LECTIO MAGISTRALIS – Imputazione aut ontologia: la metafisica al bivio

5 aprile 2014

con Gabriele Trivelloni

coordina Giancarlo Gramaglia

Giancarlo Gramaglia Saluto Gabriele Trivelloni e volevo dare lettura ufficiale, una forma non consueta per il Laboratorio, di una comunicazione che in qualità di presidente dell’associazione LFPL: propongo a Giacomo Contri il titolo di socio honoris causa dell’associazione. L’offerta è motivata dal fatto che nella SAP è stato fatto socio onorario il papa e allora ho pensato che se nella SAP abbiamo il papa al Laboratorio potevao avere Contri. Quindi l’offerta è legittimata dal fatto che il pensiero di Giacomo Contri è una costante fonte di ricchezza, patrimonio che aiuta ciascun interessato ad apprendere il pensiero di Sigmund Freud; questo testo l’ho inviato a Giacomo Contri e si conclude così: “Il pensiero di natura rende più accessibile il quotidiano lavoro di miniera (così ho voluto definirlo) e/o di cantina (perché poi siamo qui in cantina) di ciascuno, di noi contadini”. Quindi sabato prossimo quando ci incontriamo a Milano darò la tessera “honoris causa” che se non verrà rifiutata, la terrà. Questa era la comunicazione ufficiale che volevo farvi con piacere.

Gabriele Trivelloni Innanzitutto ringrazio Flavia per l’invito che mi ha rivolto a partecipare ai vostri seminari e vorrei provare a fare con voi alcune considerazioni sul tema che abbiamo concordato. Io avevo preparato un testo che raccoglie scritti di tempo fa e che avevo arricchito di citazioni relative all’elaborazione della Società Amici del Pensiero, anche perché raccolgo il suggerimento del Dottor Gramaglia di rendere introduttivo e praticabile quelle che sono le elaborazioni del lavoro della SAP.

Il tema ruota su un bivio nella storia del pensiero, sapendo che l’ontogenesi ricapitola la filogenesi per cui sappiamo che c’è una “storia del pensiero”, c’è una storia della cultura che arriva fino a noi e che entra e che lavora con il lavoro del nostro individuale pensiero. Noi non dobbiamo pensare che la storia del pensiero sia una storia evolutiva ma è una storia che accade e che è posta di fronte a dei bivi.

Giancarlo Gramaglia E questo è già un bivio!

Gabriele Trivelloni Da dove sono partito in questa mia ricerca? Chiamato a partecipare a seminari su Martin Heidegger, sono stato posto di fronte alla domanda perché abbia così tanto ripreso la questione dell’ontologia facendone una genealogia? Cioè ha riproposto l’origine del pensiero sull’essere, identificato nella filosofia greca e, ponendo questa origine, ne ha fatto un’analisi e una riscoperta del significato nel porsi del linguaggio, ovvero di come il linguaggio esprimesse l’essere.

Però non è di Heidegger che vi voglio parlare ma è lo spunto che ho ripreso dai seminari su Heidegger, dall’attualità del problema heideggeriano nel dibattito filosofico, dal suo riporre la questione dell’essere. Ma come la si ripone? E su questo gli studiosi si dividono molto: se la si pone in termini nuovi oppure se la questione dell’ontologia viene ancora una volta riproposta nell’alveo della filosofia greca classica.

In questa proposta di oggi dico: individuiamo un bivio del pensiero. Innanzitutto vi confesso una cosa e pongo una domanda alla quale alla fine potremmo rispondere, se ci arriveremo. Ogni volta che mi trovo a trattare il discorso sull’essere di Heidegger a me viene malinconia e credo di ritrovarla nel pensiero stesso di Heidegger dove non c’è domanda della desiderabilità come una domanda posta da qualcuno o per qualcuno da parte di un altro. Quindi l’interrogativo che io mi pongo di fronte a tutta la storia dell’ontologia e in questo caso heideggeriana, ma ripeto Heidegger è solo per il nostro incontro di oggi uno spunto, seppur importantissimo, è se l’essere ha un amico. Se è pensabile un amico dell’essere e se è pensabile, chi è? Oppure il termine “essere” è solamente il nome di una solitudine irrelata, aldilà di ogni differenza e di ogni preferenza?

Allora vi propongo brevemente, a confronto, due racconti noti a tutti. Il primo è quello denominato “il mito della caverna” di Platone. Quando diciamo bivio vuol dire che c’è stata un’alternativa praticabile ma nella storia del pensiero siamo abituati a dire che il discorso sull’essere è per antonomasia quello greco, e possiamo individuarne nel mito della caverna uno dei suoi discorsi fondativi. E questa ontologia è arrivata fino a noi, anche rinnovata con domande nuove. Heidegger in Essere e tempo dice: “Abbiamo noi oggi una risposta alla domanda intorno a ciò che propriamente intendiamo con la parola ‘essente’? Per nulla; è dunque necessario riproporre il problema del senso dell’essere ma siamo almeno in uno stato di perplessità per il fatto di non comprendere l’espressione essere? Per nulla; è dunque necessario cominciare col ridestare la comprensione del senso di questo problema”. È una delle grandi questioni di Heidegger. Faccio riferimento ad un commento che ha scritto un collega e amico in un testo recente, Mariano Vezzali il quale dice: “In questa situazione di inconsapevole precarietà l’esserci, cioè l’uomo, avverte l’urgenza di interpretare la molteplicità e l’apparente casualità degli enti nello sforzo di collocarli all’interno di un senso complessivo ed unitario, che è la tradizione filosofica denominata essere”. In questo commento noi cogliamo tre passaggi, tre termini: precarietà nostra, casualità degli enti e sforzo di collocarli all’interno di un senso complessivo.

