LECTIO MAGISTRALIS – La nevrosi isterica. Dal 2° Simposio SAP

15 febbraio 2014

con Angela Cavelli

coordina Giancarlo Gramaglia

Roberto Bertin L’incontro di questo sabato pomeriggio è sulla nevrosi isterica, tema già affrontato al Simposio SAP oggi qui al LFLP cercheremo in qualche modo di articolare. Passo la parola a Giancarlo Gramaglia che introduce i lavori, buoni pensieri a tutti.

Giancarlo Gramaglia Non so se il lavoro di oggi sarà sulla nevrosi isterica perché non mi sono specificatamente accordato con Angela Cavelli, comunque il tema sarà sulla nevrosi e in generale sulla patologia. Cominceremo da oggi individueremo quali sono le patologie più evidenti, più rilevabili nel sociale. Il lavoro si articola con un’esposizione di un socio della SAP e poi di una nostra ulteriore rielaborazione il mercoledì successivo. Partiamo quindi dagli spunti che oggi ci darà Angela Cavelli e che riprenderemo mercoledì 26 febbraio.
Anticipo precisando e riprendendo una premessa: il concetto di “colto”, per cogliere alcuni cardini con i quali possiamo andare a leggere la patologia. Il colto, o come l’ho anche chiamato “civile”, o “colto-civile”, cioè questo bimbo che ciascuno di noi è stato: un soggetto che in qualche modo è stato espropriato dalla cultura in cui è immesso, qualunque questa sia e si sarà dovuto difendere in modo diverso: negando, rimuovendo o addirittura misconoscendo tutta una serie di problematiche della sua storia che le vicende lo porteranno poi a vivere. Quel “colto” lì deve essere recuperato perché altrimenti perde parte del proprio potenziale, rinuncia al proprio tesoro-capitale.

Recuperarlo significa fare un’operazione che spetta solo a ciascuno, attraverso ciò che Freud ci ha insegnato: la psicoanalisi. Allora ci potremo chiedere cosa facciamo qui? Facciamo una psicoanalisi e basta! Possiamo fare forse anche qualche cosa d’altro grazie all’insegnamento psicoanalitico, possiamo cercare di capire queste condizioni del colto dal punto di vista della posizione sociale, entrarvi nel merito, vedere che possono essere più o meno condizionanti a seconda che il sociale si renda conto di come tratta il bimbo, capire cosa significa trattare bene un bambino. Possiamo apprendere qualcosa leggendo il sociale? Sì, si può apprendere se viene individuato un bivio dove ci sta il concetto di padre.
Occorre il concetto di padre, che nel sociale non è andato molto di moda nel novecento, anzi il problema era quello casomai di come farlo fuori. Un altro elemento cardine del bivio è il talento negativo che significa: non intervenire a gamba tesa sull’altro, ma lasciare che l’altro produca qualche cosa che può anche modificare.
Vorrei ricordare che nel bivio, in cui viene scelto il colto occorre avere una competenza giuridica del modo di parlare, di porsi, di sviluppare il proprio pensiero, le proprie azioni e di essere giudicato in base a ciò. Da questo punto di vista lo Studium Cartello è portatore di un’altra idea di università e ha inteso con la Società Amici del Pensiero (SAP) di sviluppare questa alternativa che è un altro modo di portare il discorso, a riprendere il discorso universitario lacaniano.
Tenteremo di portare avanti un discorso imputabile e non un discorso di élite, chiuso. Contri, parla dell’isteria citandola come: “Aspettami che io non vengo”, avevo anche pensato ad un “guardami, tanto non capisci”, oppure “scrivo, intanto non mi comprendi”. Chiedo, si può fare della letteratura, anche dell’arte in un modo isterico? Provo a metterla lì. Non so se oggi andremo totalmente sull’isteria o Angela Cavelli ci parlerà anche della nevrosi ossessiva o della melanconia, io volevo introdurre comunque degli aspetti patologici che in qualche modo non sono però collegati a degli atti di parola, ma anche a degli atti di scrittura o a delle pitture che poi in qualche modo passano nel sociale. Mi fermo qui per il momento.

