Ri-conoscenze di volo

Giacometti Flavia: Quest’anno l’attività del Laboratorio ha come titolo “le teorie presupposte”.
Lo dico perché all’interno di questo programma vogliamo ricavare uno spazio per gli artisti e per chi ha piacere di presentare un proprio lavoro.
Questa sera inizio questa iniziativa con la presentazione di un mio libro che ho scritto da un po’ di tempo e che ho recentemente pubblicato.
Ho avuto in mente questo libro per molto tempo.
Ho provato a scrivere una traccia per potervene parlare…magari poi non la seguirò neppure.
Ho cominciato a scriverlo tanto tempo fa, è stato scorrevole, facile scriverlo ma poi e’ rimasto lì, quando l’ho ripreso in mano per poterlo presentare al pubblico mi sono accorta che era più difficile questa seconda operazione che la prima.
Provo a fare una brevissima storia: nel 2001, sette anni fa, ho messo insieme questi pensieri e quando avevo più o meno concluso, scritto cosa avevo in mente, l’ho fatto vedere a qualcuno, a un’amica, che è qui stasera e che mi ha incoraggiato a farne qualcosa. Ed è così che l’ho dato attraverso lei ad un funzionario dell’editoria, questo signore mi ha scritto:
“Premetto subito che il mio giudizio e’ positivo, e’ un testo denso, ben scritto e che mi pare nasca da una – pulsione interna -. (…) Mi piace il fatto che gli accadimenti siano intuibili, ma nascosti dietro una – perquisizione interiore -, e che questo gioco a tre, o quattro se aggiungiamo l’Io narrante, si chiuda con una vittoria interiore (che piange, alla fine..) Dal punto di vista formale non ho particolari osservazioni. Dal punto di vista strettamente editoriale dovrei dare un giudizio negativo…
Come prodotto editoriale è difficile è per happy few”.
Come prodotto editoriale e’ difficile, e’ per pochi felici.

Mi sono così trovata in una posizione ambigua, anche intrigante, pensando a queste persone felici ma pochi, perchè le persone che l’avevano letto mi avevano dato un rimando che di felice non aveva niente.
Questa osservazione mi ha poi portato a riprenderlo in mano, a lavorarci di nuovo.
Mi sono trovata nella stessa posizione in cui si trovava Marta, la protagonista del mio breve romanzo:
La perplessità e l’indecisione che in tale contesto si alternavano nella mente, non erano in grado, per loro stessa definizione, di approdare ad alcunché.
Finivano con lo scambiarsi vicendevolmente di posto senza mai modificare la logica perpetua.
La perplessità era legata al fatto di non avere considerato, in tempi recenti, le opportunità e le facoltà di scelta che presentassero caratteristiche differenti da quelle effettuate in altri momenti e in altri luoghi. Momenti e luoghi che avevano già subito una trasformazione autonoma collegata all’ineluttabilità dello scorrere del tempo.
L’indecisione, da parte sua, era legata al timore che prestando l’orecchio alle variabili si presentasse anche il rischio di smarrire i riferimenti e le certezze acquisite.
Marta ondeggiava tra questi pensieri come un perditempo qualunque mentre accadeva lo stesso fenomeno che si verifica quando a ripetuti e programmati inviti a pranzo ci si attarda per troppe volte consecutive e i commensali infastiditi cominciano ad assaporare il cibo senza il presunto padrone di casa, del quale, a lungo andare, scoprono di poter fare a meno.

E’ così che da vivandiere si passa ad ospite o ancor più ad illusione”.

Mi trovavo altalenante tra queste due posizioni, così ho ripreso in mano la bozza, ci ho lavorato di nuovo e ho inviato una nuova lettera ad un nuovo editore.

Rinaldi legge la lettera all’editore:

Gentile editore,

quando ho avviato questa mia narrazione, non sapevo con esattezza ciò che stavo facendo, o meglio, non sapevo perché lo stavo facendo.
Da tempo, in me, si erano costituite due squadre: quella della spinta interiore (pulsione) che vinceva sulla rimozione. Non che la seconda cedesse facilmente il passo: Edipo era contemporaneamente arbitro, guardiano e segna linee.
Certo è che sarebbe finito tutto lì se non mi fossi permessa l’incontro e scambiato le mie carte con quelle di un altro, per iniziare una nuova partita e un nuovo discorso.
In apparenza, genericamente, cercavo risposte a quell’ esistenziale interrogativo umano che, subito dopo, per me, diventava una domanda a quell’ umano universo laico che volevo fortemente esistenziale. Umano perché di soggetti si tratta, universo perché di scambio si tratta, laico perché di ognuno si tratta.
La passione che ne è nata e segue o precede, è di aiuto all’aiuto: mi appartiene in quanto è propria ed è generativa perché è viva. E’ viva perché appartiene ad una comunità narrante e nomade. Una comunità di soggetti unici e differenti, per l’appunto non stanziale, che naviga e tocca coste nuove, non si ossida e non si ripete in un pensiero, quando trovato, ma permette all’onda che sopraggiunge di avvolgere morbidamente e caldamente le caviglie di chi scruta l’orizzonte.
Per ciò ho scritto ciò che le sottopongo.

La saluto cordialmente e rimango in attesa di una sua.

Flavia Giacometti

Nei sette anni che sono intercorsi tra i primi pensieri che costituivano la bozza di questo testo e il momento successivo, sono accaduti degli eventi che avevano sempre nella mia vita di autrice, in parte finiti nella vita di Marta, la protagonista del libro,una sorta di retrogusto esistenziale, fatalistico, legato alla speranza, ed era così forte da inquinare, congelare il sapore degli eventi che accadevano, non accadeva mai nulla, il tutto si canalizzava in questo fatalistico sentire, sperando che qualcosa accadesse ma non accadeva mai niente.. Questa situazione mi interrogava anche sulla relazione con le altre persone.
Ed e’ per questo che ho ripreso in mano il libro lasciandomi trascinare da quella pulsione interiore che era già un po’ nella risposta che avevo avuto la prima volta e contenuta nella prima pagina del libro.
Sono andata per strada con Marta, provando ad incontrare altri personaggi.
La storia si snoda con Marta che incontra Teresa in una sorta di dialogo virtuale, Teresa non è presente, ma attraverso questo dialogo virtuale le due donne si incontrano con altri personaggi, forse principalmente donne ma anche uomini, ci sono diversi personaggi: Delia, Beatrice ma anche Pietro, Tommaso, Giacomo, Vittorio e infine l’aviatore di terra.
Proverei a leggerne un altro pezzo così mi aiuto un po’ e voi ci capite di più.

Rinaldi legge: “La mattina già si presentava diversa, la pulsione interna guidava a velocità sostenuta, tale da esitare anche davanti a qualsiasi segnale di stop.
Si trovava con le spalle volte alla montagna, lo sguardo verso il fiume perchè quella era la posizione della sua casa.
Quella casa ampia, più alta che larga, disposta a torre, su un terreno ampio, più lungo che largo, era bella o meglio a lei piaceva così come l’aveva inventata.

Le numerose stanze unite da scale, non avevano porte (…)

Sulle pareti, dai colori vivaci, erano appesi dipinti con espressioni di artisti che non aveva ancora incontrato.

I mobili erano avvicinati da uno stile discutibile: il suo. (…)

Circolava molta aria dalle finestre, spesso aperte, (…) Fuori di lì, c’era il cortile (…)

C’era un prato morbido (…)

C’erano molti alberi (…)

Il giardino, rivolto ad est, offriva un orizzonte incoraggiante, caldo, sereno, soltanto volgendosi verso ovest era possibile intravedere alcune nuvole, incapaci però di sfoderare un piglio testardo, indispensabile per trasformarsi nella ormai auspicata pioggia.
Marta, infilò gli stivali, cercò l’annaffiatoio con la fretta che caratterizzava le sue decisioni e le sue azioni. Ci mise tempo a trovarlo e così cresceva il desiderio, quasi che un qualunque e innocuo annaffiatoio potesse tramutarsi in un ricco tesoro, senza il quale risultasse impossibile procedere oltre.
Quando lo trovò, soddisfatta, si diresse verso il fossato dal quale abitualmente attingeva l’acqua, ma si accorse che la protratta siccità aveva prosciugato la roggia.
La sua disattenzione nei confronti delle condizioni metereologiche, le modificazioni circostanti, le apparve fatale, così preminente da non farle supporre un dato di fatto evidente e banale che si frapponeva ora brutalmente e in modo imprevisto tra lei e il suo desiderio.
Si sedette stupefatta più della sua ingenuità che della siccità, accese una sigaretta cercando di raggirare i pensieri, darsi una ragione e magari cessare di attivarsi per tornare a dormire fingendo che nulla fosse accaduto, ma l’energia di quella mattina non si lasciava facilmente domare. Non restava pertanto che dirigerla altrove.

