene fare qualcosa del sintomo (quarto toro) attraverso l’ascolto dell’immaginario (terzo toro) che si avvale di un simbolico (secondo toro) che procede dal reale (primo toro).

La meta può essere iscritta nella fonte, nell’eccitazione ma nell’umanità nulla è preiscritto come nell’istinto e quindi possiamo fare della spinta e dell’oggetto usi diversi dal “dover essere” e accedere tanto alla sanità (soddisfazione individuale) quanto alla sofferenza (malessere individuale).

Sulla trasmissione dobbiamo provarci. Trasmettiamo qualcosa che non esiste o trasmettiamo la verità del corpo pulsionale che come tale diviene sempre a meta? Un atto sessuale ha come meta l’orgasmo? Mangiare ha come meta estinguere la fame? Bere? Allora la psicoanalisi è questione di ragion pratica, di matematica, di costante divenire a soddisfazione, a meta. Ricordo un analizzante particolarmente complesso che nell’ultimo incontro mi diede una busta chiusa e mi pregò di aprirla dopo cinque anni. Dopo cinque anni aprii la busta e su di un foglio c’era scritto “Stare bene”. Abbiamo altre finalità? Altre mete? Stare bene è un parametro individuale e avere altre mete, altre finalità ci avvicina alla patologia. La patologia esiste? No, potrebbe dire qualcuno, esiste la mancanza di soddisfazione che viene successivamente dichiarata come malattia psichica o organica.

Appendere la propria sofferenza a questo o a quel motivo è questione di ognuno, la psicoanalisi è anche ascolto del percorso di spostamento o di transfert della architettura psichica di ciascuno.

“Sposatevi, ve ne pentirete. Non sposatevi, ve ne pentirete ancora. Fidatevi di una ragazza: ve ne pentirete. Non fidatevi di essa: ve ne pentirete. O che vi fidiate o che non vi fidiate, ve ne pentirete in ogni caso. Impiccati, te ne pentirai. Non impiccarti, te ne pentirai ancora. O che t’impicchi o che non t’impicchi, te ne pentirai in ogni caso. Io non faccio movimento alcuno, poiché se mi fermassi mi pentirei, e se non mi fermassi me ne pentirei ugualmente. Ora invece poiché io non parto mai potrei sempre fermarmi, poiché la mia partenza eterna è la mia fermata eterna. Non è affatto difficile per la filosofia il cominciare: essa comincia con il nulla e può quindi cominciare sempre”. (Soren kierkegaard)

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