Angela Cavelli Sul colto Freud parla del bambino di 5 anni con una maturità non raggiungibile da un uomo adulto normale, questo vuol dire che il bambino ha una maturità iniziale. Cosa vuol dire maturità iniziale? Vuol dire che il pensiero si è già costituito e il pensiero e la pulsione comincia con l’eccitamento e finisce con una meta di soddisfazione; è quello che facciamo tutti i giorni quando qualcosa ci interessa e vogliamo portarla a conclusione. Il bambino a 5 anni ha già costituito questa sua facoltà, questo per quanto riguarda il colto. L’altro concetto che è quello di padre è legato a Pavese e alla sua patologia. È la situazione per esempio di due uomini in cui uno dei due dà beneficio all’altro. In questo caso chi è di beneficio all’altro è il padre. Concetto di padre non certo tiranno ma di qualcuno che arricchisce l’altro. Dopo parlerò anche dell’isteria ma ora prendo l’esempio di Pavese, cioè di una persona a cui qualcosa è andato male nel suo pensiero.

Nel 1950, dopo aver desiderato tutta la vita di diventare famoso, ottiene il Premio Strega e poco prima era diventato direttore editoriale dell’Einaudi. Ha successo, gli scrivono da tutte le parti ed ha avuto, attraverso il suo lavoro di direttore, possibilità di rapporti con tantissimi scrittori del mondo culturale di quegli anni. Dopo tutto questo successo Natalia Ginzburg gli chiede se sta bene e lui era sogghignante cioè aveva quel qualcosa per cui disprezzava il bene che gli era arrivato, infatti quando si suicida nell’agosto del 1950, qualche giorno prima di quel fatto scrive: “Ormai è troppo tardi”. Questo vuol dire che tutti quei benefici avuti non li vedeva come tali ma come una cosa dovuta, infatti diceva: “Io lo sapevo già che sarebbero arrivati”.

Una delle sue teorie che lo rende malato è la teoria del destino, per cui ciò che è successo una volta, succederà sempre, anche con le donne gli va sempre male, o lo lasciano o è lui che non le vuole. Dopo si capisce che è lui che si mette in quella condizione. Nei suoi scritti dice proprio così: “Quello che è stato sarà”.

I suoi sintomi isterici ci sono perché se l’isteria è “aspettami, io non vengo”, quello che lui dice di sé è che è semi-impotente, che sviene, che ha la fissa delle malattie, in effetti l’impotenza è non venire nel rapporto. Che cosa manca? L’eccitamento, l’inizio della pulsione c’è ma non arriva a meta. Diciamo che qualcosa che non va nel mezzo di questo rapporto ed è ad esempio che lui ha l’idea di essere un uomo virile, di essere una specie di superman. Infatti parla di un suo compagno di liceo e dice che lui ci sa fare, lui è bravo per cui questo ideale è come un sostituto che lo rappresenta. L’ideale è proprio qualche cosa che si mette di mezzo alla realizzazione della meta, anche se nel lavoro lui se l’è cavata bene ma nei rapporti non è stato così.

Natalia Ginzburg parla di Pavese, l’ha conosciuto molto bene ed erano amici anche con il marito, e dice che veniva a casa loro e guardava male i loro figli perché in effetti per lui i figli li facevano quelli che erano di una razza diversa, li lasciava fare agli altri pur desiderandoli. Oppure andava a casa loro e stava zitto e gli facevano tutti delle domande e cercavano di capire un po’ che cosa voleva fare, quali erano i suoi desideri e lui che cosa faceva? Stava zitto. Ad un certo punto prendeva il suo cappotto e andava via, Natalia Ginzburg dice: “Quando era allegro, diceva qualche parola”. Comunque non dava mai soddisfazioni ad esempio quando qualcuno gli diceva: “Guarda ti voglio far conoscere persone nuove, ti dico quest’idea che mi è venuta ecc.” lui alzava il braccio e diceva: “So già tutto”. Qui c’è un concetto di beneficio abortito nel senso che non voglio nulla dall’altro.

