INCONTRI 2013 AL CORTILE DEL PENSIERO – L’uomo onesto e sterile

12 ottobre 2013

con Angela Cavelli

coordina Giancarlo Gramaglia

Giancarlo Gramaglia 4° incontro, la cronologia è importante. Siamo partiti da un caso che si chiama Marianna con Gianpietro Sery, quando Freud non era ancora nato. La scienza dell’epoca descrive, profila il caso che abbiamo visto e che dopo si chiamerà isteria con tutta una serie di sintomi.
Freud prende l’isteria, si fa proprio guidare da essa e arriva dal 1895 in poi, ad insegnarci il modo di andare a leggerla e ci consegna quella che è la psicoanalisi, fino alle vicende successive dal 1939, quando ci affida la sua scoperta perché lui non c’è più. Nel secondo incontro Verenna Ferrarini ci fa vedere Freud come lavora, come sviluppa il suo modo di pensare. Il 900 legge Freud, lo fa suo come cultura in un modo che è disastroso, infatti con Luca Ribolini nel terzo incontro ci accorgiamo come la psicoanalisi sia ridotta a pura teoria.
Quindi siamo partiti con la storia di Marianna dove era presente una teoria medica che più che disegnare i sintomi non poteva, Freud presenta una modalità di lettura completamente diversa. La stampa generalista, la psicoanalisi del 900, raccoglie un sapere che deve di nuovo essere incasellato in nuove teorie, uso il plurale perché verrà fuori con Adler, Jung e poi Lacan che si chiamerà psicoanalisi sì, no, ma, non si sa.

Arriviamo ad oggi e la questione si fa importante, al pari delle altre, perché interviene un pensiero che Giacomo Contri ha chiamato il Pensiero di natura, insegnando a riprendere Freud senza formare un’altra teoria, ma è un modo di pensare per cui ciascun soggetto, si fa carico di recuperare il suo Colto, il proprio pensiero di natura: quel bimbo o quella bimba che è stato espropriato dalla cultura vigente del tempo.
Oggi vedremo non proprio questo aspetto così luminoso che sarebbe più piacevole, oggi vedremo quello più spiacevole, l’effetto: “Mio figlio si è sistemato”, finalmente c’è la pensione, speriamo che riesca a portare avanti ciò che ha ereditato, i beni di famiglia.
Nell’ordine di queste cose che ci sono in ciascuno, ha a che fare l’intervento di Angela Cavelli che ha recuperato nei passaggi di Joyce, e la letteratura ne è zeppa, il signor Duffy di Dublino che è congelato nella cultura del sapere, sistema in un quadro nosografico che si chiama psicosi. Modo con cui la cultura del 900 ha sistemato questa pesante patologia, pesante perché dà freno a quel soggetto colto prima della cultura. E’ da freno come quando si dice: “Bisognerebbe fare una analisi ma costa tanto io non posso mica” e questo discorso tocca ciascuno.

Angela Cavelli Vorrei introdurre il discorso dicendo perché ho scelto Joyce che avevo letto anni fa e poi ho ripreso. Joyce ha fatto come fanno tutti gli scrittori ma con qualcosa in più, secondo me, egli annota tutto ciò che il reale suscita in lui girando per le piazze e le strade di Dublino, andando nei pub, parlando con i suoi conterranei. Lui osservava il comportamento dei suoi compagni, è interessato, nota i loro modi, il loro parlare e di tutto questo ne ha fatto tesoro, infatti i racconti: Gente di Dublino è preso dalla realtà della gente.

Diciamo che Joyce è come un imprenditore che riesce a fare affari con tutto e che non butta via niente neanche la patologia dei suoi personaggi. Ringrazio Giancarlo Gramaglia perché tempo fa e questa cosa mi è rimasta in mente, mi aveva suggerito di riscrivere la favola di re Mida, allora io ci ho pensato su. Sapevo che la favola di re Mida è una favola invidiosa e adesso dico perché. Re Mida è colui che ciò che tocca diventa oro, guadagna, il suo toccare vuol dire fare profitto. Il proseguo della favola però è invidia. Lui che ad un certo punto tocca sua figlia e sua figlia diventa oro e allora torna indietro. E’ in questo c’è invidia, nel senso che si è trovato il modo per dire non è possibile che l’erba voglio cresca nel giardino del re. Il re è colui che è privilegiato, ma ognuno di noi potrebbe essere un re se ci sta, se accetta i privilegi, comunque è una favola invidiosa perché dice che non ce n’è per nessuno un po’ come la teoria di Malthus.

Quando parlo di miseria intendo non solo la miseria economica, ma la miseria psichica che c’entra con la miseria economica. Se voi pensate che una persona depressa non imprende più non vede più cosa fare di nuovo, non ha più voglia né di viaggiare né di incontrare persone, voi capite subito che il tempo per questa persona non è più anche ricchezza intellettuale, ricchezza di amici, c’è miseria.

Joyce ha usato lo smarrimento dei suoi personaggi non per fare il missionario della patologia: va bene tutto, non dire che tutto è male e tutto è dolore e neanche ha detto che tutto è bene perché si guardava in giro, ma per dire che la patologia non va negata. Se io sto male, sto male. Non va negata, va riconosciuta. In questo senso potrebbe diventare una felix culpa, una felice colpa, perché riconoscendola potrebbe essere un’occasione per la riapertura di un processo che è andato male e capire che cosa è successo. Joyce non la dice questa cosa direttamente, ma lo fa capire con i suoi personaggi. E’ un lettore di Freud, i libri più letti da Joyce sono quelli di Freud.

Certo, nel suo racconto: I morti, che è uno degli ultimi che ha scritto, Joyce annota su carta il mancato giudizio di Gabriel, il protagonista, sulla nostalgia della moglie gretta e ne denuncia la confusione. E’ una confusione che lavorata avrebbe potuto rinnovare questo rapporto, perché una persona che si chiude in sé vive di nostalgia, l’altro avrebbe potuto dire ma allora stai ancora qui a perdere tempo su un amore finito? Invece cosa fa? Lui si ritira in un mutismo melanconico va sotto le coperte e si mette a vedere la neve che cade. Così rimanda, come dire che l’isteria seppure tolta dal DSM c’è.