Il mito della caverna è riconosciuto come racconto originario della storia di tutti noi, che ci porta direttamente in quello che Freud chiamava “il sentimento oceanico”. Ma che cosa descrive questo mito? Una fila di persone sedute davanti ad una parete scura dove si stagliano le immagini tratte da un oggetto in movimento dietro la loro schiena, grazie ad una fonte di luce che si proietta da dietro l’oggetto verso la parete. Se ci domandiamo: “Se fossimo noi queste persone oggi dove ci troveremmo? Indubbiamente al cinema”.

La raffigurazione visiva del famoso mito platonico rimanda ad una sorta di cinema antico: il pubblico seduto, lo schermo davanti, la pellicola o le statue, burattini che si muovono dietro, illuminati dalla luce del proiettore o del fuoco. Allora può essere bizzarro pensare Platone come inventore inconsapevole del cinema ma non è bizzarro affatto riconoscere quanto fosse Platone stesso consapevolmente ponente la domanda di fondo che anche il cinema porta con sé: ciò che noi vediamo al cinema proiettato sulla parete è reale o è finzione? Che cosa è reale e che cosa è finzione di quello che noi vediamo? Di che natura è quindi la verità che gli uomini vedono proiettata davanti ai loro occhi? La domanda che noi possiamo tranquillamente porci di fronte ad un film, se la poneva anche lo stesso Platone.

Vi leggo alcuni passaggi tratti da uno dei suoi più noti dialoghi La Repubblica: Socrate “Se quei prigionieri potessero conversare tra loro non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?”, “Per forza” dice Adimanto e continua Socrate: “E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?”. Per tali persone insomma la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali. La risposta dunque di Platone è questa: “Ciò che si presenta all’esperienza sensibile è quasi finzione; è realtà in quanto rappresentazione visibile ma non è verità. La verità sarà quanto più ci allontaniamo da essa nella ricerca dell’idea del bene come un processo di vera conoscenza”, come dire stando al bizzarro paragone “Al cinema non c’è verità perché è un cinema”.

Platone, e prima di lui Socrate e per altri versi anche Aristotele, attribuiscono al filosofo il compito di dare il nome alle cose. Che cosa è questo? Che cosa è quello? Il dare il nome alle cose Platone lo intende nel senso di conoscerle “per definizione”, conoscenza logico discorsiva dell’essenza della cosa. La domanda è presente anche nel mito della caverna quando Socrate dice: “Se lo si costringesse a rispondere che cosa è non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?”. Quindi di fronte alla domanda “che cosa è” per definizione, l’uomo si trova disorientato e si attacca a quello che prima conosceva. Sorge però un quesito che non è chiarito nel mito della caverna: esiste senza possibilità di confusione un chi, un soggetto occulto che interagisce su questo famoso uomo che si libera dalle catene e che, dopo essersi girato dietro, si porta verso l’uscita della caverna e cammina verso il sole? Chi sia questo uomo che invita, che porta fuori quest’altro uomo non si sa. Ma chi è costui che domanda costringendo l’uomo a liberarsi dalle catene e innalzarsi verso il bene? Platone usa nel racconto del mito il verbo “costringere” o sinonimi per ben otto volte. Ad ogni passaggio in cui questo uomo dapprima incatenato si libera dalle catene ed esce e fa tutti i vari “step” c’è sempre la ripetizione del verbo “costringere”. Per otto volte c’è una forma di costrizione.

Dice Giacomo Contri in Istituzioni del pensiero (a cui farò qualche riferimento): “L’uomo non è natura diveniente evolutiva, è un accadere nella natura, non è natura. La coppia essere-divenire con omissione dell’accadere è un caso di debilità mentale del pensiero greco per il quale non posso aver stima; la negazione dell’accadere nel divenire è troppo grossolana”.

E con queste parole lasciamo per il momento il mito di Platone. Il secondo racconto che prendiamo in considerazione, e in paragone al primo, è il racconto del libro della Genesi.

Giancarlo Gramaglia Posso fare una nota al mito della caverna? Voi andate alla Mole Antonelliana, Museo del Cinema non salite subito su, andate al piano di sotto e lo vedete proprio lì il mito della caverna perché incominciate a vedere questi meandri bui delle ombre e via via sempre più con tecniche raffinate.

Roberto Bertin Aggiungerei che le prime lanterne si chiamavano lanterne magiche “ma è vero o è illusione?”.