Giancarlo Gramaglia Pavese non vuole lo scambio. Proviamo ad individuare ancora meglio proprio qualche espressione, qualche frase che è caratteristica di quel pensiero patologico e poi facciamone vedere il risvolto. Mi viene in mente un titolo che conosciamo tutti Lavorare stanca, che è un insulto! Lavorare è soddisfazione, se diversamente è condanna. Lavorare è cercare di andare a soddisfare le tue caratteristiche.

Roberto Bertin Pavese viene dalla mia terra ed ha accompagnato gran parte della mia storia, ho svolto un sacco di tesine su di lui e poi ho fatto i conti definitivamente. Io ho scritto alcune cose che mi erano venute in mente da un testo pubblicato poco tempo fa dalla casa editrice Gribaudo, da un critico letterario che si chiama Franco Vaccaneo che ha pubblicato Cesare Pavese, la vita, le opere, i luoghi. Libro uscito poco tempo fa con una raccolta fotografica di scritti molto interessanti. Citando alcuni aspetti del modo di pensare di Pavese e per riallacciarci alla frase “lavorare stanca”, Pavese scrive in uno dei suoi ultimi testi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, alcune cose significative, una è questa: “Se la scrittura è salvezza nel senso letterale del termine, è pure anche inesorabilmente condanna al non vivere. La felicità dell’artista si paga col prezzo dell’oblio della vita, dell’amore e della storia”. L’ultimo libro di Cesare Pavese su cui annota all’albergo Roma “Non fate troppi pettegolezzi” prima di suicidarsi, è I dialoghi di Leucò.

Angela Cavelli Lo scrive sulla prima pagina.

Roberto Bertin In Pavese c’è quest’idea di destino che diventa fato in senso greco antico, perché I dialoghi di Leucò parlano le divinità greche e mettono in luce tutta una serie di condizioni di destino dell’uomo che per Pavese dovevano rappresentare il massimo della possibilità espressiva letteraria poiché lui qui ricerca il mito come realtà assoluta dell’esistenza.

Angela Cavelli Il fato è un qualche cosa sopra di noi e al di sopra addirittura degli dei, è proprio qualcosa di superiore.

Roberto Bertin Lui racconta delle sue scampagnate fra le colline delle Langhe, tra i boschi e i fiumi e fa di tutto questo mondo un po’ arcaico. Dentro a questi boschi lui ritrova, ricostruisce dei personaggi, degli spiriti fantastici della natura. Già nella sua infanzia questo modo di vedere la natura come espressione di un mito, di una realtà destinale dell’uomo.

Angela Cavelli Lui ritorna tantissimo all’infanzia e coglie con la memoria tutto quello che gli è successo però alla fine se ne rende conto e si dice: “Ti è bastato aver scritto…?”, se se lo chiede è chiaro che non gli è bastato; mi sembra che Maria Delia Contri parlasse di deserto da fecondare, lui dice: “Tutto quello che ho fatto mi sembra ormai deserto perché non c’è nessuno che lo raccoglie”. Lui disprezza i benefici che ha ad esempio dalla sua cultura, dalla sua ricchezza. C’è una superbia in questo per cui neanche per sé vale il godere del possesso. Ecco quello che diceva Gabriella quando ne parlavamo: non gode del possesso. Arriva a scrivere libri, ad avere amicizie ecc. eppure è spaesato.

Roberto Bertin Lui si sente condannato a un non vivere. Poi Pavese è un ottimo traduttore e cosa traduce? Traduce Withman che è un poeta americano tra i più ancorati a un’idea di destinalità dell’uomo, traduce Moby Dick di Melville.

Angela Cavelli Destino che si è costruito lui, anche Achab che poteva benissimo andarsene a casa con tutto quell’olio di balena e invece per una fissa va a cercare la balena bianca che è più furba delle altre e non vuole essere presa, tanto che lui muore.

Giancarlo Gramaglia Aggiungo che permettere al destino che mi guidi significa proprio abbandonare il mio Io-corpo e dare il volante della mia vita nemmeno in mano un altro come partner, ma a nulla, per cui davvero vado a finire nel burrone, è ovvio! Perché non è possibile la rinuncia ad Io e darla agli dei, che è poi il caso.