In un altro testo: La grazia, gli amici con la loro presenza permettono la ripresa del protagonista che è un ubriacone. Si fanno, difensori della sua salute, tanto da portarlo a confessare. Oltre la confessione sacramentale, c’è anche quella giudiziaria e quella allo psicoanalista. Che cosa vuole dire la confessione? Riconoscere che siamo imputabili.

In un altro racconto: La piccola nube, il signor Chandler che tutti chiamano il piccolo Chandler perché é un tipo timoroso e pauroso incline alla malinconia, non ha mai il coraggio di andare fino in fondo ai suoi desideri. Addirittura ha dei libri di Byron che gli piacciono e non si muove neanche per andare verso la biblioteca per prendere il libro, lascia perdere, rinuncia. Sua moglie lo odia e lui cosa fa? Si limita ad immaginare quello che potrebbe fare, ma non si muove per realizzarlo.

Quando incontra un amico, che era inferiore a lui per nascita e condizione si erano conosciuti da ragazzi, egli riconosce che quest’uomo ha tratti perversi. Non sa giudicare, è uno sprovveduto, ma cosa fa? Lo compiace perché ha avuto successo e lo imita e si identifica con lui nei tratti negativi perché l’identificazione è sui tratti negativi. Quindi prende da lui: mi devo comportare da uomo per essere un tipo duro, trattare male gli altri ecc, poi ci ripensa ma ancora una volta invece di sfruttare quello che ha, ritiene di essere malinconico e di poter scrivere versi malinconici. In effetti uno potrebbe sfruttare la malinconia che è una brutta bestia, ma la potrebbe sfruttare per scrivere delle poesie, ma lui non lo fa da la colpa del suo vivere rinunciatario alla sua timidezza. Non è tanto la timidezza quanto l’incertezza nei confronti dell’autorizzarsi. La Costituzione individuale vive del permesso giuridico: è permesso tutto ciò che non è proibito, mentre invece questo signore aspetta che qualcuno lo autorizzi. Lui ha sposato una donna che non lo ama, che ha gli occhi di ghiaccio. Questa faccenda potrebbe essere una domanda per rendersi conto che il rapporto con questa donna è insoddisfacente e in questo caso prendere in mano la situazione e dare una svolta positiva., ad esempio non permettendo alla donna di trattarlo in modo non buono. Questa sarebbe una conclusione del suo dibattersi su cosa faccio e cosa non faccio perché il rapporto potrebbe cambiare, invece lui si mette a recriminare ancora una volta e quando il bambino comincia a strillare quando lui torna a casa, c’è una conclusione ancora una volta una cattiva conclusione infatti dice che è tutto inutile, non può leggere ed è prigioniero per tutta la vita in quella famiglia. In realtà ciò che lo rende prigioniero è la teoria del destino che regge la sua malinconia. Parlare del destino è come dire che il soggetto non può farci nulla ed è l’annullamento dell’imputabilità: io non c’entro. Mi fa venire in mente Voltaire quando scriveva nel Candide che al ragazzo da educare il precettore Pangloss riferiva che il terremoto di Lisbona è avvenuto perché così doveva avvenire e ugualmente per l’uomo che stava annegando sotto gli occhi di Candide e Pangloss, anzi forse il terremoto è avvenuto perché quell’uomo annegasse come dire che tutto quello che c’è è il migliore dei mondi possibili.
Il signor Chandler non muove un passo per cambiare le cose si limita ad immaginarle che anche qui è un po come dire che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Non è vero, se prende sul serio la legge di moto il suo principio di piacere non c’è di mezzo il mare soprattutto perché c’è l’altro. Il principio di piacere, la legge di soddisfazione ci dice che io raggiungo soddisfazione per mezzo di un altro che mi è partner.

Nel racconto Un incontro invece, ci sono due ragazzi che quella mattina non vanno a scuola e gironzolano per Dublino. Incontrano un personaggio strano che all’inizio da loro ragione nel non essere andati a scuola e loro sono affascinati. Però poi cominciano a vedere che quest’uomo non è curato, ha denti e sguardo strano. L’uomo se ne va e poi ritorna facendo un ragionamento opposto al precedente: bisogna frustare i ragazzi ecc. e loro capiscono che è una persona sadica e fuggono. Uno di questi che è il protagonista del racconto, prima si è lasciato ingannare, ma poi riesca ad arrivare al giudizio che questo uomo è un sadico. Questo gli serve per giudicare l’amico che aveva sempre disprezzato che era con lui come qualcuno che lo stava aiutando per raggiungere un secondo giudizio sull’affidabilità dell’altro.
Con questi racconti Joyce prende spunto dai suoi compatrioti che osserva nei modi e nei rapporti, una delle cose che dice è: “Nei miei racconti ci sono dei momenti che io chiamo epifanie che vuol dire manifestazione”. Che cosa manifestano? I momenti in cui l’individuo coglie qualche cosa di se che prima non aveva colto. E’ come se guardando dal di fuori quello che lui sta facendo coglie qualcosa che non aveva colto di se.

