INCONTRI 2013 AL CORTILE DEL PENSIERO -“Perché no ? La difesa”

19 ottobre 2013 

con Marina Bilotta

coordina Giancarlo Gramaglia

Giancarlo Gramaglia La chiusura a noi  piace vederla come un’apertura e secondo me è  importante parlare di apertura perché,  se  nei quattro incontri precedenti abbiamo visto la patologia, oggi dobbiamo  fare  un salto e cercare di capire, grazie al pensiero di natura, come si potrebbe fare  ad arrivare non a tutti, ma a ciascuno perché il punto è che ciascuno si dovrebbe prendere in carico la propria rivoluzione, cioè la propria faccenda, addirittura pensavo di prendere un pallone (questo l’ho pensato stanotte perché poi chiuderò appunto sul pensiero del sogno) nel senso che questo penso, questo pensare è un pensare proprio di ciascuno ed  alcuni giorni fa mi è venuto un ricordo da brivido: il mio maestro delle elementari dava il penso, pensate al dramma di questa cultura: dare il penso ai bambini. 

Il penso è la punizione perché dovevo scrivere dieci, venti volte: “Quando il maestro parla tu non devi pensare ad altro”. Riflettete in quale modo eravamo ancorati e cosa ci poteva far venire in mente il penso, altro che  pensare liberamente!  

Per  destare  l’attenzione ho preparato  un paio di esempi molto corti.

Uno, il primo passo è il mito di Edipo che non ho mai capito tanto bene, bisognerebbe leggere perlomeno: Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud, almeno un po: L’introduzione al narcisismo del ’14, ed arrivare al ’21 con Psicologia delle masse e analisi dell’io, questo per dirvi che sarebbero indispensabili almeno questi passaggi di lettura. Allora  provo a farvi una sintesi  di quello che è il primo passo dell’Edipo, che vuol dire che il maschietto o la femminuccia entrambi nascono e vengono svezzati e loro si danno un gran da fare  per richiamare l’attenzione,  vogliono essere  pacioccati,  poi cominciano con il seno e vanno alla ricerca di ciò che gli interessa che è  soddisfazione, questo  è il primo atto, l’atto dello riuscire ad essere gratificato e vezzeggiato,  ma intanto il bimbo si muove anche verso un altro perché s’accorge che ci sono dei suoni. Ecco potremmo dire che in questo primo momento il bimbo è che si chiama l’io narciso si apre ad avere le coccole,  prova a fare un primo passo verso quello che poi Freud chiamerà oggetto.  Il punto è che  c’è una differenza perché se sei femmina la faccenda va in modo  diverso. Nel maschietto le cose stanno che lui può andare ad avere la mamma,  perché di solito è l’oggetto femminile e identificarsi con il padre. Per la femmina ci sarà un capovolgimento di questa situazione, nel senso che la femmina in qualche modo dovrà sì avere le coccole avute dalla mamma, ma poi dovrà identificarsi nella mamma, nella femmina e avere il maschio,  deve fare  una giravolta non è più l’Edipo nella sua forma  semplice.   

Per avere soddisfazione, devo riuscire a fare un progetto di investimento con un partner  senza quella idealizzazione per cui l’efficacia del rapporto è quando io riesco a costruire, a investire, a progettare con, e quindi non c’è l’ideale del mio io, c’è un lavoro. E concludo: amore è raggiungere insieme una progettualità che non ha nulla a che vedere con il narcisismo, con l’identificazione.    

Terzo esempio è la riflessione che volevo fare, cortissima, mi è venuta in mente nel sogno di stanotte: il sogno è il nostro patrimonio è la nostra fonte, è quello da cui possiamo attingere, il sogno è un patrimonio della tua vita ed è una delle tue ricchezze.

Marina Bilotta Anche io penso che la conclusione sia un inizio. Anzi io ho lavorato proprio per dare dei flash che possano suscitare un dibattito sulla difesa non patologica. L’esperienza della salute infatti, anche se siamo nella continua tentazione di scivolare nella rimozione, è quella di poter passare da una soddisfazione a una nuova soddisfazione. In questo  senso la conclusione è un inizio. Marianna, che abbiamo conosciuto al primo incontro con Gianpietro Sèry, si difendeva dall’umiliazione al suo pensiero. Ma questa difesa quanto le è costata? Avrebbe potuto difendersi in altro modo, perché non l’ha fatto? Ecco, stasera cerchiamo di parlare di questo. Per primo volevo proporvi  un brano  che sentiamo da Flavia. 

Flavia Giacometti “L’incanto era suggerito dal modo con cui lei nominava i luoghi, le persone. I nomi erano pronunziati da lei con espressione estatica più che nostalgica eppure fuggevolmente come usava lei così che apparivano e sparivano e sembravano più misteriosi”. 