Angela Cavelli Pavese riprende Freud, lui è un lettore di Freud, Pavese lettore di Freud è uscito un libro. Lo riprende quando dice: “A cinque anni i giochi sono già fatti” ma per dire che il pensiero si è costituito,allora prende questo per dire ciò che è iniziato di bene o di male, succederà sempre fa un’operazione perversa perché gli cambia significato. Infatti Freud dice che se anche un pensiero dovesse essere malato, i giochi non sono chiusi, nel senso che la correzione è sempre possibile e lui inventa addirittura la psicoanalisi perché il pensiero venga corretto.
Poi gli ultimi libri che fa editare per Einaudi mi sembrano siano di Jung. Pavese prende anche da Leopardi, dalle Operette morali.
Quando finisce un’opera lui è svuotato, sta male, non c’è più niente perché lui cerca sempre di riandare a questi suoi ricordi, vuole scavare in sé stesso, vuole tirar fuori da sé tutto quello che gli sembra di poter fare, è un lavoro per lui estenuante.

Gabriella Cominotti Parlavi della rabbia e dell’odio di Cesare Pavese e del brano…

Angela Cavelli Sì! Tu avevi ripreso il concetto di padre e io avevo detto che è concetto di un beneficio, invece in Pavese il concetto di padre è il concetto del padre di Totem e tabù, il padre primigenio che si tiene per sé tutte le donne e i beni e non vuol dare nulla ai figli, per cui i figli si ribellano e lo uccidono. Il concetto di padre di Pavese è proprio quello del padre primigenio, non di un padre da cui si eredita.

Angela Cavelli Questo è del 1935: “Bestemmiare, per quei tipi all’antica che sono perfettamente convinti che Dio non esista, ma, pure infischiandosene, se lo sentono ogni tanto tra carne e pelle, è una bella attività. Viene un accesso d’asma e l’uomo comincia a bestemmiare con rabbia e tenacia, con la precisa intenzione di offendere questo Dio eventuale”. Questo Dio è proprio il Dio di Totem e tabù. “Pensa che dopotutto, che ogni bestemmia è un colpo di martello sui chiodi della croce e un dispiacere fatto a colui. Poi Dio si vendicherà, è il suo sistema, farà il diavolo a quattro, manderà altre disgrazie, ma capovolga anche il mondo nessuno gli toglierà il dispiacere provato, la martellata sofferta. Nessuno! È una bella consolazione. E certo ciò rivela che dopotutto questo Dio non ha pensato a tutto. Pensate: è il padrone assoluto, il tiranno, il tutto; l’uomo è una merda, un nulla, eppure l’uomo ha questa possibilità di farlo irritare e scontentarlo e mandargli a male un’attimo della sua beata esistenza. Questa è davvero la miglior testimonianza che noi possiamo dare della nostra dignità”. Voglio dire che è chiaro che avendo come concetto di padre questo, anche il rapporto con gli altri è di lotta, di conflitto.

Gabriella Cominotti L’altra cosa molto interessante che avevi detto è che si comportava con gli amici come una vera mamma.

Angela Cavelli Con gli amici si comportava in questo modo: quando erano lontani lui non telefonava non scriveva mai, e quando lo faceva scriveva delle frasi acide e orribili.

Gabriella Cominotti Natalia Ginzburg lo descrive come un amico che si prendeva cura degli amici, li offendeva ma se ne prendeva cura come una vera madre.

Angela Cavelli Si prendeva cura degli amici solo quando erano malati come dire che la madre che ha rapporto solo con il figlio malato. Che cosa fa? Il rapporto con l’altro è: “Sei malato allora io ti curo ma se invece sei sano non se ne parla.

Ernesto Rinaldi Eseguiamo adesso una canzone intitolata Marianna. La musica è stata scritta da Maria Pierantoni Giua in occasione della presentazione a Genova del libro Marianna. Isteria senza lusso di Gianpietro Séry. Séry è l’autore del testo.

Moma Teruggi Canta, vedi video della serata al minuto 14.42

Giancarlo Gramaglia Mi chiedevo se riuscivamo a rispondere alla domanda sull’espressione dell’isteria, ma come anche paranoia o della nevrosi ossessiva che ha delle forme molto diverse, delle connotazioni che possiamo precisare sempre meglio, nel senso che per esempio non basta essere un letterato famoso per non essere malato.