Gabriele Trivelloni Il verbo costringere ripetuto otto volte, nel mito platonico, indica che qualcuno ti costringe a doverti liberare; e può essere sensato che ci sia un atto di liberazione, ma costretto da chi? Nell’ultimo Simposio della Società Amici del Pensiero si diceva: “Ma il Dio greco che cosa è?”. È come un meccanismo che ha sue caratteristiche specifiche e, per queste, può essere solamente contemplato. E quindi da chi o cosa è costretto a liberarsi questo uomo? Quale occulto altro soggetto lo costringe a liberarsi dalle catene? È costretto alla contemplazione, all’obbedienza e all’identificazione di questo dio di fronte al quale si pone la domanda: “Che cosa vuole questo dio da lui?” Non vuole assolutamente nulla. E quindi non c’è rapporto ma c’è solo oggetto di culto e di contemplazione. Dunque costretto a liberarsi dalle catene per finire nella contemplazione estatica.

Propongo il secondo racconto che è tratto dal libro della Genesi. Introduco subito la questione: l’ontologia antica è unicamente greca? Dai nostri studi sappiamo di sì. Questa domanda me la pongo anche di fronte al racconto del Genesi, poiché anche questo è un racconto originario che fa parte della storia di tutti. Si narra la creazione del paradiso terrestre e dei suoi abitanti. È la narrazione dell’abitare quella realtà. Permettetemi che io vi legga questo breve brano che ho tratto dal I e dal II capitolo del libro della Genesi. “E Dio vide che era cosa buona e Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. Dio creò l’uomo a sua immagine e immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. Poi Dio disse: “Ecco io vi dò ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto che produce seme, saranno il vostro cibo; a tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali alito di vita io vi dò in cibo ogni erba verde” e così avvenne”.

In un recente Think, giornale quotidiano scritto da Giacomo Contri, che vi invito a leggere, ho trovato scritto: “Del libro detto Genesi mi è sempre piaciuto che a un certo momento sbuca fuori un qualcosa che è un qualcuno, un Adamo ossia un Caino, che non è affatto necessitato dalla natura precedentemente creata (e qui mette un boh tra parentesi). L’interessante è che il mio “boh!” non è blasfemo perché è lo stesso dell’altissimo Creatore, dato che Adamo non è creato né causato dal creato, e che avrebbe potuto proseguire in eterno la sua stupida esistenza, tanto stupida da non poterla neppure chiamare “esistenza”: nella casualità “Dio” si annoia, né vuole essere preso per causa prima, cioè natura lui stesso”.
Dal racconto biblico che cosa si evince? Mettiamolo in confronto con il mito della caverna. Che cosa di quello che vediamo è vero o è finzione? Nel caso del racconto biblico la realtà è “ciò che è a portata di mano”; mentre nel mito platonico ricordo che i piedi e la testa sono legati ed impossibilitati ad afferrare alcunché. Dicevo nel racconto della Genesi la realtà è a portata di mano. Di chi? Di un uomo e di una donna; ed è posta a loro portata di mano come possibile beneficio. Ma a loro volta sono posti, sbucano fuori (come dice Contri) come eredi in quanto figli di un Signore Padre. Eredi della signoria sulla realtà che hanno davanti e sui frutti e a partire dai quali hanno la facoltà di dare il nome alle cose.
Anche questo è un motivo di paragone molto importante, ovvero sia il mito platonico sia il libro della Genesi pongono l’uomo come filosofo come colui che dà il nome alle cose. Ma in questo caso dice Contri: “L’uomo è un Big Bang, una novità impensabile per la natura creata” e “il pensiero spesso accade, non si evolve”, anche dare il nome alla cose è un accadere.
“L’uomo è un qualcun simile al creatore nel suo essere privo di leggi causali ma simile al creatore proprio perché ha la facoltà legislativa esattamente come Dio stesso”. Da subito l’uomo ha ricevuto una chiamata, un’eccitamento, una vocazione e l’uomo si costituisce a partire da un’offerta che gli viene fatta, l’offerta su cui pensare una legge, offerta che può accettare e far propria, rifiutare, violare e negare.
La psicopatologia nelle sue ripetizioni declina le trasgressioni della legge. Adamo ed Eva ricevono il giardino dell’Eden di cui sono i signori, il bene lo si riceve ancora prima che si arrivi a pensare di domandarlo; si potrebbe dire che erano passivi e si trovavano bene nella loro passività.
Poi sono stati indotti nell’errore dal serpente, si è rotto il buon rapporto che regnava tra loro due ed è subentrato il lavoro faticoso improduttivo. Io qui faccio un paragone con la psicoanalisi. La psicoanalisi si può definire la posizione del recupero del pensiero del giardino di cui avere cura da cui poi dipenderanno tanti fattori esterni.
Col lavoro possibile di soddisfazione attraverso la caduta, che non viene annullata ma privata di efficacia coattiva, si possono riaprire giochi chiusi da anni. Il lavoro di analisi è come se fosse un nuovo Big Bang, può introdurre, senza garanzie da automatismi, delle impensabili novità che non procedono dall’evoluzione del pensiero. Può accadere che alla legge del lavoro che costa sudore e fatica e che spesso è improduttivo e noioso si sostituisca un’altra legge a portata di mano nell’esperienza di ognuno. Lavoro attivo dove stavolta è necessaria l’iniziativa della domanda.