Marina Bilotta Ecco l’incanto. Non a caso ho scelto una donna scrittrice, qui è Lalla Romano, nata a Cuneo e poi vissuta a Milano, nel romanzo La penombra che abbiamo attraversato. Abbiamo una donna che descrive la mamma come un innamorato descriverebbe la sua innamorata, ed in tutto il romanzo manterrà questo livello. L’incanto è il fascino della nevrosi, motivo per cui oggi ancora noi scivoliamo nella rimozione della nevrosi e siamo continuamente tentati di scivolare nonostante esperienze di guarigione.

Questo scivolamento, oppure la costruzione di un bivio è quello che ho cercato di descrivere nei miei racconti brevi, in cui le poesie sono appunti di viaggio, schizzi rapidi di un flash del pensiero verso la soluzione nuova. L’incanto E’ l’innamoramento. D’altra parte almeno una volta nella vita una donna  si aspetta di essere salutata con: “Lei è incantevole !” 

Una volta il cavaliere galante salutava con: “Enchantéè !” Che cosa è questo incanto? Io l’ho visto così: E’ emozione del pensiero, scivolamento nella e-mozione, muoversi senza muoversi, senza pensare. Finalmente essere spensierato e questo spensierato è proprio la tentazione maligna della patologia. E’ uno scivolamento seduttivo su cui noi costruiamo la nostra vita ed ha un potere enorme. Basta pensare che “la mamma” viene formata con molta precisione : deve avere questa capacità di sedurre senza parole. Giancarlo diceva che a scuola affibbiavano un “penso”, un castigo e quindi uno poteva arrivare ad odiare il maestro, ma “la mamma” viene formata a sedurre senza trovare ostacolo. Non so se qualcuno ricorda la pubblicità del Mulino Bianco con Antonio Banderas : lui seduce la mamma che è seduttiva a sua volta. La mamma è quell’anello di congiunzione debole con cui la cultura entra nel privato, diventa “io”. Un anello su cui la donna che diventa madre viene anche valutata : la maggior parte di crisi dopo il parto iniziano quando la giovane madre si confronta con un modello di madre/donna che non riesce a realizzare fino a diventare odio verso il figlio che l’ha portata a questa inadeguatezza. Un altro lato negativo della difesa nevrotica – lo abbiamo visto nella patologia di Marianna  – è che è una fatica che debilita perché bisogna mantenere due piani: uno è quello che tutti vedono, l’altro è quello in cui solo io so chi sono. “Quello lì ha facilità all’esaurimento nervoso !”, un po’ come per Marianna. Viene rimosso il pensiero che è la nostra imputabilità, la capacità di giudicare quello che mi piace e quello che non mi piace.   

Passiamo al quadro dove c’è la rappresentazione di Charcot che tiene una lezione con la paziente che sviene. 

Charcot nasce nel 1825, quindi Marianna era Già malata da almeno vent’anni. Charcot è il primo neurologo perchè inventa la neurologia. Prima di lui l’isteria era vista come una sindrome dell’apparato uterino, riguardava il sistema sanguigno : c’è troppo sangue in circolo e bisogna toglierlo. Il dottor Cavalli, curante di Marianna, dice espressamente parlando di isteria: “Qualche studioso” – Cavalli lo nomina, non sto a cercarlo ora – “dice che l’origine sarebbe cerebrale ma questo è assolutamente sbagliato”. 

Charcot ha una vita molto particolare: perde la madre all’età di cinque anni, è un bambino molto studioso tanto che il padre poverissimo con altri quattro figli decide di farlo proseguire negli studi e Jean Martin si iscrive a “Medicina”. E’ sensibile e dotato, apprezza la musica : a 20 anni viene accompagnato da un amico del padre ad assistere ad un’opera lirica: L’Orphée ed arrivato alla scena in cui Euridice torna dagli Inferi, a Charcot sembra di assistere a sua madre che torna dall’oltretomba. Da quel momento, lui racconta che ne è rimasto sconvolto e, da studente di medicina, decide di approfondire gli effetti dell’illusionismo sulla mente e arriva così a questi esperimenti di ipnosi sui pazienti. Arriva a distinguere in base alle manifestazioni specifiche, l’isteria dall’epilessia e arriva  a rendersi conto che l’isteria ha un’origine sessuale nella repressione dei desideri sessuali. Con l’ipnosi Charcot riesce ad evitare le convulsioni, anzi le controlla.  Volevo farvi notare che Charcot sceglie accuratamente le sue pazienti, si accorge benissimo che alcune donne sono ipnotizzabili e altre no. In un quadro famoso è rappresentata una sua lezione con una sua paziente che si chiama Blanche Marie Wittmann ed è ricoverata alla Salpêtrière  nel reparto delle isteriche.  Lui fa assistere i suoi studenti ma assistono anche studiosi esterni.

