INCONTRI 2013 AL CORTILE DEL PENSIERO – Isteria? Laboratorio filosofico freudiano

28 settembre 2013

con Verenna Ferrarini

coordina Giancarlo Gramaglia

Giancarlo Gramaglia Ci siamo lasciati lo scorso sabato con Marianna, piena di bubboni: le aveva proprio tutte! Ci voleva Freud per denunciare e far capire che quei sintomi la scienza di allora non riusciva a spiegarli, non ce la faceva, non aveva gli strumenti. Era come andare a cercare di vedere e leggere l’universo senza telescopio.
Saluto Verenna Ferrarini autrice del Laboratorio filosofico freudiano una serie di lemmi e di filosofi sui quali Freud ha costruito dei giudizi.
Del Laboratorio filosofico freudiano ritengo che il passaggio fondamentale, la svolta sia che il pensiero è filosofia, ed è per questo che Freud è filosofo.

Verenna Ferrarini Questa idea mi è venuta, avendo cominciato a leggere Freud abbastanza tardi, per poter rileggerlo meglio.
Comincio a parlare del Laboratorio filosofico freudiano, con due fresche e pensose citazioni di due filosofe: una si chiama Giada e ha tre anni e mezzo, l’altra si chiama Giulia e ne ha quattro. Giada riceve dalla nonna una ramanzina, lei l’ascolta e poi al termine dice: “Grazie nonna per tutte le parole che mi hai detto, ma alla fine faccio quello che mi pare”. Questa è stata la risposta. La seconda frase che volevo dirvi è la seguente, Giada è vicina alla nonna e le chiede: “Nonna sei molto vecchia?” e la nonna risponde: “Vicino a te che sei una bambina certo che sono vecchia!”. Replica Giada: “Se vado in cucina sei più giovane?”. Non c’è tempo, né spazio: ora potrei tirare fuori ciò che Freud ha detto a proposito del concetto di tempo e spazio di Kant. Giulia dice alla mamma: “Mamma invece di dirmi che sono bellissima perché non mi racconti qualcosa di interessante?” cioè chiede di passare dalla logica del predicato alla logica produttiva.
Perché sono certa di essere socia di Freud facendo questi due esempi? Tutto il pensiero di Freud, la sua rivoluzione filosofica, e Freud ha occupato un posto nella storia della filosofia, si fonda sul riconoscimento della completezza del pensiero del bambino, a meno che gli adulti non lo tolgano dallo scranno scandalizzandolo, ostacolando il suo pensiero. E fin dai primi momenti questo pensiero sovrano può essere riconosciuto. Qualcuno lo ha detto, guai a voi se scandalizzerete qualcuno di loro. Scandalo vuol dire ostacolo. Mi capita spesso di utilizzare questo termine e di raccogliere il pensiero di molti che è lo scandalo sessuale, no! Lo scandalo è un ostacolo, un impedimento al pensiero del bambino.

La colonna portante della rivoluzione filosofica freudiana è proprio questo riconoscimento del pensiero del bambino. Il caso del piccolo Hans con la fobia dei cavalli, oppure il racconto del gioco del nipotino Ernst, la famosa descrizione del gioco del rocchetto. Lo ricordate? Alla fine si trattava di un nonno che osserva il suo nipotino Ernst, il quale volendo concludere, a partire dalla sua esperienza sull’assenza della madre per lavoro, giocava col rocchetto lanciandolo e neanche dicendo, perché erano vocali fortda, quando invece si trattava di giocare col rocchetto e pensando a suo padre diceva fort-in , traduzione in italiano: rimani pure dove sei, cioè in guerra. Qui sarebbe lungo il discorso: Edipo, il rapporto con il padre, il rapporto con la madre. Freud ascolta attentamente questa fonazione neppure completa, e racconta a chi legge, l’elaborazione di questo pensiero per arrivare alla soddisfazione della conclusione. Tra l’altro il gioco è un lavoro molto serio per il bambino, che quindi è pensiero.