Angela Cavelli Pavese nella scrittura ad esempio diciamo che era sano anche se i contenuti potevano dirsi di persona che soffriva ma nella scrittura uno è sano perché usa la propria patologia per arrivare a un frutto e la moralità è il frutto nel senso di combinare qualcosa. Giacomo Contri diceva “fare dei mattoni”, arrivare ad avere un frutto e in questo caso mette a frutto la sua patologia. Qua è proprio vero che è parricidio, Freud dice che se Dostoevskij non fosse stato uno scrittore sarebbe diventato uno dei più grandi delinquenti. E Pavese se non avesse fatto lo scrittore non so.

Giancarlo Gramaglia Ecco allora forse abbiamo qualche indicazione perché per esempio nel parricidio o comunque in tutta una certa letteratura abbiamo un oggetto su cui ci si scaglia. Mi pare che in Marianna e forse anche in una scrittura di Flavia Giacometti, c’è un non riuscire ad arrivare a meta. Cioè mentre prima c’era un discorso “beh allora uccido” o “mi uccido”, invece questa forma qui è più simile a un non riuscire mai a cogliere e a girare eternamente in un niente. Possiamo leggerne un pezzo?

Angela Cavelli La meta è pulsionale cioè comincia con un’eccitazione ed è una sanità a meno che sia una pulsione deviata, sarà una meta deviata.

Giancarlo Gramaglia La pulsione va a meta? Si può parlare di un disastro o in un destino. Mi pare che la meta non riesca mai ad essere in qualche modo individuata. Marianna non riesce a farsi una meta o a riconoscersi, la sua meta è la distruzione, un eterno pagare nel farsi del male.

Proviamo ora a leggere questo testo di Flavia Giacometti da Riconoscenze di volo:

Alice Carini “La perplessità e l’indecisione che in tale contesto si alternavano nella mente non erano in grado, per loro stessa definizione, di approdare ad alcunché. Finivano con lo scambiarsi vicendevolmente di posto senza mai modificare la logica perpetua. La perplessità era legata al fatto di non aver considerato in tempi recenti le opportunità e le facoltà di scelta che presentassero caratteristiche differenti da quelle effettuate in altri momenti e in altri luoghi. Momento e luoghi che avevano già subito una trasformazione autonoma collegata all’ineluttabilità dello scorrere del tempo. L’indecisione da parte sua era legata al timore che prestando l’orecchio alle variabili, si presentasse anche il rischio di smarrire i riferimenti e le certezze acquisite. Marta ondeggiava tra questi pensieri come un perditempo qualunque mentre accadeva lo stesso fenomeno che si verifica quando a ripetuti e programmati inviti a pranzo ci si attarda per troppe volte consecutive e i commensali infastiditi cominciano ad assaporare il cibo senza il presunto padrone di casa, del quale a lungo andare scoprono di poter fare a meno”.

Giancarlo Gramaglia grazie. Mi viene in mente un altro passaggio dove Marta è sempre alla finestra e non scende mai nel cortile, giusto?

Flavia Giacometti Sì, è giusto! Questo perditempo è proprio un esempio del lavoro stancante. Quel lavoro di andare a cercare la situazione che fissa questo suo esistenzialismo sempre nello stesso posto è una fatica pazzesca perché non hai una posizione ossigenante che muova, che arricchisca e porti scambi, ma è andare a cercare ciò che mi conferma e reitera quello che già so. È il contrario del lavoro inteso come beneficio, che diventa tale perché è un arrivare a soddisfazione.

Ernesto Rinaldi Stavo pensando all’indecisione che è caratteristica, nel senso che faccio così o faccio colà e quando scelgo e poi non funziona allora “ah se avessi fatto quell’altra!”. Ma è sempre un gioco così! Eternamente così.

Angela Cavelli Sposati e te ne pentirai! Pavese ad esempio è anche lettore di Kierkegaard

Ernesto Rinaldi Marta non scende mai

Angela Cavelli Quanti anni ha Marta?

Flavia Giacometti Eh, bella domanda!