Volevo suggerirvi: se Charcot è l’ipnotizzatore, lei chi è ? Lui è l’ipnotizzatore o predatore, se ci pensate bene lo sguardo è del predatore quando ha deciso chi è la preda : il predatore prima di tutto inibisce la volontà della preda e questo è esattamente quello che avviene con l’ipnosi: quindi l’isterica è la preda resa finalmente inerte. D’altra parte lei, che senza più orientamento cadrebbe in convulsione cioè è isterica perché non riconosce più il suo pensiero come orientante, l’isterica è grata al suo ipnotizzatore-predatore che le fa ritrovare l’orientamento. E così il cerchio si chiude : è il meccanismo della sessualità animale, predatore-preda, che grazie alla cultura produce la prosecuzione della specie. Di solito l’uomo è sadico e la donna masochista, in una rigida alternanza di due posti sempre fissi : al massimo può diventare lei sadica e lui masochista. Lo vedremo anche nell’ultimo quadro della Famiglia Belleli di Edgar Degas, a conclusione : non è una soluzione nuova passare da sadico a masochista è solo un’alternanza rigida dentro un binario, che comunque esiste fin dai tempi di Platone. Riporto una frase della tragedia Medea di Euripide del 431 a.C. Qui Giasone rinfaccia a Medea nel diverbio che hanno all’inizio della tragedia: “Sarebbe necessario che gli uomini generassero in altro modo i figli che non ci fosse la stirpe femminile”. In tutto il testo di Medea, donna è indicata come natura quindi essere animato a genere neutro come gli animali, è un animale. E’ l’animale ‘femmina di uomo’, e la cultura dei tempi di Platone è questa: attraverso la donna bisogna sottomettersi per avere una discendenza. Mentre noi – Società amici del pensiero – diciamo che il desiderio fra uomo e donna nasce  con l’alleanza, quando uomo e donna sono alleati nasce anche il desiderio.

Giancarlo Gramaglia E’ tutto sul versante dell’ideale dell’Io, dell’identificazione,  non c’è mai quell’andare fuori, è tutto centrato sul o sei più alto o sei sotto, sottomissione oppure ideale.

Marina Bilotta In questo quadro di Charcot la donna è lo schiavo. Anche la cultura inizia con una coppia,  la mamma da sola non ce la fa ad ammalare il bambino, ci vuole anche un altro : nel caso di Marianna è il medico, E’ la coppia mamma-medico, il medico rappresenta la cultura che riconosce la mamma come preparatoria. Oppure è ‘mamma-papà’ patogeni, mamma-maestra/professore ed inizia la patologia.

Giancarlo Gramaglia: Quando Freud arriva a Vienna da Parigi, i colleghi all’univesità non  vogliono intendere perché dice che l’isteria è anche maschile, a Vienna non ne volevano sapere.

Marina Bilotta Volevo farvi notare che l’ipnosi è esattamente lo stesso meccanismo che la cultura usa dopo aver ammalato il bambino: la cultura semplicemente richiama alcune parole chiave che scatenano l’emozione fino allo svenimento.

Durante una di queste lezioni arriva Freud, giovane ricercatore che  si confonde fra gli altri. Molto più giovane di Charcot, Freud resta veramente colpito,  tornando a Vienna deciderà di chiamare il suo primogenito Jean-Martin come Charcot. Però Freud utilizzerà i risultati di Charcot in modo completamente rivoluzionario. 

Lui capisce  che l’isteria ha un’origine nella repressione dei desideri sessuali e che il transfert, lo chiamerà così, è un potere che riporta il soggetto disorientato a una guida anche se questa guida è esterna. Freud si accorge che l’ipnotizzatore riesce a diventare il pensiero orientante del soggetto ammalato. Torna con questi due risultati nella testa : ne ho avuto la conferma ascoltando l’intervista che Luca Ribolini ha proposto di Freud che parla alla BBC nel 1939.  Freud con le sue parole chiama sexual urges cioè non istinti ma pulsioni.

La grossa rivoluzione di Freud, è che fino a lui la terapia debilita il paziente, prima con i salassi e con  l’ipnosi con questa violenza di una volontà che arriva sul soggetto ammalato. Freud riabilita il paziente chiedendogli un lavoro attivo.