Giancarlo Gramaglia E ce ne sono tante questioni da cogliere

Angela Cavelli Non so se qualcuno di voi ha letto Evelin che è un altro racconto. Evelin è una giovane donna che fa una vita grama, un padre violento, due fratelli da curare, la madre morta e lei deve lavorare per mantenersi e mantenere anche gli altri. Ha una relazione con un uomo che le propone di partire e andare in Brasile per ricominciare una nuova vita e sposarsi, lei è contenta però è angosciata. Al momento della partenza sta per salire sulla nave e l’uomo le allunga la mano per aiutarla a salire e che cosa fa? Pensa a quello che le ha detto sua madre in punto di morte: dovrai continuare a badare ai tuoi fratelli e a tuo padre e questo la fa rinunciare a una nuova vita e ritorna alla vecchia vita insoddisfacente. Nel momento in cui avrebbe potuto ricominciare, non senza memoria, ritorna a quanto le aveva detto la madre che aveva ipotecato il suo pensiero ovvero lascia il suo pensiero e prende quello della madre, lo sostituisce con quello della madre. E così non cambia nulla. Però il bivio c’è, Evelin avrebbe potuto cambiare ha auto l’occasione che secondo me hanno tutti, basta che uno esca in piazza e possibilità ne trova.

Giancarlo Gramaglia Ogni giorno ogni momento, occorre investire sempre il proprio capitale e non perché mi ha toccato la mano altrimenti è di nuovo secondo il destino, senza lavoro. Approfitto per comunicare il dato che ci chiedevamo: Joyce è vissuto tra il 1882 e il 1941. Morto due anni dopo Freud, un contemporaneo.

Angela Cavelli Grazie. Una persona che sta male se lo riconosce e va a cercarsi qualcuno di affidabile per una cura vuol dire che si è mossa perché la sua vita abbia una svolta, un’altra può invece dire io sono fatta così come dire si nasce malati invece non è vero non si nasce malati ma lo si diventa però il bivio, l’alternativa c’è. Quando due incontri fa si parlava di Marianna c’è stato un momento in cui il dottor Regazzoni aveva detto qualcosa rispetto a questa giovane donna circa quello che stava facendo, il teatro che faceva compromettendo il proprio corpo era molto frutto di immaginazione. Non ne voleva sapere del rapporto con un uomo. Lei non ne ha voluto sapere di questa diagnosi del dottor Regazzoni e ha continuato per la sua strada fino a morirne. A questo punto c’è il racconto di Duffy l’uomo onesto e sterile se Flavia comincia a leggere.

Flavia Giacometti “Il signor James Duffy viveva in una vecchia casa tetra e dalle finestre poteva posare lo sguardo nell’interno di una distilleria abbandonata o farlo risalire sulle rive del magro fiume sulle quali sorge Dublino. Non c’erano quadri alle alte pareti della sua stanza priva di tappeti, i mobili se li era comprati tutti da se. In una nicchia nel muro era stata accomodata a mezzo di palchetti di legno bianco una specie di libreria e gli scaffali e i libri erano disposti gradatamente dal basso verso l’alto a seconda del formato. Sul tavolo non mancava mai l’occorrente per scrivere, alzando il coperchio dello scrittoio ne usciva sempre una fragranza lieve, fragranza di matite nuove in legno di cedro, una bottiglietta di gomma, una mela matura riposta e poi dimenticata. Il signor Duffy rifuggiva da ogni indizio esteriore di disordine fisico e mentale. Il suo viso aveva il color bruno delle strade dublinesi, gli zigomi ossuti gli aggiungevano una nota di durezza, gli occhi davano l’impressione di un uomo sempre pronto a scoprire negli altri impulsi di redenzione e sempre deluso. Pareva vivesse ad una certa distanza dal proprio corpo riguardandone le azioni con dubbiose occhiate di sbieco. Aveva inoltre una starna abitudine autobiografica che lo induceva a comporsi di quando in quando nella mente brevi frasi su se stesso col soggetto in terza persona e il verbo al passato”.

Giancarlo Gramaglia E’ importante questo passaggio: con il soggetto in terza persona e il verbo al passato

Flavia Giacometti “Da molti anni era cassiere in una banca privata, vi si recava con il tram ogni mattina, a mezzogiorno andava a fare uno spuntino, alle quattro era libero. Le serate le passava di solito davanti al pianoforte della padrona di casa o vagabondando alla periferia della città. La sua simpatia per la musica di Mozart lo portava talvolta all’opera o al concerto e questi erano gli unici sperperi della sua vita. Non aveva né compagni né amici, né chiesa né credo, consumava la sua esistenza spirituale senza comunione alcuna con il prossimo, visitando i parenti a Natale e accompagnandoli al cimitero quando morivano, doveri sociali da lui assolti solo per un tradizionale senso di dignità, ma senza questo concedere altro alle convenzioni che regolano il vivere civile”.

Angela Cavelli Allora chi è Duffy? Diciamo che è un manichino, qualcuno che ha un programma in testa anche se il manichino non ce l’ha, controlla il proprio corpo quando dice che guarda male il proprio corpo, è come qualcuno che si guarda allo specchio e corre via, non ne vuole sapere del proprio corpo. Che cosa evita Duffy? Evita tutti i rapporti tranne quelli che gli permettono di mangiare, di avere una stanza. C’è una cosa che lui evita come la peste ed è l’eccitazione. Non vuole assolutamente confrontarsi con nessuno tanto che lui abita in una casa in un sobborgo un po periferico dove per esempio non può incontrare nessuno di quei giovani magari brillanti che abitano nel centro. Perché non li vuole incontrare? Perché gli susciterebbero il desiderio di fare qualcosa in più di quello che fa e allora sta lontano da queste possibilità, non vuole essere eccitato, chiamato ad avere dei desideri da realizzare. La cosa che non vuole è essere destabilizzato, l’equilibrio è solo quello del morto, del cadavere, è molto equilibrato il cadavere, non si muove, sta fermo. Essere chiamato da un altro vuol dire disequilibrarsi perché ci si mette in moto. Il manichino non si mette in moto.
Quando pensa a se stesso formula dei pensieri in terza persona. Dov’è il suo io? L’io fa parte della legge di moto. Il suo Io non è più al servizio di una iniziativa personale

Giancarlo Gramaglia Come si legge? Sarà giusto come si scrive? Ci sarà un errore. Cosa leggo? Cosa scrivo? Cosa dico? Mi sarò comportato in modo giusto? Secondo uno schema perché si deve fare così, oppure gesticoli troppo, non devi gesticolare troppo anzi non si gesticola affatto. Qui si trova in Duffy la psicosi. Io in prima persona sono imputato e mi assumo la responsabilità di dire.