Scelse la soffitta. (…)

Stando sulla porta, intimidita per essere finalmente arrivata fin lì, si accorse di quanto la soffitta fosse grande. (…)

Soltanto entrando precisamente nel luogo, nel suo mezzo e anche oltre, si vedeva un vecchio scrittoio così grande da confondersi con una piccola scrivania. Era coperto da uno stracciato tendaggio impolverato e dal colore reso indefinibile dalla polvere. Una volta spostato energicamente il telo che, impigliato in una recondita maniglia si lacerava sempre più ad ogni strattone, apparve per l’appunto uno scrittoio in legno scuro e massiccio con tre cassetti alla base e un piano in vetro posto sopra il legno. Non c’era nulla di dimenticato né dentro né fuori. (…)

Spostando lo sguardo sulla destra, c’era uno sgabello da pianoforte che spinse Marta a cercare lo strumento suo compagno. Non c’era. (…)

…..nascosto in un angolo e coperto da quella nebbia che crea e solleva chi tenta di cambiare l’ordine delle cose, individuò un vecchio quaderno dalla copertina nera sgualcita, tutte rughe e pieghe come se il tempo l’avesse lavorata e implacabilmente rinsecchita. (…)

Lo prese, incerta sul da farsi e poi lo cestinò(…) furtivamente lo recuperò e lo aprì

ll quaderno era scritto. Era leggibile. Era seducente.(…)

Scese dalla soffitta percorrendo le scale rapidamente, lo portò con sé in giardino e con uno sguardo rivolto ai fiori in attesa di dissetarsi si sedette e lo lesse. (…)

Teresa, l’autrice, così cominciava la sua narrazione: (…)”

E la narrazione si sviluppa intorno al ritrovamento di un quaderno che mette in collegamento Marta con Teresa. A questo proposito mi è arrivata da un amico una recente recensione:

Man mano che tutto cresce e matura pare che quelle tre esistenze traggano forza vicendevolmente: i personaggi dall’energia creativa, l’autrice dalle vicende dei suoi personaggi, in un’esaltazione virtuosa della sicurezza e consapevolezza di “sé”, figlie di una femminilità predominante e imperterrita che tira dritto per quella che sembra la migliore delle strade possibili da percorrere”.

In questa prima parte del libro si tratta di ri-conoscenze, si va a recuperare una storia attraverso il dialogo che si sviluppa tra Marta e Teresa e poi si apre in una seconda parte. Una volta recuperato un certo percorso mi sembrava importante che ci fosse una prosecuzione attraverso un agito, un’azione che io ho inteso nell’universo.
Sempre prendendo dalla precedente recensione:

Volare non è solo un grande sogno/aspirazione dell’Uomo, così fortemente radicato alla terra dalla forza di gravità, luogo/crogiolo di non sempre gradevole materialità più che di benvenuta etereo-spiritualità. Non è neppure solo quello che compie con i suoi atti nel grande spazio aperto, solitario, con le sue evoluzioni, il gabbiano Jonathan Livingstone, atti con i quali quel cocciuto, simpatico ed intelligente pennuto si esercitava per raggiungere la perfezione.

Il “volare” può anche essere una bella metafora, oltre Pindaro, che racchiude il concetto di un corretto agire per elevare la propria vita verso un più alto valore dell’esistenza, in principi e finalità, che più o meno coscientemente tutti compiamo quotidianamente, e che un “aviatore” (o un’aviatrice) supposto più esperto di noi, ci aiuta a compiere nella indispensabilità del rapporto a due, oltre i pericoli e le tentazioni fuorvianti, esterni, ed oltre le nostre debolezze interiori, per un’ottimale ed equilibrata esistenza”.

Io aggiungo a due in direzione, verso un universo in un viaggio che si sposta da un dialogo virtuale tra Marta e Teresa, ad un piano reale nell’universo.
Il capitolo 10 fa da ponte tra queste due parti del libro

Rinaldi legge:

“Nel susseguirsi delle ore e dei giorni, Tommaso, a fronte di un rimprovero mi disse; – ti credi forse la regina ? –

Nel taglio imperativo, le cose sono disposte per un certo e solo senso: non c’è tempo che per il fare!

Si descrive così, dunque, il luogo presidiato e assediato dal sintomo e Tommaso presenta, in un tempo non rinviabile e non delegabile, una domanda d’amore che non esaurisce il desiderio, bensì apre il gioco rendendo quello stesso luogo, decisamente espugnabile.