La seconda immagine – quella di Virginia Woolf, contemporanea di James Joyce – l’ho scelta per questo motivo: per il masochismo di Virginia Woolf, inteso come sacrificio del proprio orientamento al benessere e  la porterà fino al suicidio. Solo Freud si rese conto di questo fra i suoi contemporanei. Vi invito a leggere Mrs Dalloway dove c’è esattamente il masochismo di Virginia Woolf, la nostalgia ed il passato fanno un’angoscia che non deve essere toccata. 

Virginia Woolf ha molto successo, perché descrive le emozioni conflittuali dell’inconscio e cerca di rappresentare in un modo il più possibile preciso amore e morte, ma questo  non deve mai diventare un giudizio orientante – per noi è il pensiero individuale – per paura di perdere la creatività. Addirittura c’è un passo nella biografia dove un amico del marito Leonard gli suggerisce di far curare la moglie che è continuamente soggetta a depressioni molto forti. Ma il marito risponde : “No! perché Virginia perderebbe la sua creatività !” Virginia ed il marito hanno una casa editrice la Hogarth Press, un circolo molto frequentato da James Joyce e altri in Bllomsbury. 

Grazie a Virginia ed alla sua casa editrice Freud sarà pubblicato e  ben conosciuto in tutta la Gran Bretagna, ma Virginia non legge mai Freud, sa appena qualcosa di lui e commenta : “Freud è ostile alla creatività perché cerca un ordine, io preferisco sapere solo qualcosa di quello che Freud ha scritto e rimanere alla superficie”. Volevo chiedere a Flavia se ci può leggere la cronaca dell’incontro di Freud con Virginia Woolf a Londra.

Flavia Giacometti (lettura) Colloquio riportato nel 2006 da Virginia Nicolson nipote di Virginia Woolf. è il 28 gennaio 1939, siamo a Garden, Londra. Sigmund Freud va incontro a Virginia Woolf, presente il marito Leonard e porge a Virginia un narciso (!). Lei non capisce perché, ma mostra di apprezzare. Virginia ha in mente il famoso carteggio tra Freud e Einstein rimasto in sospeso “Perché la guerra?” e dice a Sigmund: “Ci siamo spesso sentiti colpevoli; se avessimo perso la guerra forse Hitler non ci sarebbe stato”. Sigmund risponde: “Sarebbe stato infinitamente peggio invece se voi non aveste vinto la guerra”. Virginia che lo aveva accolto con ritrosia gli presta subito attenzione. Dopo il colloquio noterà con diffidenza che Freud parla a fatica e lo dirà a Leonard, che invece non ha notato questo. Freud in realtà è già molto malato e soffre a causa del cancro alla mandibola di cui morirà alcuni mesi dopo nello stesso anno.  

Marina Bilotta Freud deve presentarsi a questo incontro perché viene ufficialmente invitato e poi lui è appena arrivato in esilio a Londra ma non si presenta compiaciuto; appunto è già molto malato e d’altra parte è estremamente grato ai due coniugi che con la loro casa editrice hanno diffuso le sue opere. Quello che però lui teme, e lo dirà anche, è questo uso dell’inconscio da parte di Virginia e di altri come Joyce ad esempio, che ‘faranno’ la cultura europea. Per Freud l’inconscio era stata una scoperta rivoluzionaria. Per Virginia Woolf, capostipite con Joyce di una nuova cultura, l’inconscio è un caos liberatorio : noi questa la chiamiamo trasgressione all’interno della Teoria ‘la sessualità’. E’ la trasgressione che la cultura stessa permette per poter sopravvivere alla sottomissione, ma non è liberazione dell’inconscio. D’altra parte il masochismo di Virginia,  che per tutta la sua vita non riesce a liberarsi dall’incanto-odio verso la madre fino al proprio suicidio, è il narcisismo di cui parla Freud, il motivo per cui Freud le porge il narciso ma lei non capisce.

Virginia non trova un partner migliore della propria madre, non riesce a vedere l’altro come portatore di beneficio : è questo il narcisismo che Freud coglie in lei. Anzi volevo chiedere a Flavia di leggere il brano tratto da: Norma e pulsione di Giacomo Contri, che ho trovato adatto a  Virginia Woolf.

Flavia Giacometti “…La pulsione sempre esposta al moto di deriva in controluce porta alla sconfitta della vita ed è il diritto cioè l’atto giuridico del pensiero che dà nomi di azioni il migliore dei modi possibili di questa vita sconfitta.”