Angela Cavelli Lui è come Io senza iniziativa, ma a un certo punto pensa qualche cosa che potrebbe fare, ma è qualche cosa di illegale cioè pensa che potrebbe rapinare una banca, ma purtroppo anche qua l’occasione non c’è mai. E’ una storia senza avventure. Che cosa premia Duffy che non si muove come Io? Non vuole rendersi imputabile, come diceva Giancarlo se io dico poi avrò delle conseguenza e allora? Intanto avrò detto. Direi che anche il suo amore per la musica è una sedazione, invece di prendersi gli ansiolitici sente la musica la sera.

Marina Bilotta Mi pare di avere sentito che lui ascolta Mozart e Mozart è eccitante.

Angela Cavelli Sì, ma lui non ricava nulla da questo.

Ernesto Rinaldi Segnala una passione e penso che sia l’unico punto sul quale si può lavorare.

Flavia Giacometti “Una sera, alla Rotunda si trovò seduto accanto a due signore. La signora che gli stava vicino disse: ‘Peccato che ci sia così poco pubblico stasera, è triste per gli artisti doversi esibire davanti alle sedie vuote’. Egli accolse l’osservazione come un invito ad attaccar discorso e la poca timidezza della donna lo stupì. Ella aveva un viso ovale dai lineamenti marcati, gli occhi fermi di un azzurro cupo, il suo sguardo rivelava un temperamento di grande sensibilità. Poche settimane dopo la ritrovò ad un concerto. Si chiamava signora Sinico. Incontratala una terza volta, per caso, ebbe il coraggio di fissarle un appuntamento ella ci andò, fu questo il primo di una lunga serie. Lui la indusse, più tardi, ad invitarlo a casa sua, lo stesso capitano Sinico incoraggiò le sue visite considerandolo un eventuale partito per la figliola, tanto completamente aveva allontanato la moglie dal quadro dei suoi piacere che non riusciva nemmeno a sospettare negli altri un interesse per lei. Al signor Duffy non mancava quindi l’occasione di godersi la compagnia della signora. Nè a lui ne a lei era mai capitata una simile avventura e nessuno dei due vi vedeva nulla di sconveniente. A poco a poco egli allacciava ai propri i pensieri di lei. Le dava dei libri, le suggeriva delle idee, la faceva insomma partecipe della sua vita intellettuale ed ella prestava orecchio a tutto, con sollecitudine quasi materna lo esortava ad aprirsi senza riserve: ne diventò il confessore. Ella gli chiedeva perché non scriveva le sue teorie, e a quale scopo rispondeva lui con disdegno studiato”.

Giancarlo Gramaglia E’ centrato il concetto di teoria in questo caso

Flavia Giacometti “Per lui la compagnia della donna era come la terra calda per una pianta esotica e questa unione lo esaltava, smussava le angolosità del suo carattere, comunicava una certa emozione alla sua vita interiore. Ogni tanto si sorprendeva ad ascoltare la propria voce, pensava di essere asceso ai suoi occhi ad una angelica statura e mentre da un lato sempre più si adoperava a legare a sé la fervida natura della compagna, dall’altro continuava ad udire la strana voce impersonale che riconosceva per propria insistere sull’incurabile solitudine dell’anima. Non ci possiamo abbandonare diceva la voce, apparteniamo sempre a noi stessi”.

Angela Cavelli Prima vorrei dire una cosa rispetto a quello che ha detto Marina Bilotta perché in effetti c’è la sua passione per la musica che significa che qualcosa è rimasto ed è questa l’occasione per fare un incontro che è qualcosa di nuovo nella sua vita. Vediamo se lo sa sfruttare.

Quando dice non ci possiamo abbandonare apparteniamo solo a noi stessi è una bella teoria che lui ha in testa e si fa comandare da questa teoria. Allora il rapporto con questa donna com’è? E’ un rapporto educativo, lui fa il maestro, si confessa e questo può andar bene perché non sarà più inaccessibile comincerà a dire qualcosa di se. In che senso lui fa il maestro? Ritiene la donna un oggetto, se guardiamo la relazione platonica tra l’amante e l’amato, lui Duffy è l’amante cioè quello che sa, l’altra è la signora Sinico che deve essere educata. In questo senso è una relazione tra maestro e allievo, una relazione platonica nella quale però non c’è la stessa legge in quanto uno fa ciò che vuole, l’altro deve imparare. Non è che questo non faccia piacere alla signora Sinico, lei ascolta però quando si permette di dire che lui potrebbe pubblicare le sue teorie, quale sarebbe il beneficio? Sarebbe il giudizio degli altri che potrebbero farne carta straccia oppure dare merito. Invece lui dall’altro non vuole nulla, neppure il giudizio su ciò che ha scritto. Infatti risponde che non intende farsi leggere da giornalisti cialtroni.

Giancarlo Gramaglia Ritiene che siano perle ai porci

Marina Bilotta A proposito di Duffy educatore, sono d’accordo e aggiungerei sadico nel senso che l’educatore è sadico. Il pedagogo deve rimanere una situazione rigida di questo tipo: lui responsabile lei deve restare masochista

Angela Cavelli Infatti finché lei è materna va bene tutto, con una relazione educativa che è di questo tipo. Ad un certo punto Duffy si immagina non solo come maestro ma anche come salvatore della signora Sinico infatti si immagina di essere un angelo per lei una specie di delirio di ammirazione. Però l’angelo si pensa addirittura asessuato. Le teorie asservono già il corpo e il pensiero di Duffy.

Riprendo Heine che scrive: “Il cielo abbandoniamolo agli angeli e ai passeri”, se avesse letto Freud forse la signora Sinico avrebbe lasciato l’angelo al suo cielo infernale e i passeri al cielo azzurro, perché non sta giudicando la persona che ha davanti.