La psicoanalisi è il processo al serpente, l’analizzato passa da vittima succube o ribelle a titolare dell’intrapresa del suo pensiero. Nell’analisi, dice Giacomo Contri, il pensiero può tornare ad essere penetrato, fecondato e non solo penetrante come la spada o il serpente.
Ho trovato un riferimento importante nel testo Istituzioni del pensiero quando Contri dice “Definisco regime dell’appuntamento quello che viene generato dall’elaborazione dell’eccitamento come buona idea affinché abbia seguito un frutto-meta per mezzo di un lavoro”. Il regime dell’appuntamento è il regime dell’analisi.
Dunque il Signore Padre che cosa dà ad Adamo ed Eva? Eredità e facoltà. Conferisce il potere ad avere la facoltà di dare il nome alle cose partendo dai frutti che essi, titolari del giudizio, giudicano buoni. In questo caso abbiamo un giudizio di verità che è verità imputativa attraverso un lavoro su un antefatto ricevuto in eredità ed in vista di una socìetas possibile di uomo e donna che abitano quel mondo del giardino dell’Eden con profitti. “Non c’è essere” dice Contri “se non posto in essere da qualcuno”. Padre è il nome del pensiero dell’eredità ricevuta da chi si pone nel posto dell’erede di qualcuno. Nulla da spartire con l’idea moderna del padre-padrone.

Giacomo Contri in Istituzioni del pensiero continua: “Conviene essere istruiti del fatto che dal regime dell’Oggetto ci metteva in guardia già il libro biblico detto Genesi cioè dal derivare frutti dall’oggetto ideale o teorico o astratto che è il Bene e il Male indifferenti nella differenza astratta dei loro valori, astratta dai giudizi buono e cattivo”. L’avvertimento biblico è rimasto inascoltato. “La metafisica classica” riprende Contri “o tradizionale o greca ha sostituito quella metafisica in cui l’uomo grazie alla sua opera legislativa, una parafisica chiamandola metafisica con la paranoia dell’oggetto persecutore della titolarità umana. Il corpo ne è risultato riprodotto quasi clonato come corpo vivo. Prigione del corpo nobile della pulsione accompagnato dalla menzogna platonica che esso sarebbe la prigione vile dell’anima”.

Tornando alla domanda posta in partenza circa la verità o finzione di ciò che abbiamo materialmente davanti come ente, nella Genesi sembra che il reale sensibile sia parte costitutiva del vero reale che è il rapporto di tre soggetti, mentre per l’ontologia platonica il reale sensibile è ombra o finzione o come dice Platone: “Oggetto di fede col significato di un grado di certezza inferiore e provvisoria rispetto alla certezza epistemica che è la certezza della conoscenza dell’idea come immutabile”. Per Platone è finzione ciò che per Adamo è verità in quanto ente artefatto offerto dall’opera di un Altro. Allora poniamolo come una domanda che può sembrare un azzardo: ciò che per l’ontologia platonica è verità raffigurata nel mito della caverna per l’ontologia della Genesi è raffigurazione dell’allontanamento dal vero? Il potere di Adamo coincide con il potere del filosofo platonico di dare il nome alla cose ma non nello stesso senso e con destini del tutto diversi.
Dare il nome alle cose “secondo definizione” è logica epistemica, dare il nome alle cose nel senso del rapporto con l’essere poste dall’opera di un Altro è logica imputativa ovvero è vero che un Qualcuno ha posto questo ente come antefatto, oggetto di rapporto con l’altro, di traffico con l’altro. Si potrebbe fare, se ne avete voglia e tempo, di leggervi tutti i 150 Salmi come una lettura filosofica ovvero senza la disposizione mentale di leggere un testo sacro. I Salmi sono un dialogo e si può fare un confronto con la tipologia del dialogo platonico.

Nei dialoghi dei Salmi non si trova riscontro alcuno del logos del dialogo platonico raffigurato nel mito, invece si riscontra sempre il nesso imputativo fra soggetti. Dialogo greco e dialogo ebraico messi a confronto sono portatori di due lògoi molto differenti; c’è bisogno di una conciliazione, di equilibrio? Non lo so, non credo. Resta il fatto che questo è uno dei grandi bivi della storia e in un certo momento uno ha avuto il sopravvento sull’altro.