Marina Bilotta Giacomo Contri non è entrato in questo lavoro ma l’ho messo io perché mi sembrava che rispondesse : dice, usando Freud, che la pulsione, cioè l’inconscio, esposta e lasciata libera di esprimersi non fa che andare verso la sua sconfitta perché  se l’inconscio ha una funzione di orientamento è per la possibilità che diventi pensiero cioè atto giuridico, noi diciamo pensiero nel senso di imputabilità. La guarigione, quella di cui stiamo parlando adesso, passa effettivamente attraverso la rielaborazione del proprio masochismo, che è la materia dell’analisi: se resta il “farsi vittima”, come nel caso di Virginia Woolf, non porterà alla guarigione. La rielaborazione del proprio masochismo che arriva a un certo punto di costituzione del bivio e poi ci si ferma, questa strada è chiusa e si può solo tornare indietro. Oppure posso fare del mio masochismo una rinuncia per un profitto nella soddisfazione che otterrò nell’appuntamento con l’altro : il masochismo diventa materia prima per il talento negativo, quello che noi riconosciamo come il talento del pensiero cioè il silenzio di pretese fino ad ottenere il beneficio dall’altro. Ecco a questo punto c’è il passo sul talento negativo.

Flavia Giacometti (lettura) E’ tratto dal Pensiero di natura di Giacomo Contri: “Anni fa domandai ai miei colleghi del lavoro psicoanalitico di aiutarmi a trovare una parola che corrispondesse ad una soluzione migliore del termine freudiano castrazione. La risposta mi venne da Madame de Staël che nel 1793 scriveva al suo amante: -ho insistito a lungo per rivedervi qui ma la mia eloquenza ha nuociuto alla mia causa. Non ottengo risultati quando occorre un talento negativo, quando occorre agire attraverso ciò che non si dice-. Nella legge di natura il cui destino dei corpi è generato dalla legge del rapporto dei talenti tra i quali sessi non stanno nel posto dell’oggetto che fa obiezione ma nel posto della legge. Lo compongono negativamente come talenti negativi, sono cioè silenti”.

Marina Bilotta Silenti di pretesa cioè non si presentano già costituiti, si costituiscono nel rapporto e pensate che è il bambino da cui  impariamo il talento negativo, cioè la capacità di favorire il beneficio dall’altro. 

Ecco adesso parliamo di Breuer con la scoperta di Freud del  transfert. Breuer è un dottore, suo amico, che sa degli studi che svolge e va da lui perché  ha in cura una ragazza che viene chiamata poi Anna O,  intorno al 1880. Una ragazza che ha gravi problemi di assenze diurne, di fobie, una ragazza colta e molto giovane. Freud con Breuer sperimenta il metodo catartico, che è la prima esperienza di transfert. Con questo metodo  Freud richiamava alcune parole che la paziente in uno stato di auto-ipnosi aveva detto, e che ripetute in seduta la portano a rivivere il trauma. Riesce in questo modo a liberarsi completamente dal sintomo. Questo risultato è molto importante per Freud. Ma cosa succede nel caso di Breuer ? Rimane talmente coinvolto dalla storia e dalla persona di Anna O che improvvisamente interrompe la cura. Freud si arrabbia moltissimo per questo e per vario tempo non si parleranno più, pur essendo stati amici. Questo esempio, della cura che si interrompe perché il medico si è innamorato della paziente è già un conflitto di interessi.

 Però è favorito proprio dalla soggezione ipnotica che il paziente spesso implora all’inizio dell’analisi al terapeuta: di essere cioè l’ipnotizzatore-predatore, “fammi essere la tua volontà !”, un tranello in cui il terapeuta non deve cadere. Noi ‘Società amici del pensiero’ non parliamo più di transfert, per noi paziente e terapeuta sono soggetto e altro nel Regime dell’appuntamento. 

Fin da subito l’analisi non si prospetta come un lavoro di soggezione o di dipendenza e il transfert è lasciarsi trasportare, noi usiamo anche il termine “eccitare”, “chiamar fuori” dall’altro verso la proprio la memoria di soddisfazione; quindi è grazie all’altro  che mi permetto di produrre pensiero nuovo. Vi leggo questa frase di uno scrittore contemporaneo australiano: “La memoria è più brutale della volontà” : cioè quando si comincia a lavorare con la memoria, non c’è volontà che tenga, tutta la resistenza e tutta la capacità che il soggetto ha di appellarsi alla consistenza di un Super-io cadono. Quando è sulla memoria che si comincia a lavorare quella è esattamente la guarigione, la memoria così mite così quieta e la volontà così ottusa eppure  la memoria sbriciola la volontà. Quindi il traguardo del lavoro di analisi è  arrivare a distinguere, come una sensazione DI gusto, tra consolazione della sottomissione e soddisfazione del venire all’appuntamento, questo allenamento alla imputabilità della propria memoria di soddisfazione è possibile solo nel lavoro di analisi.   