Qual’è l’obiezione di Duffy nei confronti della signora Sinico? La sua obiezione al modus recipientis che vuol dire rispetto all’offerta dell’altro prendere, ricevere.

Roberto Bertin La relazione educativa non è mai una relazione

Flavia Giacometti “Tant’è che una sera la signora Sinico gli prese con passione una mano e se la premette alla guancia. Il signor Daffy rimase assai stupito, lo deluse. Per una settimana non andò a trovarla. Poi le scrisse chiedendole un appuntamento. Era una rigida giornata d’autunno quando si incontrarono e furono d’accordo sulla necessità di rompere la loro relazione. Un legame, egli disse, è sempre un legame di dolore. Egli la salutò in fretta e furia e la lasciò, pochi giorni dopo riceveva un pacco con i suoi libri e la sua musica”.

Angela Cavelli Questo è l’esito di un programma che Duffy aveva già in testa. C’è una cosa nella signora Sinico che sottolineo, invece di chiedere a muso duro a Duffy perchè le ha dato appuntamento se ritiene che si è sempre soli?

Giancarlo Gramaglia L’appuntamento è un attimo prima cioè quando la signora Sinico gli dà la mano e che lui non ci sta. E’ lì che potrebbe esserci appuntamento, ma non si verifica. E’ lì, il momento dopo c’è solo la chiusura, c’è il ridammi le mie cose, ognuno a casa sua, mi hai fregato.

Flavia Giacometti “Passarono quattro anni, il signor Duffy tornò al solito tenore di vita, negli scaffali c’erano nuovi libri per esempio di Nietzseche Così parlò Zarathustra e La gaia scienza. Adesso scriveva di rado sui fogli di carta nello scrittoio, una delle frasi scritte due mesi dopo l’ultimo colloquio con la signora Sinico diceva: l’amore fra uomo e uomo è impossibile per il divieto di rapporto sessuale e l’amicizia fra uomo e donna è impossibile per la necessità di questo stesso rapporto. Dunque per timore di incontrarla si teneva lontano dai concerti”.

Angela Cavelli Alla signora Sinico è mancato il giudizio. La persona che aveva davanti non l’aveva vista, non era reale se l’era immaginata, si era innamorata. Tutto questo non è stato un bene per la sua vita. Certo, la loro relazione è soggetto-oggetto, quando lei allunga la mano lui la vede come un nemico. Lei non può dire beh. Non sia mai che l’altro abbia una iniziativa nei miei confronti: diventa un attentato.

Giancarlo Gramaglia La volta prossima con Marina Bilotta vedremo cosa succede sul perché no? che è proprio il titolo della serata.

Angela Cavelli Se a Duffy si fosse fatta una domanda sul perché no? cosa avrebbe risposto? Perché no! La teoria che ho in testa è un comando e va bene così. Non c’è pensiero personale rispetto al beneficio della relazione che nella partnership vuol dire fare affari anche amorosi. Addirittura in questo caso i sessi fanno obiezione alla relazione, non compongono il rapporto. Obiezione completa con un uomo e con una donna.

Roberto Bertin Duffy è l’uomo senza dubbi.

Angela Cavelli Non vuole riconoscere la nevrosi che c’è in lui.

Flavia Giacometti “Una sera mentre si portava alla bocca un buon boccone di manzo e cavoli si fermò con la mano a mezz’aria, gli occhi fissi su un trafiletto del foglio che gli stava davanti appoggiato alla caraffa. Riposò il boccone sul piatto e lo lesse lento, poi bevve un bicchiere d’acqua poi spinse il piatto da parte, pagò il conto ed uscì. Arrivato a casa, salì subito in camera e tolto il giornale di tasca rilesse il trafiletto alla debole luce della finestra. Lo lesse non ad alta voce, ma muovendo piano le labbra: ‘Morte di una signora a Sidney Parade, un increscioso incidente. Oggi al centro ospedaliero di Dublino il coroner aggiunto in assenza del signor Leverett, ha proceduto alla ricognizione del cadavere della signora Emily Sinico di anni 43, rimasta uccisa ieri sera alla stazione di Sidney Parade. Dall’inchiesta è risultato che la defunta, mentre stava attraversando i binari, era stata investita dalla locomotiva dell’accelerato delle dieci proveniente da Kingstown, riportando ferite alla testa e al fianco destro che ne avevano provocato la morte. Il capitano Sinico, abitante a Leonville e marito della defunta, ha reso egli pure la sua deposizione, confermando che la vittima era sua moglie e dichiarando che egli si trovava fuori Dublino il giorno della disgrazia, ed era arrivato solo quella mattina da Rotterdam; che erano sposati da 22 anni e avevano vissuto felicemente fino a due anni prima, epoca in cui la moglie aveva preso abitudini d’intemperanza. La signorina Mary Sinico ha confermato che ultimamente la madre si era data ad uscire tardi la sera per andare a comperare bevande spiritose e che più volte essa aveva cercato di ricondurla alla ragione consigliandola a farsi socia di una lega antialcolica. Il coroner aggiunto ha concluso trattarsi di un increscioso incidente’.
Il signor Duffy alzò gli occhi dal foglio e attraverso la finestra gettò uno sguardo sul triste paesaggio della sera. Che fine! L’intero resoconto di quella morte lo rivoltava e ancor più lo rivoltava il pensiero di avere confidato proprio ad una donna simile ciò che teneva per sacro.
Adesso che non c’era più, capiva quanto dovesse essere stata vuota la sua vita, sera per sera, sola in quella stanza. E anche la propria lo sarebbe stata, finché sarebbe morto anche lui, non sarebbe esistito più, sarebbe diventato un ricordo, sempre che ci fosse qualcuno a ricordarlo.
La sentiva più vicina adesso, nel buio e gli pareva a tratti che la sua voce gli sfiorasse l’orecchio, la sua mano toccasse la propria. Rimase fermo in ascolto. Perché le aveva rifiutato la vita? Perché l’aveva condannata a morire? Sentiva tutta la sua natura morale cadere in frantumi. Imprecò alla solitudine della sua esistenza: sentiva di essere stato escluso dal banchetto della vita. Una sola creatura umana gli aveva dimostrato amore ed egli le aveva negato e vita e felicità:l’aveva condannata all’ignominia e ad una morte vergognosa. Riprese la strada per cui era venuto, con quel ritmo a martellargli il cervello. Cominciava a dubitare della realtà di quanto la memoria veniva evocandogli. Si fermò sotto un albero e lasciò che il martellio morisse poco a poco. Ora non la sentiva più vicina nel buio e la sua voce non gli sfiorava più l’orecchio. Stette qualche minuto in ascolto: niente. La notte taceva. Ascoltò ancora: silenzio perfetto. Sentì che era solo”.