Le due metafisiche che io chiamo “la metafisica del cosa” e “la metafisica del chi” dai primordi della civiltà giungono a noi attraverso i secoli della storia del pensiero e rappresentano due orientamenti di logica veritativa ponenti un bivio di fronte al quale nessun filosofo si è potuto sottrarre: c’è stato nei secoli il conflitto delle ragioni metafisiche. Dice Giacomo Contri in Istituzioni del pensiero: “Non a caso questo saggio l’Istituzione del pensiero si sottotitola “le due ragioni”, non c’è la ragione più o meno mendicata presso i greci, sono due nel conflitto”. Sempre Contri dice in più di un’occasione: quello che è stato di scandalo nell’elaborazione SAP e di Studium Cartello durante gli anni, era che noi abbiamo trattato il pensiero di Cristo come pensiero di un filosofo cioè di uomo che pensa totalmente, pienamente da uomo. Mentre nell’ontologia l’ente si giudica dall’ente stesso, l’albero dall’albero, e dalle sue cause (questa è la definizione epistemica), nel pensiero di Cristo la conoscenza dell’albero è per fructum e non per causam.Adamo ed Eva erano costruttori di civiltà all’interno di questa logica imputativa e non della logica epistemica.
Raramente infatti, ricorda Contri, è stato preso il pensiero di Cristo come uomo normale, il suo intelletto e le sue frasi come fossero frasi di un qualsiasi filosofo. Gesù dice che il Padre lavora. Per Cristo l’ “Essere è” perché il Padre lavora senza sosta. Sono tutti spunti questi su cui si potrebbero aprire tantissimi riferimenti.
Il Padre nella parabola della vigna lascia fare ai vignaioli che lavorano la vigna, non vi sono ordini da eseguire quanto la più ampia libertà di azione cioè di pensiero con l’unico criterio che è ad un tempo teoretico e morale: i frutti sono l’unico criterio che Cristo dà, che il Padre indica. Il trattamento del reale affinché sia fruttifico, noi potremo dire la ragione economica, è l’unica ragione che tiene.
Ma perché mi sono rifatto, in partenza, ad Heidegger? Il pensiero scientifico fino ad Heidegger in che alveo si è mosso? La storia del pensiero scientifico è nell’alveo dell’ontologia epistemica cioè del dare il nome alle cose secondo il nesso causale, seguendo la via sperimentale.
Lo sperimentalismo e il distintivismo scientifico hanno però continuato nel definire l’essere fisicizzato. In fondo la ricerca della legge nel mondo fisico è ricerca di ciò che è costante nella mutevolezza delle apparenze fenomeniche ed è questo ciò che cercava Galileo con la matematica.

Ma qualsiasi libro di filosofia, di storia della filosofia ci dirà che la verità epistemica è la conoscenza dell’immutabile aldilà o all’interno di ciò che è mutevole. E qui Contri dice una cosa molto importante affermando che l’istituzione del pensiero implica ciò di cui è fatta anche la conoscenza, e fa una distinzione: “L’Oggetto presupposto la conoscenza trova il suo sviluppo nella storia, però Lacan annotava che non c’è conoscenza ma sapere”. La differenza tra conoscenza e sapere si esperisce nella verità di imputazione, come quando si dice “grazie” a qualcuno, “ma bisognava proibire di imputare l’essere. E i greci come padroni almeno del discorso o aspiranti alla tirannia feroce dell’utopia non volevano essere imputati”.

C’è quindi differenza tra conoscenza e sapere e la conoscenza come Oggetto presupposto. C’è a mio avviso un importante nodo, tutt’ora di grande attualità, che si è riscontrato nelle attribuzioni sociali e morali della scienza quando ricade sull’uomo come le cosiddette scienze umane e le neuroscienze. Il nodo è riassunto dalla cosiddetta legge logica di Hume seconda la quale da una proposizione descrittiva o dichiarativa non si può mai dedurre una proposizione prescrittiva o imperativa che comandi i legami sociali tra i soggetti. Mi riferisco al Trattato sulla natura umana libro III di David Hume. Il soggetto non è dotato di leggi naturali dei suoi atti, la natura non pone leggi al pensiero. Infatti continua Hume “In ogni sistema morale in cui finora mi sono imbattuto ho sempre trovato che l’autore va avanti per un po’ ragionando nel modo consueto poi tutto ad un tratto scopro con sorpresa che al posto delle abituali copule ʻèʼ e ʻnon èʼ incontro solo proposizioni con un ʻdeveʼ o un ʻnon deveʼ. Si tratta di un cambiamento impercettibile che ha tuttavia la più grande importanza. Infatti dato che questo “deve” o “non deve”ʻ esprimono una nuova relazione e una nuova affermazione è necessario che siano osservati e spiegati, ovvero si dia una ragione per ciò che sembra del tutto inconcepibile ovvero che queste nuove relazioni possano costituire una deduzione da altre relazioni ad essa completamente differenti”.

Focalizziamo la frase centrale: “È logicamente impossibile passare dall’essere al dover essere, dedurre prescrizioni da deduzioni ovvero che dalla descrizione di fenomeni fisici si possano dedurre prescrizioni di ordine morale cioè di ordine comportamentale e meno ancora dedurre modelli del come dovremmo essere”. A Parma c’è un importante sede di studi di neurofisiologia dove operano degli eccellenti neurofisiologi di fama mondiale. Io ho partecipato a un incontro pubblico con un neurofisiologo di questa scuola e dopo aver spiegato i neuroni specchio, quale è stata la prima domanda che gli è stata posta? Ma allora professore ci spieghi: come potremo noi esseri umani trattarci bene, in modo pacifico alla luce di quanto ci ha detto sui neuroni specchio? E lui ha risposto: “Me ne guardo bene dal rispondere a questa domanda!”.