Roberto Bertin Se volete altri esempi sul non lavoro di Pavese riferito per esempio alla donna c’è Feria d’agosto, un racconto molto importante dal punto di vista letterario dove il personaggio parla della sua fidanzata e dice: “Clara capisce tutto, a quei tempi mi voleva bene e io ne volevo a lei e non c’era bisogno di dircelo” e poi ancora “Ma un uomo suppone una donna, un uomo conosce il corpo di una donna, un uomo deve stringere, carezzare, schiacciare una donna”. Poi ancora verso la fine del racconto “Noi giochiamo qualche volta a rialzare fra di noi il mistero, a intuire che ciascuno è per l’altro un estraneo e così sfuggire alla monotonia” e così finisce il racconto.

Angela Cavelli Io non l’ho letto Feria d’agosto, ma ci sono dei punti in cui parla della donna che fanno rabbrividire.

Gabriella Cominotti Magari lui non riusciva ad arrivare a meta con una donna proprio perché non gliene importava niente, lui era un maschio come questo suo amico e non per niente era un amico maschio e non per niente mammina era mammina. Ah sì c’era anche quella poesia di Pasolini sulla mamma Supplica a mia madre. Il succo della poesia è: cara mamma mi hai tanto amato, sei stata tanto presente che io non riesco a vivere se non in te e con te.

Roberto Bertin È la poesia che Pasolini scrive alla madre che sta per morire.

Gabriella Cominotti È il manifesto dell’omosessualità.

Flavia Giacometti Volevo se posso aggiungere che, collegandomi a questo discorso di Gabriella, quando appunto si dice Cesare Pavese che riesce ad essere vicino agli amici nel momento del dolore. Questa cosa mi fa venire in mente una situazione che sento ripetersi molto spesso. Mi viene raccontato proprio questa situazione: stavo molto male e avevo degli amici vicino, ho fatto delle scelte sto meglio e non li ho più. Curiosa e frequente.

Gabriella Cominotti Tra l’altro Angela pensavo confusamente prima al rapporto tra melanconia e isteria e sarebbe interessante parlarne.

Angela Cavelli Ne ho parlato con Giacomo Contri che dice che la melanconia sta alla base di tutte le patologie. Anche in questo caso di Pavese c’è questa autodenigrazione continua, si diceva di tutto, e Freud dice che quando uno denigra così se stesso può darsi benissimo che abbia delle ragioni, ma quest’uomo è malato.

Roberto Bertin L’artista stesso per definizione è melanconico, c’è questa visione del soffrire, l’arte è sofferenza.

Angela Cavelli C’è stato il periodo della fine dell’Ottocento in cui molti artisti si sono suicidati, erano decadenti, forse il movimento si chiama Scapigliatura. Verlaine ha sparato a Rimbaud.

Giancarlo Gramaglia Volevo far notare che il dire falsità perché gli altri abbocchino è una patologia: io mi sdoppio. Se vengo a raccontarvi qualche cosa a cui sono io il primo a non credere, intanto lavorare mi stanca perché devo recitare a memoria una parte che poi diventa massacrante, poi mi devo sdoppiare e quindi non sono più io e questo vale per ciascuno.

Angela Cavelli Ci sono questi tratti malinconici certamente in Pavese e io avevo fatto presente a Giacomo Contri che Freud parlava di “costituzione di rivolta” e mi sembra che Contri diceva: “No, è molto di più” e mi parlava di parricidio.

Legato a quello che si è detto su Pavese c’è anche il fatto che lui è votato al destino: “una persona conta per quello che è, non per le azioni che fa. Le azioni non sono vita morale, gli atti non sono imputabili”, poi dice: “il modo come trattiamo gli altri è solo bene o maldicenza”, allora se dai un giudizio vuol dire che gli atti sono imputabili. “vita morale è l’essere eterno immutabile. Le azioni non sono che increspature su questo mare, che rivela i suoi abissi reali soltanto nelle tempeste e poi nemmeno”, cioè per cui sono cose che vanno e vengono. Le azioni dunque non sono imputabili e riprende anche Platone che dice che le parole sono nomi di cose e non di azioni.