Ecco poi volevo chiedere l’immagine dell’oca, che ho scelto perché è l’argomento di un mio racconto Il cigno e l’oca. Flavia, vuoi leggere il brano?

Flavia Giacometti “Il cigno perseguitava quella povera oca, non le dava tregua. I passanti cominciavano già a fermarsi incuriositi, quando l’oca ad un tratto con un balzo è saltata fuori dall’acqua e cercava di correre sul sentiero ma era così maldestra”. 

Marina Bilotta Anni fa durante una consulenza avevo ascoltato due coniugi che venivano a proposito di un problema anche scolastico riguardante il figlio, diagnosticato dislessico ed iperattivo. Si sono presentati come una coppia equilibrata, ma notai che parlavano tra loro come stizziti, quasi con rabbia trattenuta. Poi lei aveva raccontato di una specie di diverbio fra loro due a proposito dell’inseguimento cui avevano assistito fra un cigno ed un’oca sul fiume Adda qualche giorno prima. Lei prendeva eccessivamente le parti dell’oca inseguita che poi aveva assaltato ferocemente il cigno, lui ridicolizzava eccessivamente l’oca. In un colloquio successivo in cui avevo chiesto che venissero separatamente ho saputo che Rita era una professionista stimata nel suo lavoro in azienda : ma aveva ammesso che qualche volta era stata chiamata ‘oca’ anche in famiglia, forse anche da piccola. L’aveva ricordato solo ora, durante la consulenza : io le ho suggerito di non lasciar cadere il ricordo ma lei preferì tornare a parlare del figlio e non volle più tornare sull’argomento. In seguito seppi che aveva smesso di lavorare per occuparsi del figlio che era invece sostanzialmente sano. Era arrivata ad intuire un bivio con una soluzione nuova, ma l’aveva lasciata cadere e si era avviata alla melanconia. Avevo pubblicato questo racconto su una rivista femminile ed aveva avuto un certo riscontro. Diversi protagonisti dei miei racconti arrivano ad intuire il bivio ma poi lo scartano, senza un lavoro di analisi. Tornando alla patologia. 

Marina Bilotta Ora ci sarebbe l’immagine della famiglia Bellelli 

 

Ho scelto questo quadro che quest’anno abbiamo ampiamente discusso durante il corso in sei simposi promosso dalla Società Amici del Pensiero. La famiglia Bellelli di Edgar Degas, è la famiglia di un esule politico napoletano che ha dovuto rifugiarsi in Francia e la moglie è parente di Degas.  Questo quadro è interessante perché Degas pensa, non è soltanto un pittore bravo : lo sguardo della madre, guarda nel vuoto ed è lo sguardo del dovere che ha completamente rimosso il principio di piacere. In milanese si chiamerebbe ancora la ‘regiura’, era un traguardo per la giovane mamma : “un giorno sarai anche tu regiura”, la reggente della casa. 

Lui che vedete così dimesso in disparte, anche lui non guarda in faccia nessuno. In realtà è un esule politico, uno che si dà da fare : e l’hanno esiliato è uno che aveva potere ma in casa è così: vestaglia, giornale, caminetto e basta. Poi c’è la bambina piccola insofferente e capricciosa a cui nessuno bada e potrebbe diventare ribellione; la bambina che appunto non guarda nessuno ma guarda fuori, si muove col piede. Volevo soffermarmi invece sulla prima figlia che conclude il lavoro: esprime già la giovinetta, a quei tempi era pronta a diventare casalinga, la mamma le appoggia la mano sulla spalla ma lei, che pure ha le mani incrociate in segno di formale obbedienza, è l’unica a guardare con precisione verso di noi e il piede è pronto a muovere il passo in avanti. Io ho visto questa bambina come la domanda di cura e la domanda di salute, il “PERCHE’ NO ?” E’ la contraddizione di una sottomissione a un Super-io ma :“Perché no?” c’è anche qualcuno di là, di fronte, qualcuno nuovo. 

Il “Perché no?” non è ingenuo, nel senso che la bambina ha già sperimentato la sottomissione, e forse si adegua per obbedienza formale perché così si deve; non è ancora ammalata ma è in una situazione nevrotica. L’aiuto del difensore della salute – termine che è stato coniato proprio quest’anno durante i sei simposi – proviene dal greco paráklētos, “che si china fino a trovarsi accanto” cioè il difensore. Non è un guaritore, è qualcuno  che ha passato l’umiliazione, ha costruito il bivio e difende il pensiero come orientamento.