Angela Cavelli In Duffy succede che tutto era andato bene fino a che la donna non ha avuto un’iniziativa personale. Quando legge sul giornale che la signora Sinico è morta pensa che ha perso un amore, qualcuno che lo aveva amato e che lui in amore non ci mette niente. Non pensa che ha perso una socia con cui avrebbe potuto fare affari. E’ un uomo senza appuntamenti perché il regime dell’appuntamento é sanzionatorio. La signora Sinico era innamorata persa ed è arrivata addirittura a rimetterci le penne.

Giancarlo Gramaglia Certo, perché l’amore è lavoro.

Angela Cavelli Ma lui si ritiene l’essere imparagonabile, appartiene solo a sé stesso, non pensa io sono l’altro di un altro con cui fare relazione. La sua vita, dopo la morte della signora Sinico è un ritorno a tutto uguale anche perché per lui la relazione è qualcosa da miserabili e lui è al sopra di queste cose.

Ernesto Rinaldi Io vorrei dire qualcosa sulla psicosi perché come afferma Angela Cavelli, Joyce descrive il caso di un personaggio psicotico. Il tema della psicosi è quello più antico della follia; c’era la questione del folle che dava di testa che è sempre stata un fatto sociale per cui queste persone in qualche modo andavano inquadrate non si potevano tenere ed è sempre stata una questione della psicologia individuale di ciascuno individuare la follia, tant’è che nei paesi si sapeva che c’era il matto del villaggio. Ma che cosa è la psicosi?

Così come ce l’ha spiegata Giacomo Contri: è la perdita della norma della condotta del soggetto nel rapporto con l’altro. Il soggetto nella sua costituzione ha bisogno di fare due passaggi. Il primo lo incontra subito e lo incontriamo tutti, diversamente c’è la morte, ed è il principio di piacere cioè riconoscere ciò che piace e ciò che non piace, poi è necessario un secondo passaggio che è quello di riconoscere nell’altro chi mi da il piacere. Riconoscere soprattutto se l’altro è portatore di soddisfazione o no. Notiamo subito che c’è la dimensione sociale evidentissima e questa distinzione di saper riconoscere l’altro come portatore di soddisfazione lo psicotico non la fa.

La questione della soddisfazione del pensiero, il primo pensiero è ereditato lo prendiamo da qualcun altro e poi su quello si costruisce. Lo psicotico non riconosce l’altro, il secondo passaggio, che è importante per un’altra questione perché significa riconoscere l’altro come soggetto. La realtà è quella di un’esperienza con un altro soggetto. Quando lo psicotico distingue gli altri come sagome tant’è che quando avvengono gli omicidi, l’ultimo quello in piazza Montecitorio la persona che ha ammazzato due carabinieri, non ricordo bene, è perché per lui non è uccidere un altro soggetto, ma spara a delle sagome come quando ci si allena nel tiro a segno. L’altro diventa una sagoma non è qualcuno con cui ci si può relazionare.

Nella storia di Duffy mi sono chiesto, ma qual è l’increscioso incidente, non è quello della morte è quello di quando lei affettuosamente gli porge la mano,il signor Duffy fu stupito! E’ questo l’increscioso incidente.

Giancarlo Gramaglia Quale è l’altro titolo?

Ernesto Rinaldi Io ho un altro titolo che è Un fatto doloroso, ma non si capisce niente, è decisamente meglio Un increscioso incidente perché porta sulla lievità una cosa rilevante.

Quando da ragazzo ho scoperto Joyce soprattutto L’Ulisse ho capito che c’era un altro modo di scrivere che non era quello dei I promessi sposi e questo mi serve per dire che Freud ci dice nella seduta analitica non dobbiamo fare un ragionamento sensato, ma bisogna che avvengano, accadano i pensieri così come ci vengono in mente. Ecco L’Ulisse di Joyce è scritto così. Quando ho trovato questo modo di scrivere, abituato alla scolastica, mi ha dato una svolta perché ho capito che si possono mettere in campo cose che non siano legate da una logica ferrea. Certo che bisogna lavorarci, come in una seduta.

Roberto Bertin Duffy è un soggetto psicopatologico, un soggetto psicotico, ma il problema è che l’uomo onesto Duffy psicopatologico è un modo di essere, un modello dell’uomo che oggi scivola continuamente nella cultura e noi non sappiamo più riconoscerlo. Questo è il dramma. Finché restiamo dentro le categorie della psicopatologia va bene, ma quando l’uomo onesto scivola nella cultura, noi non siamo più in grado di riconoscerlo. Duffy non ha dubbi, è l’uomo delle teorie, si potrebbe dire che il suo ordine è un dis-ordine dove quello che scompare nella maniera più totale è il suo io-corpo e quindi la legge di moto non esiste, nella sua competenza di giudizio è inibita e tutto è assoggettato ad un principio di comando che oggi nella cultura è chiamato morale. Che sia morale filosofica, religiosa, Kantiana, poco importa, è la stessa cosa. E’ importante che siccome il rapporto di Duffy con la signora Sinico era un rapporto pedagogico, io insisto a scuola che l’educazione non è una relazione, al massimo è uno scambio.