C’è poi il caso di Hans, ma mi fermo su una nota al testo. Si tratta del Caso clinico del piccolo Hans, 5° vol. pag. 486. In questa nota Freud chiama Hans filosofo. Freud entra nel merito del pensiero di Hans, che sta lavorando sulla differenza sessuale, per salvare la sua reputazione, in quanto già competente riguardo alla differenza sessuale. Lui domanda a sua madre sperando di ottenere la soddisfazione di una risposta che lo confermi: “Anche tu hai un fa pipì?”. Aveva anche una sorellina, Hanna, e la madre risponde dicendo di sì. Allora Freud dice: “Egli in verità non si comporta peggio di un filosofo della scuola di Wundt. Per costui, carattere immancabile dello psichico è la coscienza, come per Hans carattere immancabile di tutto l’animato è il fapipì”. “In questo paragone”, dice ancora Freud in nota, “chi fa più bella figura è ancora il piccolo Hans. Poiché, come spesso avviene nelle esplorazioni sessuali dei bambini, dietro il suo errore si cela una parte della verità”. Ecco la serietà con cui Freud tratta il pensiero del bambino e l’ammirazione per questo pensiero e anche per l’errore, perché paragona l’errore del piccolo Hans alla psicologia novecentesca della scuola di Wundt.
Ritengo questa un’introduzione al Laboratorio filosofico freudiano.
Ci sono tanti libri sul rapporto tra Freud e la filosofia: uno fra tutti: Freud e la filosofia, curatissimo che mi è servito molto per confrontare le mie citazioni con le sue. La questione è sulla congiunzione, non si tratta più di Freud e la filosofia, ma Freud è filosofia!

In una famosa lettera, Freud diciassettenne scrive al suo amico Eduard Silberstein: Ma perché questo Hilferding non la smette di essere filosofo per amore e non comincia piuttosto ad essere amante per filosofia?(1). Quindi se filosofia davvero, allora è possibilità di movimento nel presente, qui mi viene in mente appunto Ernst: sto pensando a questa questione, mi muovo in modo tale di venirne a capo, se logica allora amore. Ricordo che abbiamo fatto un corso: La logica e l’amore (2), di solito non si mettono insieme logica e amore. Se amico del pensiero allora amante, è grossa! Quando due si possono chiamare amanti? Participio presente del verbo amare, quando quei due si parlano. Ricordo una volta Giacomo Contri, fece una domanda e chiese: “Qual’è il primo bacio?” e ognuno ha pensato al proprio primo bacio. Il primo bacio è quello che va dalla bocca di uno all’orecchio dell’altro. Quando due smettono di essere amanti, quando il coniugo si rompe, quei due smettono di parlare. Ecco, amanti per filosofia è grossa! Ad opera della modernità e della post modernità esiste una censura di Freud, nella forma della sistematizzazione, egli viene sistemato nella psicologia invece di essere riconosciuto nella filosofia.
Nel ’96 Freud scrive: “Da giovane non ero animato da altro desiderio che non fosse la conoscenza della filosofia e, ora nel mio passare dalla medicina alla psicologia…” vedete che non vi è divisione, “Questo desiderio si sta avverando”. La pietra angolare del suo pensiero è questa non separazione tra la psicologia come scienza e la filosofia. Freud non è ingenuo e dice io non sto parlando del sistema filosofico ma dell’amicizia del pensiero, la filosofia come amicizia del pensiero. Un intero lemma è dedicato al sistema filosofico, ed è quello che raccoglie molti testi freudiani proprio perché si dice in tutti i modi che la psicoanalisi non è una guida, non ha una sua Weltanschauung, quindi, un conto è il sistema filosofico, un conto l’esercizio, l’amicizia per il pensiero ed il pensiero del bambino va in questa direzione. Ad Ancona ho fatto una conferenza intitolata “La civiltà dei talenti” ed elencavo tutti i talenti del bambino, il talento della lingua che va di pari passo con il talento del pensiero che vuole arrivare a meta se non è ostacolato. Le varie patologie del bambino riguardano l’ostacolo al suo pensiero.

Ho scritto, nell’introduzione, una parola che mi stava molto a cuore: “Il lemmario, è una tessitura in progress, l’invito a proporre e a considerare nuovi lemmi di questo caritatevole elenco è aperto”. Caritatevole: voglio rendere onore con questo termine appropriato ad un amico del pensiero di Freud, come risulta dalla sua biblioteca nella quale i suoi testi risultano essere i più letti, si tratta di Carlo Emilio Gadda. Nel suo libro di saggi: I viaggi e la morte, Gadda scrive: “Freud, al banco dell’esplorazione clinica -un quarantennio!- esercita l’acume spietato e caritatevole..” certamente Gadda non è il devoto che tira fuori la carità “…a un tempo del ricercatore coordinando le risultanze dell’indagine in una nuova scienza e credo in una carità rinnovata”. Lascio a voi svolgere, la questione che potrebbe essere: cosa c’entra la carità rinnovata? Ringrazio Gadda per aver tolto dalle muffe religiose questa parola. È un parola che induce il termine carità attribuita al lavoro di pensiero di colui che scrivendo al pastore Pfister, dice: “Detto per inciso, perché fra tanti uomini pii nessuno ha creato la psicoanalisi, perché si è dovuto aspettare che fosse un ebreo affatto ateo?” Perché dato che la questione prima di Freud è quella del padre, concludo dicendo: è una questione aperta l’aver riproposto dopo secoli la questione del padre. Padre può diventare un lemma del nostro Laboratorio filosofico freudiano.