Freud appunto dice “la difesa patologica della rimozione”. La memoria è la prima iniziativa per la difesa, si lavora sulla memoria anche dolorosa, la memoria del trauma : ma questa volta con me c’è qualcuno che di quella umiliazione ha saputo farsene qualcosa.   La coazione, la compulsione è più forte di me – “lo sento che è una stupidata quella che sto facendo, che sono già stanca abbastanza e mi posso anche evitare di lavare le tende ma devo farlo e prima di sera” – torna ad essere pulsione alla soddisfazione quindi non più : “è più forte di me”, ma : “questo farei e questo faccio !”. Il Super-io non lo si prende mai ‘di petto’, lo si aggira, ironicamente. Il mio io vale talmente poco che, come diceva quest’anno Giacomo Contri, più che essere disarcionato quasi quasi scendo da cavallo e te lo do addirittura il mio ‘io’. Il Super-io resta come un osso duro anche nella salute. Volevo chiedere a Flavia l’ultimo brano.

Flavia Giacometti Questo frammento è tratto dal blog del 27 maggio del 2013, si intitola: La difesa: “Edito nuovamente una asserzione di Lacan: lo psicanalista si fa guardiano, difensore nella realtà collettiva anche se non è ha la competenza, non bisogna difendere la psicoanalisi, un errore molto comune, perché è questa a difendere; essa difende la realtà collettiva potrei dire la pace come relazione del singolo con tutti gli altri  proprio come difende il singolo nella sua patologia: in questa agisce sì una difesa ma inefficace e dannosa; i meccanismi di difesa anzitutto la rimozione proprio come nel diritto penale si parla di eccesso di difesa che a sua volta va incontro ad una sanzione. Difendere la psicoanalisi in sé finisce nello e parte dallo spiritualismo mistico come da una verità superiore ed inverificabile, extraterritorale cioè extragiuridica dunque mistica.

Marina Bilotta Volevo concludere con una frase che Lacan diceva ai suoi allievi : “Fate come me, non imitatemi !”. E’ la costituzione individuale, per cui fare come quello che io ammiro vuol dire non imitarlo. 

Roberto Bertin Quello che volevo dire parte da quello che ha detto Marina, dall’incipit del suo articolo del simposio di maggio: “Perché no?” e scendere dal cavallo dell’ideale dell’io e riflettere su quella che io ho provato a definire in ambito scolastico: “L’intelligenza del colto prima della cultura”. In ambito scolastico l’intelligenza è una cosa terribile cioè è ridotta ad una serie di competenze operazionali e sociali che si pretendono sempre come misurabili o modificabili attraverso specifici addestramenti che  vengono definiti educazione alle competenze. L’intelligenza del soggetto come colto prima della cultura, non c’è traccia nell’idea di intelligenza che si porta avanti in ambito educativo scolastico. Il lemma intelligenza come possiamo e vogliamo intenderlo noi è indissolubilmente coniugato alla capacità e facoltà giuridica di ognuno, di ogni soggetto di porre come criterio di verità nel reale il proprio giudizio.   Uno spazio di lavoro del difensore della salute come lo stiamo tentando di definire è proprio l’ambito scolastico come possibilità di un soggetto che si autorizza a far riorientare il pensiero del bambino, ma più spesso dell’adulto, in una direzione del recupero della propria capacità di muoversi a soddisfazione.  È un lavoro che ho provato a fare con tutta una serie di contraddizioni molto grandi che esistono in ambito pubblico, una delle quali è che la figura del difensore della salute non ha alcuna riconoscenza scolastica se non quella del dirigente illuminato che mi permette e mi autorizza a svolgere un lavoro del genere con tutti i limiti che ci sono. La mia dirigente è una donna eccezionale che mi permette di fare un lavoro non basato sull’ideale dell’io ma un lavoro di scambio continuo anche con lei circa i risultati.  L’altro aspetto  del lavoro che ho verificato è che è molto difficile anche nei colloqui che si hanno con gli adulti coinvolti in una situazione di bambino disturbato e disturbante e metterli nella condizione che non è quello che  si attendono comunemente.  L’insegnante o il genitore si aspetta una direttiva molto precisa, un consiglio che dica come fare affinché non succeda più. 

L’aspetto positivo in questi pochi mesi di lavoro che ho ritenuto interessante è che il cambiare la disposizione del pensiero o meglio proporre un riorientamento al pensiero dell’adulto nei confronti del bambino in qualche modo viene vissuto come possibile, ho verificato una disponibilità a tentare delle operazioni che sono tutte da verificare nel  tempo. Tutto questo discorso l’ho fatto perché è importante, secondo me, per arrivare anche nell’ambito pubblico dell’intervento del difensore della salute a ricostruire un’intelligenza di un soggetto che recuperi la propria imputabilità. In ambito scolastico l’imputabilità è una parola che al massimo è riferita al secondo diritto, cioè a diritti e doveri e incombenze dell’insegnante, del direttore didattico, del genitore o del bambino; non è mai riferita la parola imputabilità a quello che è il muoversi in un ambito di soddisfazione. L’unico strumento è il riconoscere il pensiero imputabile e che  si muove in una certa direzione e non in un’altra. Questo è quello che mi premeva dire rispetto al discorso di Marina perché poi quel “Perché no?” l’adulto che sia genitore o insegnante che viene a parlare con me forse riesce a riconoscerlo e a non farne soltanto un elemento di cultura, riconoscere il bivio ma poi lasciar cadere quella domanda, quel risultato di successo che poi è possibile riconoscere