Il limite della scienza è nel non poter dare il nome agli atti che generano i nessi sociali, pena la sconfessione del giudizio imputativo ma pena anche la caduta della scienza in ciò che essa non è: la scienza è predizione non è comando. E qui Giacomo Contri, riprendo sempre Istituzioni del pensiero, dice: “È solo per le scienze propriamente dette che la parola ‘teoria’ è accettabile nel significato di predittività, tenuta sotto controllo dai limiti stessi della scienza senza i quali essa perde ogni controllo; per questo scienze umane e psicologie scientifiche sono di malaugurio per l’umanità: in esse la predittività passa ad imperatività e a contemplazione dell’imperativo o oggetto. Solo le patologie sono predicibili e predicabili. Nel suo accadere l’istituzione del pensiero è giuridicamente legislativa ed economicamente produttiva, secondariamente produttiva del sapere degli effetti del suo modo di produzione nonché quello di questo stesso modo”.

Nell’istituirsi del pensiero è benvenuta la scienza moderna la quale vive del proprio limite che non tutti riescono a rintracciare, anzitutto tra scienza e letteratura; nell’Oggetto “conoscenza presupposta” rispetto alla scienza trova il suo punto di fuga visionario. Riprendendo quello che diceva Lacan: c’è sapere, non c’è la conoscenza. Proprio nell’ultimo Simposio Contri diceva: “Non usiamo più la parola coscienza, usiamo la parola sapere!”.

Tutto l’ontologismo moderno e contemporaneo resta nella storia dell’istanza greca dell’essere fino ad Heidegger. Dice Raffaella Colombo in un corso di Studium Cartello di anni fa: “La tesi patologica è quella che serpeggia da Platone fino all’esistenzialismo in base alla quale l’esperienza reale e benefica della norma iniziale cioè dell’atto dell’altro che evoca la soddisfazione del soggetto. L’esperienza iniziale di questa norma iniziale viene sostituita con il pensiero dell’esperienza come perdita dell’immaginaria perfezione del tutto e dell’indistinto cui si apparterrebbe prima al di qua dell’inizio soggettivo”.

Ora non mi resta molto tempo ma possiamo riprendere il mito dell’androgino presente nel Simposio in particolare nel discorso che fa Aristofane. In un recente Think! “Epiteto Poverino” Contri dice: “Onnipresente con più varianti in letteratura cinema pubblicità psicologia scuola famiglia, è il principale veicolo della Teoria platonica della mancanza originaria (siamo figli della miseria e del vivere di espedienti), e della domanda d’amore che ne cade giù a rotoloni. Si parla da sempre del peccato originale. Lo incontriamo nell’umiliazione dell’uomo a partire dal bambino: che sarebbe poverino perché non avrebbe pensiero, e proprio da qui parte la strage educativa degli innocenti”.

In Essere e tempo Heidegger riassume nella parte finale dell’introduzione i concetti esposti all’inizio, riponendo la cosa nei termini della domanda sull’essere, se acquista di nuovo un senso per un soggetto che giunge a rendersi consapevole della propria condizione finita e problematica. La questione del senso dell’ente in quanto ente, senza distinzione, posto dall’esserci cioè dall’uomo, è da una parte una concessione alla non esaustività descrittiva scientifica e alla sua storicità temporale ma senza giungere a riconoscere l’altra metafisica quella per cui il senso di un ente è dato dal pensiero. Di chi? Di un soggetto che lo pone come oggetto del lavoro di rapporto con un altro chi, il quale potrà trarne ereditariamente per libera iniziativa un bene.

Nell’altra metafisica il senso dell’ente è di essere descrittivamente materia prima di lavoro tra soggetti per i quali l’ente accade come opportunità di un bene soddisfacente per entrambi, seppure in forme diverse; l’ente innanzitutto pone un eccitamento, una petizione, non pone un problema, né pone il problema della domanda di un suo aufhebung, di un ordine superiore rispetto all’ordine della desiderabilità. L’aufhebung è ciò che è intrinseco al discorso, al senso dell’essere che oltrepassa la presenza degli enti e quindi la logica sugli enti e l’ontologia degli enti. In origine al rapporto con l’Altro reale c’è uno stato fisico che segue il principio dell’eccitamento e qui potremmo riprendere certi passaggi del Disagio della civiltà di Freud, dell’esperienza sensibile come giudizio di desiderabilità del reale e il rapporto tra soggetti che procede ponendosi come accadere pieno di sorprese.

Ponendo il problema di questo aufhebung, di questo essere che è sempre aldilà, invece si pone un problema che resta eterno, che non giunge mai a meta, intesa non come risoluzione tecnica, ma come conclusione da parte della ragione. Qui mi rifaccio alla domanda di partenza “l’essere ha un amico? e perché il discorso sull’essere spesso è così melanconico?”. Se il pensiero però non giunge a conclusione diventa un lavorio melanconico eterno autoreferenziale e autoproducente.

Il definire l’uomo come “l’esserci per” questo problema e il ridestare la comprensione del senso di questo problema è già porlo nel pensiero della sua inconcludenza eterna (io mi sto riferendo ad Heidegger), predisponendo melanconicamente un ambito di irrelatezza e di interpretazione contemplativa dell’essente in quanto tale. O il senso dell’essere dell’ente è l’acquisizione legittima di un’eredità oppure la domanda sul senso dell’essere dell’ente aldilà dell’ente posto si affaccia sulla soglia del panteismo e dell’occultismo.