Gabriella Cominotti In dialetto friulano si dice parlarsi per dire che due incominciano ad essere amorosi, si avvicinano, quei due si parlano vuol dire che stanno iniziando a fare l’ amore.

Verenna Ferrarini Se fanno l’amore si parlano.

Giancarlo Gramaglia Fanno l’amore e non c’entra il sesso.

Gabriella Cominotti Infatti all’inizio il termine quei due fanno l’amore voleva dire si fanno, sono passati anni e anni prima che fare l’amore avesse un significato sessuale ridotto.

Angela Cavelli Anche quando il bambino non parla più con i suoi genitori vuol dire che non ha più un legame con loro

Giancarlo Gramaglia Perché quando intendersi è occhio con occhio il rapporto diventa problematico. Quando due si capisco solo tramite l’occhio ecco lì incominciamo a scivolare.

Verenna Ferrarini Io dal divano ho raccolto qualche volta la frase: “Ah, bastava un occhiata di mio padre ed io avevo già capito!”, ecco.
Ricordo una bambina, Matilde, che, a tre anni, mutismo elettivo, aveva smesso di parlare e ora sussurrava solo con le sue bambole, la prima volta che si è fermata e le ho incominciato a mostrare la cesta dei giochi lei ha iniziato a trafficare, ad un certo punto ho visto una trottola di legno e l’ho fatta girare, andava talmente forte e lei era ammiratissima dalla mia capacità di farla girare così tante volte ed in quel momento, era tutta presa, ha aperto la bocca e ha detto: “Guarda come gira!”, la prima volta, al che ho capito che era proprio la pretesa, il desiderio, il comando che lei parlasse come se fosse una sanzione: “Io con voi non ci parlo più!” era il suo motivo. Poi ricordo che una volta arrivò con una foglia di platano, era autunno, con un colore bellissimo e mi diede questa foglia e io le dissi: “Matilde è bellissima!”, adesso questa giovane donna fa il primo liceo, “Matilde che bella foglia dove l’hai trovata?”, niente …e andiamo avanti a giocare, lei adorava una mucca di legno piccola e dovevamo fare dei gran pastoni con il latte, la crusca, con dentro del caffè e lei immergeva questa mucca, poi tra l’altro io ho capito che per lei il periodo dell’allattamento era stato quello più difficile, c’era proprio un senso nel gioco che è durato anche per tanto tempo; quindi non mi ha risposto e siamo andate a giocare con la mucca e tutto il resto. Alla fine la vengono a prendere, suona il campanello, lei si mette il cappottino rosso, si volta e mi dice: “Nel giardino della mia scuola”. Alla domanda dell’inizio ha risposto alla fine.

Ernesto Rinaldi Vorrei narrare un episodio che mi è successo qualche giorno fa. Io frequento un corso di violoncello e nonostante siano tanti anni che suono, siccome non mi piace, non sono mai riuscito ad imparare a solfeggiare, a leggere la musica. Comunque mi arrangio, io mi arrangio a suonare, ho trovato la mia maniera. Da quest’anno nella scuola è obbligatorio fare il corso di solfeggio. Lunedì scorso sono andato da una persona che conosco che è un musicista e che ha aperto una scuola di musica e chiacchierando con lui gli ho chiesto: “Anche nella tua scuola dovete fare solfeggio? lui mi ha risposto di sì e allora gli ho spiegato che non mi piace e che lo farò per forza e lui ha replicato: “Non devi dire che non ti piace!”, a questa frase io ho sorriso. L’unica cosa sulla quale nessuno mi può obbiettare nulla è sul fatto che a me piaccia o non piaccia qualcosa, poi ha aggiunto: “Non devi dire che non ti piace perché sennò poi non impari”. Io vorrei porre l’accento sulla difesa, la difesa del proprio pensiero è una questione importante, io ho difeso il mio pensiero, quindi il mio essere filosofo.

Siamo filosofi dal momento in cui ci rendiamo conto che il nostro pensiero è un frutto preso, qua la questione del padre c’entra molto, il nostro pensiero è un eredità, sono frammenti, tutti pensieri che prendiamo e che investiamo dove ci piace. Contri afferma in un suo corso del 2009: “Non chiamatemi psicoanalista io applico un pensiero che si chiama pensiero di natura, io sono un filosofo, né più né meno di Platone”. Vi leggo una definizione di “tempo” data dal filosofo Salvatore Natoli tratta da “Le parole della filosofia”.