Il fatalista si lascia trasportare dagli eventi, dalle circostanze, rispetto alle quali decide di rimanere passivo, rinunciando a qualsiasi azione e quindi alla vita stessa.

Sul concetto di padre: “Padre è uno dei due uomini quando si trova ad essere stato fonte di beneficio per l’altro in una dissimmetria senza uguaglianza; il parricidio è l’uccisione di questo rapporto di beneficio perché disconosciuta questa asimmetria che richiede riconoscimento”. L’ostilità nasce dal non riconoscere che l’altro è stato fonte di beneficio per me. Ad esempio l’ossessivo e il paranoico rifiutano come soggetti di riconoscere il rapporto di lavoro di un altro e lo ritirano perché non si possa dire che l’altro interviene con frutto. È la parabola dei talenti, quando il signore dona dei talenti a uno dei tre e questo cosa fa? Lo nasconde sotto terra per cui non avrà altro frutto e perché fa questo? Perché non vuole che il signore abbia un frutto su cui non ha lavorato, ecco questa è l’invidia. Infatti il nemico è sempre l’invidia intollerante di ogni beneficio, compreso il proprio.

Pavese non vuole aiuti per esempio Natalia Ginzburg e il marito gli dicevano che lui faceva dei ragionamenti così complicati che non sarebbe mai riuscito ad avere una famiglia. “Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e non ci perdonava nessuno dei nostri difetti, ma se eravamo sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una madre. Per principio si rifiutava di conoscere gente nuova; ma poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai vista prima magari vagamente spregevole, lui si mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti. Se gli facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo, ma per qual motivo si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo spiegava, e non l’abbiamo mai saputo. Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita concesse e ritolte e un modo schivo e parsimonioso di trarre il tabacco dalla borsa e riempirsi la pipa. Era brusco nel regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno, un modo così brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi, lui si diceva avaro del denaro e soffriva nel separarsene, ma appena se ne era separato, subito se ne infischiava. Avremmo anche noi voluto insegnargli qualcosa, a vivere in un modo più elementare e respirabile ma non ci riuscì mai di insegnargli nulla perché quando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e diceva che lui sapeva già tutto”.

Giancarlo Gramaglia Questi segni se noi li riportiamo al nostro ambito sono sintomi che non servono assolutamente a modificare quel soggetto lì, dirglielo non serve assolutamente a niente, ma è solamente quel soggetto che, se potrà, farà un lavoro di riconoscimento. A noi serve semplicemente per capire la differenza tra la patologia e la salute ed è questa operazione che ci serve per difendere la salute e aiutare a portare avanti un discorso di benessere nel sociale.

Angela Cavelli Poi, continuando la lettura: “Non ebbe mai una moglie né dei figli, né una casa sua. Abitava presso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale lui voleva bene, ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi e si comportava come un forestiero. Veniva a volte nelle nostre case e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i figli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva; pensava anche lui a farsi una famiglia ma ci pensava in un modo che si faceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso, così tortuoso che non ne poteva germogliare nessuna semplice conclusione”. Ciò che è mancato è la conclusione come nell’isteria, non riesce a concludere.

Roberto Bertin C’è un altro romanzo di Pavese che si intitola La luna e i falò, dove il personaggio principale è Nuto che ritorna alle colline dopo aver viaggiato in tutto il mondo, dopo essere stato nei mari dei sud (una delle prima poesie più famose di Pavese è I mari del Sud ). I mari del Sud sono questa visione mitica e malinconica di un mondo che è soltanto quello dell’ideale e il Nuto di La luna e i falò è un personaggio che torna alla collina delle Langhe ma anche qui fuori luogo nel senso che la sua collina e i suoi falò non sono più quelli che aveva lasciato prima di partire. Quindi l’elemento malinconia in Pavese c’è, basta pensare a quella stupenda poesia che mi ha trascinato patologicamente per un’infinità di anni che è Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Una poesia che prende emozionalmente, considerando l’emozione un fatto assolutamente e totalmente patologico cioè che non fa lavoro ma trascina il pensiero in vortici distruttivi, questa poesia di Pavese ne è un esempio caratteristico.

Testo non rivisto dagli autori

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