Concludo questo mio intervento con una citazione di Giacomo Contri: “Una volta mi sono accorto che cosa è l’essere (non come verbo ma come sostantivo) l’essere di qualsiasi frase che cominci con ‘l’essere è eccetera eccetera’ ed è una scoperta davvero graziosa, facilitante, rallegrante. Che cosa è l’essere cui faccio appello per il solo fatto di iniziare una frase così?” La risposta di Contri è lapidaria: “è il tarlo. E’ il ricorso della mente a una benzodiazepina della psiche, è un’idea come ansiolitico”.

Giancarlo Gramaglia Come andare a limitare, a ridurre, a cercare di diminuire questa strage degli innocenti? Cioè riprendere quell’idea dell’amore della storia del cinema, come riuscire a far passare qualcosa dell’altro bivio? Come riuscire a mettere in piedi delle questioni che riescano a ridurre i danni o comunque a mettere qualcosa sull’altra bilancia? Non è una questione di affanno, è una questione proprio di fare, di trovare il modo e le modalità per poter costruire, per poter mettere lì delle cose che ci servano.

Roberto Bertin Il problema del far accadere una relazione, una logica che diventi imputativa e non di carattere metafisico essenzialista è il problema che abbiamo davanti nei prossimi anni se un giorno vogliamo uscire dalla cantina perché chi ha l’esperienza clinica di tanti anni e chi ha un’esperienza di lavoro come difensore della salute si accorge continuamente che di fronte alla psicopatologia le cose più semplici sono le cose più difficili da far capire ma non è nemmeno giusto il far capire perché in questi mesi di lavoro come difensore della salute io mi rendo conto che più la questione del presentare una situazione si ripete, si reitera, più l’altro diventa resistente a questo tipo di atteggiamento. Per cui l’unica soluzione, che è ancora tutta da definire in futuro, è quella di riuscire a porre la questione del bivio come una questione di recupero, di ripresa di una relazione soddisfacente.

L’altra mattina una bella signora che conosco mi fa “buon weekend tanto so che il mio sarà bruttissimo”, tipico atteggiamento del far accadere una cosa come destino per il quale tu non farai nulla per lavorare affinché il tuo weekend sia diverso da quello che tu già ipotizzi in partenza. La situazione che abbiamo davanti è proprio questa: l’acquisizione della logica imputativa del far capire che esiste un’altra legge di soddisfazione che passa attraverso un altro è la questione che abbiamo davanti nei prossimi anni e anche da subito, è una questione urgente e che probabilmente si risolve solo nel rapporto uno a uno e non può far riferimento a un’identità e a una possibilità che questa passi attraverso la cultura; è una proposta di recupero di una legge di soddisfazione individuale che passa attraverso un altro e che è stata completamente rimossa e cancellata dalla cultura e dalla psicopatologia.

Le situazioni di crescita, di proliferazione di queste culture altre al principio di soddisfazione è lì sotto il naso di tutti, proliferano come funghi e sono sempre più raffinatamente capaci di assoggettare l’individuo e di presentarsi come l’unica soluzione possibile, non ci sono altre soluzioni. Questa ad esempio è la condizione di minorizzazione dei soggetti all’interno del discorso scientifico, psicologico e sociologico contemporaneo. Purtroppo il teorizzare sul benessere, sulla salute e sulla cultura fa sì che rimanga costante una posizione di negazione, di rifiuto della competenza del soggetto al giudizio, al dare il nome alle cose ma non in base ad un’essenza e una presupposizione di partenza ma dal fatto che dare il nome alle cose ne deriva una soluzione di rapporto economico e soddisfacente con me soggetto. Questo è il problema che abbiamo davanti e che se non riusciamo a muoverci rispetto ad una soluzione dalla cantina non usciremo mai.

Gabriele Trivelloni Dove nemmeno l’idea di ribellione, con la sua forza, rappresenta una soluzione reale. Rappresenta uno spreco enorme di energia per dare voce all’invidia.

Flavia Giacometti Adesso corro il rischio di banalizzare un po’ questo discorso quello che mi è venuto in mente è molto semplice e lo dico anche perché nel corso degli incontri precedenti ci siamo rivolti vicendevolmente l’invito di dare ascolto e di appuntare alcune frasi dei bambini e a me il discorso della finzione nella realtà ha fatto venire in mente un episodio che mi ha visto partecipe perché ero con miei figli a guardare un cartone animato in televisione; loro erano piccoli 3-4 anni e 7-8 anni. Ad un certo punto sullo schermo c’è una scena un po’ cruenta ma la classica scena del pesce piccolo che viene mangiato dal pesce più grande. Il più piccolo dice: “Mi fa paura questa cosa” e la bimba più grande risponde: “Ma Gioele c’è la realtà e c’è la fantasia” e lui dice: “Sì ma noi dove siamo?”

Gabriele Trivelloni Non è una banalizzazione! È una signora domanda questa!

Flavia Giacometti Perché è un bivio, può diventare nodo. Nella realtà ci può star la fantasia ed è interessante la questione. Io ricordo che in quell’occasione io l’avevo risolta così: “Noi siamo seduti qui su questo tappeto e stiamo guardando qualcosa dall’altra parte, nella realtà ci sta la fantasia”.