Verenna Ferrarini Posso fermarla un momento? Salvatore Natoli è uno che a tavola fa questa esperienza raccontata da lui, dice: “Se io sono a tavola e ho davanti un menù e devo scegliere tra gli agnolotti e la bagna cauda, se scelgo la bagna cauda ci sarà sempre l’insoddisfazione per non avere scelto gli agnolotti”, ma come? Questo è proprio un esempio di patologia! Su quello di cui lei parlava prima, dell’attentato al principio di piacere, ricordo che da bambina noi dicevamo quando qualcuno attentava il nostro principio di piacere: “piace a me piace a tutti”, cioè il principio di piacere è personale e dicendolo in questo modo mi metto nell’universo attraverso il principio di piacere.

Ernesto Rinaldi Vediamo cosa ci dice Salvatore Natoli sul tempo: “L’uomo si colloca sempre in un altrove, per questo forse ha il generico sentimento di provenire da un luogo-altro da questo mondo in questo quadro mi sembra più giusto dire che l’uomo si pone domande perché è una domanda, in forza del suo non essere mai dov’è, l’uomo si distanzia da Sé, profila distanze in questo suo dislocarsi e distanziarsi inaugura il tempo, il tempo scaturisce dunque dall’impossibile identità dell’uomo con se stesso ..”.

Ritornando all’incontro con il musicista ha poi continuato dicendomi, che dovevo imparare, perché: “Se impari a leggere suonerai bene” sono due cose che non necessariamente stanno insieme. Io studio il violoncello, la difficoltà che incontro è che l’archetto va mosso con regolarità altrimenti il suono viene strappato. Studio da tre anni e soltanto due mesi fa sono riuscito a ottenere una certa regolarità, però ho capito che potevo ottenerla anche dopo un giorno. Mi ci è voluto il mio tempo per riuscire a mettere insieme le diverse componenti, ma dopo un giorno, dopo il primo giorno che l’insegnante mi ha indicato cosa dovevo ottenere potevo benissimo riuscirci. Non è vero che musica richiede fatica, tempo e sudore, non è vero! Capire deriva dal latino capere che vuol dire prendere, sottolineo che la questione dell’eredità è nel prendere.

Vorrei parlarvi di Galileo Galilei come filosofo cioè amico del pensiero. Traggo quanto vi dico dal lavoro di Bertolt Brecht Vita di Galileo. Quando gli viene chiesto di abiurare le sue teorie pensa: “Ma io perché dovrei morire? È già successo che tantissimi siano morti per le loro idee, siccome quello che ho scoperto è una verità allora io muoio”, secondo me questa è una questione formidabile. Galileo riesce a pensare ma che cosa mi viene in tasca se io muoio? Risolve la questione tenendosi la vita e le sue idee, ad un certo punto dice: “E non venite a parlarmi dell’alone della bellezza che si sviluppa dalla vecchiaia; sapete come si sviluppa la perla? Un corpo estraneo insopportabile, per esempio un granello di sabbia, entra nel mollusco e in questo processo ci rimette quasi la pelle. Allora, io dico, al diavolo la perla, purché l’ostrica resti sana! Le virtù non sono appannaggio della miseria”. Mi pare che Galileo in questo dimostri l’amicizia per il suo di pensiero.

Roberto Bertin Il mio intervento si avvarrà della lettura di Flavia Giacometti di alcune parti delle lettere che Freud scrive a Eduard Silberstein. Il merito del Laboratorio filosofico freudiano, consiste nel riconoscimento di ogni soggetto come: “colto prima della cultura” perché occorre che ognuno impari a prendersi cura del proprio pensiero che consiste nel riorientare quella che è la competenza di giudizio. Questo serve per dire che ad ognuno di noi si può imputare questa frase: “Sei cosa pensi, non sei cosa mangi.

Flavia Giacometti “A proposito del prossimo anno di università posso dirti che mi dedicherò completamente a studi prettamente umanistici che non hanno nulla a che vedere con la mia materia, ma che non mi saranno del tutto inutili. Per il motivo sopra spiegato, il primo anno frequenterò la facoltà di filosofia. Se quindi qualcuno chiedesse a me (o a te al posto mio) quello che voglio diventare, evita qualsiasi risposta precisa e rispondi all’incirca: un dotto, un professore o qualcosa di simile.”, Vienna 17 luglio 1873. “Voglio sperare che il signor Hilferding non sia il prescelto. Cosa fa quel Saul tra i profeti e come fai tu a essere il suo discepolo? Forse che la sua materia è la filosofia e spera di guadagnarsi grazie a te il suo pane o vive di manna che il Signore Iddio gli fa cadere quotidianamente dal cielo ed è filosofo solo per amore? Perché piuttosto non è amante per filosofia”, Vienna 2 agosto 1873.