La questione si fa più limpida e poiché nulla dell’esperienza va da sé, non resta che liberare lo spazio per decidere il passo , ossia uscire dall’orma e scegliere il ritmo, quello che non abbandona il tempo, ma lo ritrova.

Ma, tornando alla regina… già la regina.. sì.

E la regina può giocare d’azzardo, così come dire: può sospendere la commedia e intaccare l’immutabilità, provocando brusii e malcontenti poiché ciò che avverrà, di qui in poi, non sarà previsto.

“..allora la fiaba corre su un filo che non perde occasione per spezzarsi in un gesto omicida, senza riuscire a chiuderla in un capitolo per l’incontro con un altro filo del desiderio, che bucando passato, presente e futuro coglie le cose all’improvviso, in un gioco d’amore”. [1]

Da un momento all’altro, da quella stessa posizione che la vedeva con le spalle rivolte alla montagna e lo sguardo volto al fiume, Marta prese a corrispondere.

Con l’aviatore di terra pronto a stabilire le riconoscenze di volo visitò quei paesi di cui possedeva i souvenir ed attraversò i paesaggi dei dipinti già esposti. Così giunsero oltre l’estuario.

Beatrice, anni dopo trovò le lettere che componevano il brogliaccio e ai piedi di Santa Maria della Scala lo lesse a sé: slegò i pensieri per uscire e per ri-conoscere, arrivando in quel modo fino a Tommaso passando per un universo”.

Questo è quello che intendo come ponte tra la prima parte e la seconda dove il dialogo a due si sposta su una dimensione più universale ed è su questo universo che mi piace puntare l’attenzione.

Ne ascolterei ancora un pezzo che è la conclusione.

Rapetti legge:

“Marta se ne accorse presto, oserebbe dire ancora prima di Teresa.
In fondo quella danza l’aveva coinvolta e avviluppata, appena ieri.
Per la verità le pareva fosse ancora lì, lei la respirava,
Eppure il vento soffiava e sollevava così tanta polvere che pareva appartenere a tutte le soffitte riunite. Il pulviscolo, come prodotto da un’operazione di discialbo, si rifugiava dritto dritto nei suoi occhi, le irritava la pelle.
Avrebbe voluto incontrarsi, quanto prima, con Teresa, per poterne parlare e magari chiarirsi, ma lei tardava.
L’attesa la indeboliva e la rendeva vulnerabile come accade agli innamorati e tutto ciò, nel suo insieme, la infastidiva.
Non tollerava quella posizione. Quale posizione? Forse era proprio la non posizione ad essere intollerabile.
Certezze, avrebbe voluto certezze. Le sue certezze. L’avrebbero aiutata ad assumere una posizione e a difenderla da sé stessa, senza rossore.
Sì certo, ciò poteva accadere a patto però di trovarle.
Ma perché Teresa non arriva?
Intanto le danze intorno si aprono, ballerini e ballerine tendono le mani.
Quanto avrebbe dovuto aspettare ancora per indossare l’abito e seguire il ritmo?
Osservatrice sottomessa?
Ma Teresa, quando arriva?
L’aveva sognato, aveva sognato un sogno. Aveva cantato un canto e recitato una poesia.
Aveva amato con amore, sorriso con gioia, toccato con desiderio. E adesso stava lì. Timorosa, incapace, dubbiosa, circospetta ….., fiera e soddisfatta della posizione in quel luogo fuori nicchia, pieno di spifferi.
Sì, prosegue in questo modo il sogno di un sogno, il canto di un canto. Prosegue in questo modo l’inquietudine di amare con amore, sorridere con gioia e toccare con desiderio.
Si diffonde in questo modo il proprio modo.
L’ultimo istante è quindi il primogenito della sua serie, è qualcosa del presente che vola già da qualche altra parte per un lavoro in atto di ri-conoscenze.
E’ arrivata Marta”.