Ernesto Rinaldi Riprenderei da qui perché trovo interessantissima questa domanda di Gioele “Ma noi dove siamo?”, lo chiede e pone la questione e fra l’altro mi veniva in mente che da bambino io pensavo a questa cosa. Questo per dire che siamo talmente condizionati a pensare male per cui in ogni caso, anche senza la filosofia, chiediamo:”Io sono qua oppure c’è un altro mondo?”.

Gabriele Trivelloni Platone ha semplicemente dato voce e ha sistematizzato un accadere di un pensiero che se non l’avesse espresso lui, l’avrebbe detto qualcun’altro.

Ernesto Rinaldi Il bambino quando è sano ha facoltà di ragionare.

Giancarlo Gramaglia È filosofo!

Gabriele Trivelloni Diciamo che le filosofie portano quella forza, quella benzina per cui altrimenti un pensiero malandato non reggerebbe se non avesse tutti i sostegni della cultura per poter andare avanti.

Giancarlo Gramaglia Mi vengono in mente le stampelle di Dalì, non so se avete in mente, tutto si regge su delle stampelle.

Gabriele Trivelloni Diventa facile il passaggio alla guarigione quando ci viene da dire con evidenza: “Ma che stupido che sono stato!”

Ernesto Rinaldi Mi viene in mente una cosa di Platone, ad un certo punto c’è uno schiavo che si slega, si scatena e esce a vedere. Quando torna lo dice agli altri ma gli altri non gli credono. Questo aspetto è interessante! Solo ciascuno può fare quel passo lì.

Giancarlo Gramaglia Oppure a chi devo credere? Chi avrà ragione?

Gabriele Trivelloni Poi si fa anche odiare questo che torna indietro perché fa la parte di colui che ha la conoscenza “Adesso io so e vi spiego e vi insegno” e gli altri dovrebbero sottomettersi in quanto è colui che ha la conoscenza.

Roberto Bertin Il problema è che c’è una sorta di incapacità di fare quel passo perché probabilmente fare quel passo significa ritrovare quella competenza all’imputazione e al giudizio che è terrificante per qualcuno, per chi è dentro e un lavoro molto difficile da fare con i soggetti, molto difficile il recupero del pensiero competente di ognuno è un lavoro che se fatto in una condizione di analisi va in una certa direzione, se fatto in una condizione diversa che è quella di difensore della salute diventa qualche cosa che è una strada completamente inesplorata.

Giancarlo Gramaglia Infatti è molto difficile, c’è una bella posizione che ha recuperato bene Delia Contri quando dice: “Né natura né storia” perché non basta cioè se tu sei in analisi e sviluppi comunque la tua storia trovi la fondatezza in quello che dici e ti rendi contro che la forza la ritrovi nel fare un discorso all’altro, non a te ma all’altro, allora ti ritrovi in una dimensione che è quella dimensione giuridica che è la terza dimensione che ti permette di essere costituito in quanto soggetto perché parli e dici e quindi ritrovi il tuo fondamento di quello che tu puoi dire, che poi piacerà a qualcuno e ad altri no; però ti metti lì e ti esponi a questo giudizio e l’analisi da questo punto di vista ti ha aiutato molto a fare così. Nel discorso del difensore della saluta come fare ad entrare? L’autismo per dire un problema che stavamo affrontando con Marina Bilotta, su che cosa intervieni? Lì la questione è un po’ diversa perché forse rimani vincolato o alla natura come scienza anche, oppure alla storia ma non ti rendi conto della potenza del tuo ius, tanto o poco che sia.

Roberto Bertin Non c’è il rendersi conto della potenza della competenza del proprio giudizio.

Gabriele Trivelloni Io credo che sia necessario comprendere che c’è sempre un’economia anche nella diseconomia, un’economia malandata, anche nella perdita. Giacomo Contri dice “la minaccia di perdere un amore non esiste”, c’è una frase ma non ricordo di chi è, magari Gramaglia mi viene in soccorso, che parlava dell’invidia e la frase è questa: “La nevrosi ossessiva non produce persone capaci di modificare la realtà, ma dei codardi per bene incapaci di agire, vigliacchi obbedienti”.

Giancarlo Gramaglia Secondo me è di Delia Contri.

Gabriele Trivelloni Ma è una sua frase o ha riportato una frase di qualcun altro?

Giancarlo Gramaglia : Non so, ora ho associato Delia Contri, ma non saprei.

Gabriele Trivelloni Dei “vigliacchi obbedienti” cioè, ora non è il caso ma lo lancio come possibile contenuto di un lavoro successivo, dovremmo riprendere il tema dell’identificazione.

Roberto Bertin Ci stiamo lavorando. Delia Contri li chiama i “pacificati”.

Gabriele Trivelloni Il tema dell’identificazione, dell’invidia, della crisi e della contraddizione della legge nel Pensiero di Natura per cui la contemplazione dell’altro come colui che ha, come colui che sa, come colui che può rende vigliacchi obbedienti. Comunque anche l’esempio del cartone del pesce grande e del pesce piccolo, il bambino si domanda se quello può accadere nella realtà e se a lui può accadere e come si comporterebbe in quel caso; il pesce grande è colui che può e il pesce piccolo è colui che non può.

Giancarlo Gramaglia Ringraziamo Gabriele Trivelloni.

Gabriele Trivelloni Grazie a voi!

 

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