Flussi emozionali, chiamiamoli così, dove tutto è incorniciato a far sì che il pensiero di chi è nella posizione dell’educatore che dice e che fa e l’altro che in qualche modo si mette ad ascoltare. Duffy è un soggetto che assomiglia molto nella cultura contemporanea a tutti quei soggetti emozionali di cui abbiamo grande visibilità e sentore, per es. il vice direttore della Stampa che nella sua rubrica è sempre continuamente ad incorniciare e proporre visioni della realtà e del pensiero pressoché esclusivamente con la caratteristica della emozionalità. Sto per stampare una dispensa dove una serie di parole vengono trattate e spiegate, uno di questi lemmi è emozione, vi leggo: “Oggi è la parola che più facilmente sostituisce il rapporto nel regime dell’appuntamento. La ricerca dell’emozionare ed emozionarsi è oggi quella che muove masse enormi di soggetti completamente accecati nel loro pensiero. Verso tutte le iterazioni e non i rapporti nell’universo delle istituzioni e del dominio oggettuale”, per esempio la patologia di Duffy risulta fissata alla logica del predicato e nell’oggetto sottomesso. L’emozione si costituisce come una risulta di pensiero sempre soltanto fissata ad un oggetto dove non c’è altro che consumo in se. Essa è l’espressione più povera di un oggetto ontologicamente inteso senza alcun lavoro su quella specifica materia prima che è invece un oggetto lavorabile, non fissato. Non per nulla tutte le più comuni definizioni di emozione si rifanno ad un sentire indicibile, ineffabile. La preponderanza di un sentire emozionale nella civiltà contemporanea è proprio il sintomo dell’obiezione, ostilità al rapporto fra gli individui. Tutto il pensiero rimane fissato, congelato in una dimensione ontologica oggettuale. Ecco perché le emozioni sono indicibili. Uno pseudo sentire in qualche modo psicosomatico accompagnato da un pensiero dove l’altro dell’emozione è un inafferrabile ente in se da consumarsi al massimo emozionalmente così com’è. Questo è il modo di percepire del signor Duffy e soggetti di questi tipo nella cultura contemporanea sono considerati delle persone oneste, con una loro autorevolezza, cittadini che hanno una loro moralità Kantiana dove tutto è presupposto ad un modello che è sempre anti pulsionale perché la pulsione è di per se anti sociale.
Il modello che propone Duffy è sì psicopatologico, ma è anche un modello molto diffuso. Ecco forse perché oggi tutto questo disagio di cui si blatera, fa depressione, immiserimento dei soggetti, ma oltre non si riesce ad andare.
C’è una bella frase di Contri che ne riecheggia un’altra del Vangelo che si presta alla chiusura del mio discorso: “A chi non ha (a chi non ha messo la mano come il signor Duffy) sarà tolto anche quello che ha” cioè la possibilità di fare rapporto fruttuoso. Duffy non mette mai la mano e la perderà.

Marina Bilotta Nel legarmi a questo che ha detto Roberto cioè la parola emozione che anche a me interessa e tra l’altro l’etimologia si avvicina anche a quello che diceva Angela Cavelli prima. Emozione è moto lontano, viene utilizzato oggi ingannevolmente, l’illusione di muoversi senza muoversi. A noi spetta non lasciarci ingannare.

Angela Cavelli Interventi importanti, aggiungo solo che Duffy è un uomo che si butta per la strada, è un personaggio della nostra cultura, non è quel poveretto che finisce in manicomio perché ha le allucinazioni è la persona che dice no a tutto, che non ha più la legge, non pensa ad una relazione e ad un beneficio.

Giancarlo Gramaglia Una considerazione sulla comunicazione. Mi è venuto in mente riguardo la considerazione della differenza di Joyce nella scrittura, ok in analisi è la libera associazione. Pensiamo a Picasso oppure pensiamo a installazioni di qualunque tipo di arte e c’è un modo di comunicare che non è più standard, non è sistemato, non è sistema. La fluidità di ciascun soggetto, non è più solo propria dei grandi nomi, ma di ciascun soggetto. Joyce ha scritto cosa gli veniva.

Angela Cavelli Joyce per poter scrivere così ha lavorato molto. Io ho chiesto, in una conversazione con il dottor Contri che un critico forse Montale ha scritto che secondo lui Joyce è pazzo. Sapevo che non era vero e ho chiesto al dr. Contri che cosa ne pensava e la sua risposta è stata: “Joyce ha lavorato e in quanto a ciò non è pazzo semplicemente ha usato la sua nevrosi con indirizzo ossessivo per metterla a frutto, per cui diciamo che in questo era normale”. Infatti il folle è colui che non lavora soprattutto nei rapporti.
Anche la sua insistenza nell’aver lasciato l’Irlanda perché c’è quell’associazione chiesa-stato che è una prigione, in effetti lui ha lasciato l’Irlanda perché voleva andarsene via.
E’ stato anche uno che ha riconosciuto che si può avere la testa piena di teorie, però non le ha sposate, ma le ha giudicate. Mentre Duffy vive di teorie e di conseguenza di comandi, Joyce le riconosce e dice che vorrebbe riposare.

Intervento Vorrei fare un paragone tra Manzoni e Joyce. Se non ho capito male cambia il modo di descrivere però il testo è sempre efficace, chi lo legge riesce a vedere il paesaggio descritto e a seguire il ragionamento del personaggio di cui si parla e quindi c’è la capacità di comunicare che è efficace. Dico questo perché a volte mi capita in ufficio di leggere delle mail di colleghi e a volte non si riesce a capire anche in un testo che di norma è sempre uguale. Le persone cercano di dire una cosa a modo loro e a volte è molto difficile. Quindi tra Manzoni e Joyce cambia lo stile ma la comunicazione è efficace.