Poi, 16 agosto 1873: “Per quel che riguarda la filosofia siamo allo stesso livello, ma non posso carpire in cosa, come invece supponi tu, gli sguardi angelici (non inglesi) di cui ho ammesso di avere voglia, giacché non si ha nostalgia di ciò che si possiede; io ho tanto più desiderio d’essi perché non li possiedo…” Ancora qualche frammento: “… per ottenere singoli risultati sicuri c’è un maggior bisogno di approfondire ricerche sui singoli problemi che di voler afferrare l’esistenza della filosofia cosa che non è possibile perché la filosofia, come la psicologia, è una scienza ancora giovane e non può aspettarsi alcun appoggio dalla fisiologia. Occupandosi dello scetticismo, invece, non si possono trascurare Kant e Hume che è il filosofo che ha pensato con maggior esattezza e che ha scritto nella maniera più completa di tutti. Kant tuttavia non merita la reputazione che ha, di essere pieno di sofismi, un insopportabile pedante che si rallegra infantilmente quando può ripartire o quadripartire qualcosa dando così vita alle scoperte e alle finzioni dei suoi schemi”.

Vienna 27 marzo 1875: “Non riesco a farti capire quanto la mia fiducia in tutto ciò che generalmente viene ritenuto giusto sia diminuita e quanto sia aumentata la mia segreta propensione per le opinioni non sostenute dalla maggioranza. Da quando Brentano mi ha dimostrato in maniera tanto ridicolmente facile il suo Dio, temo di venire un giorno catturato dallo spiritismo e dall’omeopatia e dalla Louise Lateau ecc. Ecco, sono stato troppo dogmatico, mi attenevo a tutto ciò che credevo solo con convinzione logica.”

Siccome mi piaceva capire qualcosa intorno a quei nomi meno noti con cui Freud muoveva i passi del suo pensiero allora sono andata a cercare informazioni su Louise Lateau ed ho trovato che è stata ufficialmente dichiarata serva di Dio, che la sua causa di beatificazione è stata aperta a Roma nel 1991 e che è vissuta tra il 1850 e il 1883. Papa Leone 13° nel 1873, lei vivente, dichiarava : Il Bois d’Haine (il luogo di nascita di Louise) è un evento straordinario, si può affermare a nome mio che la scienza medica non sarà mai in grado di spiegare un tale fatto”, cioè le stigmate.

Questo fatto mi ha incuriosito anche perché noi sabato scorso abbiamo lavorato su una malattia straordinaria, che abbiamo conosciuto attraverso il lavoro di Gianpietro Sèry: Marianna, e allora sono andata a rivedere le letture che abbiamo fatto e c’è ne una molto simile: “Dal 24 aprile un evento si ripete ogni venerdì e il sangue inizia a scorrere dal suo fianco sinistro e dai suoi piedi, lo 8 maggio il sangue sfuggì da entrambe le mani, il 25 settembre la stimma è completata, con la comparsa sulla fronte di quattro piccole macchie di sangue, nel mese di aprile 1882 le tracce di flagellazione appaiono su tutto il corpo, queste piaghe appaiono tutte senza causa apparente nella notte tra il giovedì e il venerdì e scompaiono la notte successiva. Questo si ripeterà ogni venerdì fino alla morte nel 1883.”

Gabriella Cominotti Padre Pio non aveva le stigmate? A casa mia era un idolo e parlarne era tabù.

Flavia Giacometti Dall’autobiografia di Freud: “Io stesso comunque mi rendo conto di una differenza rispetto al passato. Fila che nello sviluppo delle mie opere erano strettamente intrecciate hanno incominciato a separarsi interessi nati in un secondo tempo sono tornati sullo sfondo mentre altri più antichi hanno ripreso il sopravvento. Tutto ciò fu dovuto ad una trasformazione avvenuta in me, a una sorta di sviluppo regressivo, se mi si passa l’espressione, dopo una diversione che era durata una vita e che era passata attraverso le scienze naturali, la medicina e la psicoterapia i miei interessi tornarono a quei problemi culturali che tanto mi avevano affascinato quand’ero un giovinetto imberbe affacciatosi appena al mondo del pensiero”.

Roberto Bertin In filosofia è chiamato “Schema ipotetico”, tutta la filosofia del Barocco è basata sullo “Schema ipotetico”, un argomentazione di fede senza alcuna affidabilità, una fede che non può strutturarsi come memoria di un avvenuta precedente sua capacità di giudizio e di soddisfazione. Questo “Schema ipotetico” attraversa non solo il Barocco ma un po tutto il pensiero filosofico, sia antico che contemporaneo, perché in qualche modo è il lavoro che patologicamente fa la cultura come soluzione alla sopravvivenza quotidiana del soggetto. Ecco, qui, ci sono due brani, sempre tratti da Freud “L’avvenire di un’illusione” che forse aiutano a capire questo aspetto.

