Questioni di estetica II

COME RIFARSI LA BOCCA CON: CHE DICE, GLIELO AFFETTO?
L’affetto, nel dizionario della lingua italiana, viene così definito: “moto intenso dell’animo stimolato da un movimento psichico”.

Più interessante mi sembra l’etimologia di questa parola, essa deriva dal latino adficere cioè: “fare qualcosa per” indicando, quindi, un moto volto ad ottenere un risultato che parte da un soggetto che opera per. E’ nella preposizione “ad” che sta il senso del moto verso, in effetti essa indica in latino il complemento di moto a luogo e tra i suoi significati c’è anche quello di “in relazione a”.
Per questo nel rifarsi la bocca sarebbe meglio invece di “ti amo”, dire “amo a te” perché così indicherebbe il trasporto, il compimento del moto da un posto ad un altro.

Oggi l’uso del termine affetto è stato sostituito dal più diffuso emozione. Vediamone l’etimologia: essa deriva dal latino emovere che significa scuotere, smuovere. La sua definizione nel dizionario di psicologia è: “reazione intensa e di breve durata determinata da uno stimolo ambientale”, il movimento sarebbe prodotto, in questo caso, nel soggetto da una causa esterna.

Nella psicologia e nel dire comune si ritengono l’affetto e l’emozione formazioni psichiche distinte e separate dal pensiero, interne ed irrazionali ed in qualche modo innate. Si parla di sentimenti comuni che caratterizzerebbero l’umanità dell’uomo e che sarebbero i costituenti universali delle relazioni.
In questa considerazione è del tutto assente il giudizio, anzi si passa facilmente alla imposizione coatta per cui si afferma che l’amore vince sempre ( l’affermazione anche politica è di un notissimo esponente della categoria) e che i sentimenti salverebbero l’umanità dal suo degrado.
Pensiero è contrapposto ad affetto, tant’è che si parla di razionalità della ragione e di emotività della psiche, che porta alla ben nota affermazione per cui l’uomo è diviso in due parti: sopra la cintola e sotto la cintola.
Il Piccolo Principe, come ci ha detto recentemente Roberto Bertin, afferma che non si vede bene che con il cuore, il che non fa che riprendere l’affermazione di Pascal che diceva che: “Il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”.
In tutta la psicologia, a partire da quella del primo novecento, gli affetti sono designati nei sentimenti che indicano affetti caratterizzati da maggior stabilità e dalle emozioni che indicano affetti caratterizzati da maggior intensità. Le qualità dei sentimenti sono in genere designati dalla coppia antitetica di piacere-dispiacere, che però nulla a che vedere con l’elaborazione freudiana.
E’ inoltre invalsa la consuetudine di applicare agli affetti una classificazione a strati( in modo particolare questa suddivisione viene fatta da Max Scheler nel 1916) per cui la gerarchia dei valori è disposta secondo livelli che vanno da quello corporeo a quello spiritualmente più puro della persona. Si determinano così quattro livelli di profondità:

1) sensazioni con carica affettiva: corrispondono allo strato inferiore, sono localizzati nelle strutture del corpo e non possono essere scissi dal contenuto sensoriale.

2) sensazioni affettivo-somatiche o sentimenti vitali non sono localizzati e si diffondono per tutto il corpo: la fame, la sete, l’ansia

3) sentimenti dell’io o sentimenti psichici propriamente detti , essi sono pure qualità dell’io e vengono provocati da particolari avvenimenti ricchi di carica affettiva: amore, vergogna, orgoglio.

4) Sentimenti spirituali che corrispondono ai sentimenti religiosi e metafisici che sopraffanno l’individualità: la beatitudine, l’estasi, la disperazione.
Freud sostiene che ogni pulsione si esprime nei due registri dell’affetto e della rappresentazione.
L’affetto è l’espressione qualitativa della pulsione, la particolare connotazione che ne dà il soggetto, mentre la rappresentazione è come si configura in lui un certo accadimento, che è quindi pensiero.