Ernesto Rinaldi Mi permette proprio di dire quello che volevo aggiungere: quest’opera così come quella di Picasso o di Fontana è qualcosa che da la possibilità al soggetto, a chi legge, al fruitore, di metterci del proprio. Io leggendo ho pensato che non devo capire Joyce, ma che cosa posso prendere io, è una possibilità in più così come per un’opera d’arte sono io che ci devo mettere qualche cosa. L’arte della modernità dove non c’è più la forma di Venere è importante perché è un passo decisivo e notevole per il soggetto.

Gabriella Cominotti La poesia del 900, mentre parlavi prima, pensavo allo svolgersi della poesia e c’è stato un periodo di rottura con gli schemi precedenti. C’è stato un periodo in cui i poeti hanno scritto come Joyce, i lettori che sanno che devono fantasticare oppure leggere delle parole a cui attribuiscono il loro significato. Poi dagli anni ’75/’80 in avanti un ritorno indietro dal punto di vista lessicale, in tutta la letteratura. Un ritorno a scrivere delle frasi compiute, con la punteggiatura, un testo maggiormente trasmissibile, comprensibile.

Angela Cavelli Infatti la precisione del linguaggio è una ricchezza.

Intervento La standardizzazzione del linguaggio dipende dagli ambiti. Se devo comunicare ad un collega una cosa non posso fare come Joyce. La standardizzazione c’è anche perché le persone possano capirsi quando parlo ad esempio con l’altra parte del mondo. Se la persona la conosco bene posso metterci di più del mio. Io disegno paesaggi, se uno lo prende da vicino dettaglio per dettaglio è un paesaggio non c’è nulla da scoprire, parlavo con un amico che disegna paesaggi che chi li guarda deve metterci tanto del suo.

Gabriella Cominotti Però anche in questo tutto sta nel soggetto che opera e nel soggetto che guarda. Sulla standardizzazione volevo dire che quello che è successo, almeno in una certa parte della poesia almeno negli ultimi 20-30 anni, è una standardizzazione di non significato. Quando tu leggi un poeta che scrive: bacco, seppia, bruco e infila e dice questa è una poesia in qualche maniera tu capisci che lì non c’è niente.

Roberto Bertin Vorrei aggiungere una cosa a sostegno di quanto diceva Ernesto, ma in ambito teatrale performativo, il direttore artistico di Teatro Officine Caos definisce la performance teatrale contemporanea: arte transitiva, come dire il passare della materia prima del lavoro di un soggetto ad un altro soggetto in modo da costruire un risultato artistico finale o non finale che però è il lavoro di un soggetto con un altro e con altri. In questo modo c’è sempre un’aggiunta di tutti quelli che lavorano a questa creazione. Nell’arte transitiva passa anche un altro elemento importantissimo che è la relazione quello di accogliere il lavoro che fa l’altro.

Gabriella Cominotti E’ l’eredità come dice Contri. Quando parlavi Ernesto ho pensato anche ad un buon lavoro che potremmo fare e cioè di indagare la letteratura del 900 nei suoi influssi anche non riconosciuti da parte di Freud.

Ernesto Rinaldi Dico una cosa che ritengo importante, a proposito di questo intervento, Freud riconosce che il poeta, lo scrittore è quello che ha preceduto la psicoanalisi. Tant’è vero che cita molti scrittori. Sofocle con Edipo re ci segnala una questione che esisteva già da prima. Ha tratto molto Freud dello scrittore perché lo scrittore è quello che ha percepito e pubblica. La cosa importante di questo romanzo o altri è che queste persone si sono messe a scrivere, comprensibile, incomprensibile, scritto al contrario, ma hanno diffuso quello che gli è venuto in mente e questo permette a ciascuno di noi di poter prendere qua e là.

Angela Cavelli Volevo ancora leggere qualche punto di Joyce in un testo autobiografico. Riconosce le teorie che gli passano per per la testa: “Finché la sua mente ha continuato a seguire i suoi fantasmi. Sentiva le voci del padre e degli insegnanti che lo incitavano ad essere un gentiluomo sopra tutto il resto e un buon cattolico sopra tutto il resto”. Voci suonavano vacue ormai vuote: “Quando aveva aperto la palestra aveva sentito altre voci incitarlo a essere robusto, virile e sano e quando il movimento per la rinascita nazionale aveva cominciato a farsi sentire nel collegio ancora un’altra voce gli aveva comandato di non venir meno al suo paese” pensate un po’ che dictat: “ Nel mondo profano una voce gli avrebbe ultimato di risollevare la condizione del padre e intanto la voce dei suoi compagni di scuola lo incitavano ad essere un compagno come si deve, a coprire gli altri dai rimproveri, a chiedere per loro il perdono e fare del suo meglio per ottenere giornate di vacanza per tutti. Ed era il frastuono di tutte queste voci vacue che lo faceva fermarsi in assoluto nella sua ricerca di fantasmi. Non prestava orecchio a queste voci, che per un momento, ma si sentiva felice soltanto quando ne era lontano, oltre il loro richiamo, solo o in compagnia di compagni fantastici”. Come a dire che queste teorie gli rompevano la testa

Giancarlo Gramag lia Voglio ricapitolare per aprire la prossima volta con Marina Bilotta. Abbiamo da un lato questo sistema, modello, sagome, ma siamo arrivati a capire che la psicoanalisi non si può riprodurre se non passa attraverso un’esperienza che è di ciascuno altrimenti diventa o rimane una teoria dalla quale si può prendere, ma diventa ontologia, avete detto comando, super-io, cultura, tutto quello che il soggetto si può appiccicare nel senso di far suo come modello. Pensare con Freud non significa questo, significa partire da te, quel Joyce, quella creatività, quello che piace per sperimentare mettendosi nell’imputabilità. Duffy questo non lo ha fatto.

Questo discorso apre al “perché no” del nostro ultimo incontro sabato prossimo.

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Testo non rivisto dagli autori

 

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