Flavia Giacometti “Occorre adesso menzionare due tentativi che danno l’impressione di uno sforzo spasmodico per ridurre il problema, l’uno di natura violenta e antico, l’altro è raffinato e moderno. Il primo è il “credo quia absurdum” dei padri della chiesa. Esso intende affermare che le dottrine religiose si sottraggono all’esigenza della ragione e la sovrastano. Il secondo tentativo è la filosofia del “come se”, in base ad esso si fa esempio come nella nostra attività di pensiero numerosi siano gli assunti dell’infondatezza o addirittura dell’assurdità, siamo pienamente consapevoli anche se li chiamiamo finzioni per svariati motivi pratici siamo indotti a comportarci “come se” a queste finzioni prestassimo fede, ciò varrebbe anche per le dottrine religiose, data la loro importanza incomparabile ai fini della sopravvivenza della società umana. Quest’argomentazione non è molto lontana dal “credo quia absurdum” , ritengo però che l’esigenza del “come se” sia di naturale tale da essere concepita soltanto da un filosofo. L’uomo che dal proprio pensiero sfugge alle suggestioni degli artefici della filosofia non potrà mai accertarla; per costui con l’ammissione dell’assurdità o dell’anti-razionalità il discorso è chiuso. Non può essere tenuto proprio in relazione a quel che ai suoi occhi è più importante rinunciare alle garanzie da lui altrimenti richieste per tutte le sue abituali attività. Vi ricordo di uno dei miei figli che precocemente si distingueva per un particolare vigore del senso di concretezza, quando ai bambini veniva raccontata una favola che essi ascoltavano con grande attenzione, si faceva avanti e domandava se era una storia vera. Ottenuta la risposta negativa si si allontanava con sguardo sprezzante”

Roberto Bertin Il 27 agosto 2013 su La Stampa, una filosofa molto alla moda che si chiama Franca Agostini, ha scritto un articolo con questo titolo: Non ci libereremo mai di Parmenide. L’articolo mi ha incuriosito perché, a parte la conclusione che annota quella annosa polemica tra nuovi realisti ed ermeneutici, nella prima parte è tutta tesa ad evidenziare come sia soltanto di competenza di quel club privé di filosofi, la possibilità la capacità e la competenza di trattare significanti come “verità”, come “essere” e via di seguito. Arrivando a dire non appena questi concetti urtano il linguaggio e il senso comune, la loro tendenza è trasformarsi e scomparire, che cosa vuol dire? Allora state attenti, noi siamo filosofi e possiamo usare questi concetti, voi dei siete dei non nulla e fate attenzione perché non siete in grado di usarli e se li usate finiscono malamente nel senso comune.

Giancarlo Gramaglia Non avete la patente

Roberto Bertin Tutto il senso del fatto che non ci libereremo mai di Parmenide è questo: Parmenide è il depositario assoluto di questi concetti, questo è terrificante perché passa una cultura anti-soggettiva, anti-competenza di ognuno. Il problema è che in questo modo scivola nella cultura una questione di patologia, che è il trattare concetti come verità, essere come oggetti, come predicati non come atti utilizzabili nel discorso, nella relazione del prendersi cura di un altro , è il concetto di giudizio che viene negato: “Tu non sei competete nel giudicare a trattare questo e quest’altra questione se non nella banalità e nella riduzione di significato che tu gli puoi dare” ed è molto grave perché scivolando questo modo di pensare nella cultura non è più possibile recuperarlo come invece competenza di ogni soggetto. A Torino in questi giorni c’è : “Torino spiritualità”

Verenna Ferrarini Stavo guidando e alla radio c’era una intervista ad un sociologo, filosofo francese, il suo intervento era fondato tutto sull’emozione, ad un certo punto hanno chiesto a costui: “cosa pensa lei di questa questione…”, ed io ho pensato: “finalmente una domanda interessante “. Lui ha risposto: “io non sono un prete”. Cioè come pensa, come giudica questa cosa? risposta: “Io non sono un prete”.

Angela Cavelli Volevo riprendere questo perché c’è un passo di Jung che dice: “Io non sono nevrotico, Dio me ne scampi”

Giancarlo Gramaglia Quello che è curioso, della frase che Cavelli citava di Jung, è anche il fatto che Jung conoscendo benissimo Freud sa che “Io non sono nevrotico” cosa vuol dire? Vuol dire che lo sono. Dopo dieci anni di lavoro con Freud non riconosce che la negazione è una affermazione!