Vorrei aggiungere ancora una traccia per capirne un po’ di più e per farvi venir voglia di leggere: ho preparato un breve scritto che vi lascio , solo alla fine della serata , che riprende il titolo che ho voluto dare che è ‘prove di scorrimento’.
Questa infatti potrebbe essere una serata di avvio a prove di scorrimento del mercoledì, come in un esperimento quando si avvicinano sostanze ed elementi e si prova. Ed è quello che avevo in mente di fare questa sera presentando questo lavoro
Vi ho scritto: ho scritto questo libro di getto pensando di prendermi cura di me…
Prove di scorrimento
Marta, nei suoi incontri , aveva ritenuto sufficiente e anche un po’ di più, fare la propria parte in autonomia esprimendo principalmente con i gesti e quindi con i fatti la propria posizione.
Finché gli accadimenti non sono ruzzolati vorticosamente a terra come a scendere da un dirupo in retromarcia. Chi conosce le vertigini sa che sensazione di nauseabondo smarrimento si prova.
L’incontro con Teresa segna l’uso della parola, costringe ad un confronto.
Soliloquio che diventa eloquio.
Con tutta la piacevolezza della tessitura che diventa ricamo.
Non resta che proseguire dunque, nell’incontro con l’aviatore che solleva il tessuto e invita Marta a spostare il velario per fare entrare l’ossigenante parola e renderla protagonista degli accadimenti.
Da lama di coltello a carezza: strumenti di lavoro per ciascuno.
Ho scritto questo libro “ Ri-conoscenze di volo” pressoché di getto: pensando di prendermi cura di me.
Mi ci sono voluti sette anni per pubblicarlo; pensando di prendermi cura di me.
Se volete leggerlo, ora io vi invito a continuare, per finire di scriverlo: pensando di prendersi ognuno cura di sé.
Grazie ad uno ad uno.

Flavia

E’ un invito,vorrei chiudere la presentazione di questa sera così, se volete leggerlo, se vi viene in mente di scrivere qualcosa, potrebbe essere una cosa carina.

Gramaglia: un cerino. E’ interessante, qui sul retro c’e’ l’albero genealogico: non c’è da domandarsi se e quale padre è mio padre? Chi è il padre?
Non è questa una questione nodale nella nostra società, e che il libro mette benissimo in evidenza?
La faccenda del padre biologico fa acqua, fa ridere, fa pena: il padre è colui che è riconosciuto dal figlio: è il figlio che riconosce il padre!
Un albero genealogico confonde perché ci fa andare in un limbo dove non abbiamo piacere di riconoscere questa faccenda: e qual è la faccenda?
Marta va in soffitta, lei sta cercando altro non sta più solamente dentro a quell’albero lì: Marta ha bisogno, ha fame di aria nuova, non ha più voglia di star dentro a quegli schemi. Perché?
Perché la norma soggettiva non le è stata rispettata, le è stata prevaricata, ordinata secondo una imposizione di un ordine superiore, comunque diverso dal suo ordinamento.
Infatti non è così nello spirito di Marta, Teresa , Beatrice, Delia!
E chi sono questi personaggi? Sono Flavia.

Quanti di noi bimbi abbiamo cominciato a fantasticare un universo per uscire e pensare dove andare. Allora forse non ci annoieremmo, ma bisogna farsi un c… della Madonna perchè non è più questione di Ma-donne, è questione di donna: è più complesso, e meno ideale! Purtroppo in soffitta non solo ci si annoia, ma si muore. Questa è una questione nodale, dobbiamo farla uscire, non si può solamente pensare alla famiglia come a ciò che ci dà tranquillità e stabilità: letteralmente è solo un dormire sempre…

Bertin : quando va bene a dormire, quando va male è come negli articoli di oggi, sangue che scorre, c’e’ una bella vignetta che dice: la famiglia uccide più della mafia, e l’altro, siciliano: sempre famiglia è !

Giacometti F. : quando si scrive un libro si pensa a una dedica, io l’ho dedicato alla mia famiglia, io la sento anche, la apprezzo la mia famiglia, ma ….poi sono andata avanti e l’ho scritta così:

Alla mia famiglia.

A chi ne ha fatto parte.

A chi non l’ha mai creduto.

A chi, come me, ritiene che essa sia

un’invenzione

che ha del sovra-naturale

e come tale può essere un patrimonio .

La famiglia è un’invenzione che sta sopra al naturale perchè è più larga, più estesa se no si spegne .

Solo se e’ così estesa può essere un patrimonio che e’ differente da matrimonio.

Int: certo, la famiglia non regge…………. ma e’ difficile dare una risposta sociale ad esigenze soggettive.

Int : non leggerei solo la negatività della famiglia, anche per chi rimane da solo……e’ un modo di riconoscersi, non la distruggerei come una cosa negativa.

Int; il ruolo sociale che noi abbiamo………negativizzare la famiglia è un non senso.

Int: la struttura sociale…………c’e’ un’oggettiva difficoltà a rapportare la profondità del proprio essere a schemi sociali chiusi.