E’ interessante precisare cosa si intende in linguistica per connotazione: questa consiste nelle diverse sfumature, di ordine soggettivo, che accompagnano il senso di una parola aggiungendosi ai suoi tratti significativi. Ad esempio le parole: piccino, bambino, pupo, fanciullo, infante, bimbo, hanno tutte lo stesso significato ma diversa connotazione in quanto richiamano risonanze affettive ed ambientali diverse. Nella connotazione delle diverse parole che usiamo c’è tutta la storia personale che caratterizza ciascuno, c’è il diverso registro che ciascuno usa per declinare i suoi affetti, cioè il moto dei suoi pensieri.
L’affetto è la forma che prende il corpo nel suo moto, è la forma che prende la mia mano in una carezza o nello stringere una pala che scava una fossa, è la mia voce che si modula.
L’affetto è il quantum “qualitativo” che ci metto di mio nella relazione, è la libido, parola la cui comprensione mi era sempre stata oscura. L’affetto non solo non è diviso dal pensiero, ma è il pensiero stesso in quanto forma estetica della mia storia, è come mi relaziono. Per questo è un tesoro per il soggetto che l’abbia scoperto e riesca a dirsi pubblicandosi in tutte le forme che troverà confacenti a manifestare la sua sensibilità.
La rimozione, consiste nella separazione tra affetto e pensiero. La rimozione originaria non è quella generata dal trauma della nascita, ma è quella che compete a ciascuno nel momento in cui è ingannato da quell’altro in cui ha riposto fiducia, in quel momento il soggetto non afferra la ragione che produce quell’effetto che poi si trasformerà in affetto mancante. Le emozioni si costituiscono come tracce di un affetto mancato, l’angoscia è quindi un’emozione come la melanconia, la noia, la nostalgia.
Riprendendo in esame i due termini di affetto ed emozione, si può notare che nella etimologia del primo c’è un movimento del soggetto per qualcosa, mentre nel secondo, l’emozione appunto, sembra che qualcosa di esterno abbia il potere di muovere delle corde interne del soggetto e per questo si parla di incontrollabilità delle emozioni.
Tutto questo è falso non può che essere il pensiero del soggetto che legge, interpreta ed emette un giudizio. La musica è composta da una serie di onde acustiche, elementi fisici definibili per grandezza ed intensità, che recepisco e su cui posso dire qualche cosa, non è qualcosa di ineffabile che cattura i miei sensi. Tant’è che se mi trovo ad una distanza tale per cui non mi arriva in maniera chiara, la musica non ha effetto.

La mancanza è la cifra caratteristica dell’emozione, come se al soggetto fosse stato negato qualcosa, in effetti questo è avvenuto come tradimento nella sua competenza del diritto, gli si è imposto come valido un giudizio assoluto basato sull’astrattezza: “questo non si fa- questo non si dice”.
La società non aiuta certamente il soggetto ad uscire da questa divisione tra affetto e pensiero, anzi lo invita a rifugiarsi in quei sentimenti nascosti ed intimi e che indicano il ritorno ad un passato felice, o che rivendicano la vaghezza di un amore ideale dove l’altro comprenda i pensieri non detti.

Tutto un filone di romanzi, poesie, quadri, racconti televisivi, storie di vite vissute narrate dalla televisione che si basano sui contenuti emotivi, non fanno altro che mettere in risalto questa scissione tra pensiero ed affetto. Un aspetto caratteristico di queste emozioni malinconiche riguarda il concetto di attesa.
In questo senso vorrei proporre due esempi illustri: Marcel Proust e Giacomo Leopardi .
Il brano che segue di Proust è tratto dal romanzo autobiografico “Alla ricerca del tempo perduto”:
La mia sola consolazione, quando salivo per coricarmi, era che la mamma venisse a darmi un bacio non appena fossi stato a letto. Ma quella buonanotte era di così breve durata, ella discendeva così presto, che il momento in cui la sentivo salire, poi quando passava nel corridoio a doppia porta il rumore leggero della sua veste da giardino di mussola azzurra, dalla quale pendevano cordoncini di paglia intrecciata, era per me un momento doloroso. Annunciava quello che l’avrebbe seguito, in cui mi avrebbe lasciato, e lei sarebbe ridiscesa. Di modo che quella buonanotte che mi era così cara, giungevo a desiderare che venisse il più tardi possibile, perché si prolungasse l’intervallo in cui la mamma non era ancora venuta
Di Leopardi riporto una parte della poesia “ Il sabato del villaggio”

La donzelletta vien dalla campagna,

in sul calar del sole.

Col suo fascio dell’erba; e reca in mano

un mazzolin di rose e viole,

onde siccome suole,

ornare ella si appresta

dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

su la scala a filar la vecchierella,

incontro là dove si perde il giorno;

e novellando vien del suo buon tempo.

……………………

Questo di sette è il più gradito giorno,

pien di speme e di gioia:

diman tristezza e noia

recheran l’ore, ed al travaglio usato

ciascun in suo pensier farà ritorno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna in alto