Verenna Ferrarini “Le nevrosi rilevano, da un lato, concordanze vistose con le grandi produzioni sociali dell’arte, delle religioni e della filosofia, e dell’altro sembrano il risultato di una distorsione di tali produzioni. Potremmo azzardarci ad affermare che l’isteria è una caricatura di una produzione artistica, che la nevrosi ossessiva è la caricatura di una religione, che il delirio paranoico è la caricatura di un sistema filosofico”. Ma per non restare troppo sul punto esclamativo, perché effettivamente il delirio paranoico è la caricatura di un sistema filosofico. Questa prima frase è di Totem e tabù vol. 7°, pag. 79, mentre invece la prossima, che non ho fatto in tempo a verificare, ( Introduzione al narcisismo, ebook 4546) sviluppa la questione posta dalla frase precedente che il delirio paranoico è la caricatura di un sistema filosofico, dicendo: “Le lamentale dei paranoici mostrano altresì che l’autocritica della coscienza morale coincide nella sostanza con l’autosservazione su cui si fonda. La medesima attività psichica si è dunque posta anche al servizio dell’indagine interiore che fornisce il materiale di cui la filosofia si serve per le sue operazioni intellettuali. A ciò si connette forse in qualche modo la tipica propensione dei paranoici a elaborare sistemi di tipo speculativo. Sarà certamente importante per noi se riusciremo a riconoscere i segni dell’attività di questa istanza osservativa di tipo critico – assunta a coscienza morale e a introspezione filosofica – anche in altri ambiti”, quindi di lavori in lavori, trovo piuttosto che sia davvero notevole e tutto da elaborare.

Marina Bilotta Ti ringrazio della citazione su Carlo Emilio Gadda. Trovo che Gadda ha intuito un filo logico tra caritas, in latino ed eredità e in questo ha colto nel segno riguardo a Freud. Freud si offe come eredità. Ho apprezzato moltissimo quando a Urbino in un seminario dove hai presentato un intervento intitolato Destino come coazione che è una frase di Freud che tu poi citi, ti chiedi ad un certo punto siccome noi diciamo che la pulsione è legge giuridica di moto a meta dei corpi, ma la pulsione va incontro a destini o a mete? Poi citi Freud in Al di la del principio di piacere che dice: “Nella vita psichica esiste davvero un coazione a ripetere che si afferma anche a prescindere dal principio di piacere”. Poi citi Giacomo Contri che dice: “Il regime di appuntamento non ha destino ma meta. Freud non ha sviluppato questa distinzione benché già sua, ma non glielo rimprovero, l’ho fatto io nell’appuntamento con lui”.

Quello che mi pare tu metta a fuoco nel tuo intervento è che di destino si può parlare come coazione a ripetere della rimozione, allora mi chiedo che cosa permette a un soggetto di sganciarsi dal destino per accedere alla soddisfazione della meta? Noi abbiamo commentato la settimana scorsa con Gianpietro Séry la difesa patologica di Marianna e abbiamo notato che lei non ha mai incontrato un amico del suo pensiero, cioè non è mai stata presa in considerazione per il suo pensiero anche patologico di difesa. Ha incontrato solo terapie rivolte al corpo senza pensiero. Marianna ad un certo punto, all’inizio della malattia, perde vistosamente il gusto di parlare ed è questa la malinconia. Io credo che la psicoanalisi, in modo rivoluzionario, è questo appuntamento come amico al pensiero del paziente, è il luogo in cui si passa dall’inconscio ad atto giuridico pensato, è il luogo in cui il soggetto riesce finalmente a confrontare l’insoddisfazione di questa coazione a ripetere la rimozione, coazione a destino, con la soddisfazione della meta e senza la psicoanalisi non c’è che coazione a ripetere la rimozione come unica difesa sperimentata dal soggetto e per questo percorribile, sebbene sia una difesa dolorosa e persino stupida cioè patologica.

Verenna Ferrarini Ciò che hai appena detto mi fa pensare alla prima condizione perché possa iniziare un lavoro di analisi, che è una forma di confessione. Tre sono le specie di confessioni. La confessione psicoanalitica: l’invito è di dire tutto quello che viene in mente, di qualsiasi cosa si tratti perché non è mai qualsiasi; la confessione come sacramento, per chi ci crede, sarebbe interessante leggere quali sono le condizioni per una buona confessione secondo il catechismo e la confessione del secondo diritto, per la confessione della colpa. Tra l’altro ho scoperto che esiste il caso del perdono giudiziale e mi ha interessato perché si sconnette sempre il perdono dal giudizio e in questo caso il perdono giudiziale viene concesso ai minori.