Int: …prima di dire che è la famiglia che opprime …… e che me ne devo liberare,………

Int: …questo piuttosto che il progetto di famiglia naturale…….il nucleo domestico era costituito da fratelli e sorelle

Giacometti A.: il libro si e’ allontanato, stiamo facendo dell’ideologia, non sono d’accordo nel darne una lettura psicoanalitica generalizzante, c’e’una forma, una piacevolezza, un’estetica, un libro e’ una fantasia un affrontare un pensiero. Queste ideologie tolgono la piacevolezza della lettura, non voglio togliere il resto, ma che ci sia anche il piacere del libro.

Int: la lettera del primo editore, “il libro è per quei pochi felici…” ha portato Flavia a elaborarlo.

Giacometti A.: Marta va lì in soffitta per curiosità e poi trova , in questo caso della vita ritrova quello che poi………..ma poi, non prima.

Rapetti: raccolgo volentieri l’invito di ritornare al libro, alla scrittura, ho appena scritto una frase che voglio leggere a Flavia: il tuo modo di raccontare e’ come un’onda, ipnotica, sfumata, avvolgente, il tuo dire e’ erudito, raffinato e nel contempo spontaneo e sentito, crea un’atmosfera in cui e’ piacevole stare per pensarsi.

Gramaglia: solo ciascun soggetto può salire sulla propria soffitta

Giacometti F.: il discorso sulla famiglia ci ha fatto dire tante cose importanti.

Nel libro, nel giro in soffitta, c’e’ un percorso nei ricordi, nella memoria che attraversa la famiglia, Marta ha fatto il percorso da lama di coltello a carezza .

Dai vincoli che fanno sanguinare le mani si può arrivare alla carezza, ma questo e’ un lavoro.

Bertin: dire che sono felice perchè sono dentro alla famiglia è un’ideologia: la felicità-infelicità è del soggetto.

Int: già nell’800 si parlava di crisi della famiglia, ogni società ha la sua, non esiste una generalizzazione della crisi della famiglia. Certo che la norma è soggettiva ma all’interno del matrimonio si adatta una norma soggettiva che si definisce in relazione all’altro, nella famiglia mi incontro e mi scontro e definisco me stesso, ma non la nego, non si possono fare affermazioni così categoriche, perché abbattere un’ideologia per crearne un’altra?

Gramaglia: il soggetto da solo muore, il sociale è già con: quando il bambino viene per la prima volta accudito, ma quel bimbo per vivere all’interno di un certo modello, a volte scoppia, scoppia per riuscire ad avere quel po’di latte. Il soggetto ha bisogno di “con” per vivere: è già sociale sin dal primo momento.

“Con” non vuol dire necessariamente tutti subito, è l’universo in cui qualcuno ci sarà, qualcuno mi raccatterà, anche se mia madre mi ha messo nel cassonetto.

Int: il soggetto da solo muore

Int: il matrimonio diventa patrimonio…………………….

Giacometti A.: Matrimonio e’ la donna, patrimonio e’ il padre che comanda, e’ la sua rivincita, sono due nomi con radici identiche

Gramaglia: la partnership ha solo luogo nello scambio reciproco, altrimenti non è.

Int: il dare il nome al figlio e’ un riconoscimento di paternità a posteriori da parte del padre rispetto alla naturalità del riconoscimento della madre al momento della nascita

Int………..

Int: Quelle società che hanno sistemi sociali diversi hanno anche sistemi produttivi diversi e bisogna ricordarlo, adesso con l’attuale crisi, cambieranno anche i costumi sociali, tenderanno a rientrare, noi non possiamo capire la struttura sociale se non esaminiamo prima quella socio-economica su cui si basa.

Giancarlo: l’amore, il concetto di amore che stiamo cercando di sviluppare non ha nulla a che fare con l’innamoramento e con l’odio, ma con il lavoro e con l’economia.

L’etica dell’amore e l’etica del lavoro sono simili, vanno d’accordo, sono all’interno di un certo sistema che qui al Laboratorio chiamiamo universo. Invece la storia familiare occidentale e’ sempre stata quella del più forte: ecco perchè si e’ sviluppata una certa economia, ma adesso e’ finita!

Giacometti F. : sono contenta che siano venuti fuori tutte questi pensieri,

rinnovo l’invito: ri – scriviamo questa e altre storie.

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[1] Di Franco Ardemagni “ Istanti onirici…il tempo di una fiaba”. Frammenti rivista di psicoanalisi. Anno 1979

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