Allora la condizione perché possa iniziare l’analisi è quella dell’imputabilità. Ci ho messo del mio per arrivare a dire che se non si coglie la realtà dell’imputabilità non puoi iniziare un lavoro di analisi. Quindi, la risposta che dò ora alla questione posta è quella che davo a Urbino, perché ripensavo ad una mia paziente che continuava a ripete “Io sono tutta sbagliata”, io sono sbagliata non è un imputazione, è un inciampo, il solito inciampo dell’ontologia ed è il senso di colpa che avvinghia che non ha niente a che vedere con “che cretina che sono stata quella volta, che errore ho fatto quella volta là!”, quindi il passaggio è dal senso di colpa, questa idea di destino che incombe, all’imputazione. La colpa, ma quale colpa? Al mea culpa e qualcuno la chiama anche felix culpa e la chiamo così anch’io perché dal momento che l’errore viene nominato, nome, cognome, indirizzo, numero telefonico dell’errore, non è una frase spiritosa, ma è proprio chiamarlo per nome. Nella confessione sacramentale, nel Confiteor, si dice “cogitazione verbo, opere e omissione”, tra l’altro cogitazione è al singolare e magari da bambini ci hanno insegnato i brutti pensieri come se fossero sempre i soliti pensieri, invece il peccato del pensiero, il peccato della cogitazione, messo per primo non me lo invento io, ecco quindi l’imputazione è capace di riconoscere anche quell’errore che mi fa dire “Ah! Io sono destinato”, l’imputazione capace di riconoscere i destini è capace di arrivare a meta. Se dico: “Che cretina che sono stata” è difficile che la volta dopo ci ricaschi, ma vado da inizio a inizio. Quindi il passaggio: è proprio per questo che è l’imputazione che rende liberi

L’imputazione rende liberi anche dal destino. Il bambino che sta ancora bene è esente dall’idea del destino anche se viene presentato dall’adulto in una certa forma sempre ontologica: “Sei sempre così!”, avete presente? Non: “Hai fatto una cavolata.”! “sei sempre lo stesso!” Ecco l’esempio che mi sta anche a cuore è un bambino che giocava a nascondino e voi sapete che i bambini a una certa età si nascondono ed il piacere è nel farsi trovare, quindi iniziano a fare dei rumorini, il padre, sconsiderato, assisteva a questo e gioco e non capiva, aveva una sua, come dire teoria filosofica che imperava e ha incominciato a dire a questo bambino: “Ma sei stupido?” e il bambino ha continuato a fare tumori e ha concluso: “Sei proprio stupido!” ecco, quindi detto a un bambino che giocava a nascondino e aveva il piacere a farsi trovare producendo dei piccoli suoni, questo l’avevo chiamato a Urbino: un corso accelerato di avviamento al destino.

Giancarlo Gramaglia “Se continui così farai morire la tua mamma di crepacuore!”

Verenna Ferrarini Vi racconto questa: ho una nipotina di nome Jane, io mi stavo pettinando e lei era di fronte a me e a un certo punto vedo che mi guarda con particolare intensità e mi dice “Nonna quando sarai morta, mortissima, le tue perle saranno mie, vero?” e quindi c’è l’idea che il pensiero della morte non è legato al pensiero dell’angoscia, assolutamente, non è che io ti voglia adesso sottrarre le tue perle e non voglio che tu muoia. Ho chiesto ad un’amica di mettere, di fare un twitter con questa frase e si è scatenato un putiferio “Questa bambina che pensa alla morte! che pensa alla morta dell’altro!” ma è un pensiero di una sanità! Tra l’altro anche a Séry era capitato col suo bambino, una volta me lo raccontò, che gli diceva: “Papà quando morirai le tue macchinine saranno tutte mie vero?” L’aveva proprio messo come pensiero dell’eredità.

Verenna Ferrarini Quindi è il pensiero dell’eredità, eredi! Come è capitato anche, a Elena Galeotto, che suo figlio Francesco, che adesso ha diciassette anni, ma allora ne aveva tre, una volta mentre giocava avendo avuto notizia della morte dello zio di un amico, corre in cucina e dice alla sua mamma: “Mamma cosa vuol dire morire?” Elena Galeotto mi racconta: “Io mi sono tutta messa dritta perché questa è una domanda a cui devo rispondere bene e nemmeno il tempo di rispondere che ritorna a giocare e dice: “Ah, sì mamma ho capito, si muore quando i giorni sono finiti”.

Angela Cavelli Volevo riprendere una cosa che diceva Marina, che Marianna ad un certo punto dice che non ha più pensiero, io direi invece che ha un pensiero malato perché il pensiero malato sul proprio corpo come un destino di sofferenza, mi sembra che sia così, per cui non più aperto ad un appuntamento, ma ha un destino già fissato di sofferenza. La vita è sofferenza .
*(3)

Testo non rivisto dagli autori

1.S. Freud, Querido amigo…Lettere della giovinezza a Eduard Silberstein 1871-1881, Bollati Boringhieri, pp.22-23
2.Studium Cartello, La logica e l’amore, corso 2004-2005. Si veda il sito SAP. <http://www.studiumcartello.it/public/editorupload/documents/Archivio/050625SC2.pdf>
3.Al termine della conversazione è stata servita una cena a base di: gnocchetti con crema di piselli, pomodori gratinati al forno, tzatziki, salame, uva e dolcetti della Val di lanzo

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna in alto