Marina Bilotta La scuola non incoraggia un lavoro sulla imputabilità ma è strumento della cultura. Il difensore della salute lo è del bambino, non del genitore che vuole sapere come risolvere un ‘suo’ problema. 

Angela Cavelli Diciamo che la conseguenza, quando va bene, con la ripresa del pensiero va bene anche poi negli studi. Io mi ricordo che si chiamava avvocato della salute e ho avuto un’esperienza di questo tipo.

Marina Bilotta Si chiama ancora avvocato della salute, ma il difensore della salute è anche psicoanalista, diciamo semplicemente è una categoria di pensiero, l’avvocato della salute c’è sempre. Il difensore della salute decide col paziente se la difesa sarà un lavoro di analisi oppure di consulenza. Potrà essere consulente con una serie di colloqui al tavolo o psicanalista se si prospetta questa possibilità di lavoro.

Angela Cavelli Ma allora era già così perché io quando ho incontrato questo bambino di sette anni che aveva dei problemi di rapporto con i compagni appena li vedeva li pestava ed era una cosa immediata, si era  deciso di mettergli un insegnante di sostegno. Il bambino non ne voleva sapere di questa cosa perché diceva: “Per tutta la vita mi diranno che io sono handicappato” e in effetti l’insegnante di sostegno ha poi come conseguenza che i bambini ti vedono così. Il fatto stesso che il bambino si difendesse in questo modo e che fosse anche appoggiato dalla madre mi sembrava la situazione migliore. Io ho parlato subito con questo bambino e subito si è capito che aveva una fobia: disegnava il padre e la famiglia in un determinato modo e sentiva una minaccia determinata dai rapporti. Sono bastati pochissimi colloqui e questo bambino non ha più pestato nessuno. In quel caso io ho fatto l’analista, si trattava di colloqui  analisi tra virgolette perché diciamo che l’analisi inizia dopo l’adolescenza.

Marina Bilotta: Sì, anche dopo i 25 anni, ci vuole un’età adulta.

Angela Cavelli Mi è venuto in mente uno scritto di Giacomo Contri forse, non mi ricordo, lì proprio si vede il rapporto soggetto-oggetto perché in questo caso lei è un oggetto nel senso che non ha la competenza, fa l’ammalata, trae profitto o comunque qualcosa di buono da una malattia; rapporto soggetto-oggetto perché lui fa lo studioso ma potrebbe fare il maestro, salvatore eccetera per cui è nella posizione di quello che sa, del super, mentre lei fa l’oggetto che non parla che non dice che cosa desidera, niente.

Marina Bilotta Nella patologia dell’uccidere la vittima, è finalmente amarla, amarla da morta. Se lei è inerte finalmente è mia. Se voi guardate anche solo il gatto come blocca l’uccellino e lo prende, anni fa durante il seminario di Psicopatologia dell’allora Studium Cartello abbiamo visto alcune sequenze del film-opera Don Giovanni: quando lui puntava una fanciulla improvvisamente perdeva lo sguardo umano e diventava lo sguardo del falco : così era pronto a sedurla, e lei si lasciava sedurre. Lo sguardo del Casanova non è del seduttore ma è di una bestia, di un animale : eppure la cultura ci passa che è l’unica modalità del sedurre. 

Angela Cavelli Per costruire un’alleanza bisogna proprio cambiare pensiero  perché io mi ricordo  facevo proprio il mestiere della “rompiballe” con mio marito perché ad esempio non arrivava a fare certe cose, non guadagnava di più e sono andata avanti un po di tempo così. Ad un certo punto quando anche lui mi ha detto “Ma insomma cosa vuoi se così non ti va eccetera eccetera” io mi sono messa a ridere e ho detto “E allora?”, cioè è caduto tutto.

Marina Bilotta Era il bivio.

Flavia Giacometti A tal proposito mi collego a questo discorso perché c’era una nota al lavoro di Marina Bilotta che avevo preparato   è sull’opposizione tra guarigione e organizzazione tratto dal Pensiero di natura di Giacomo Contri, ad un certo punto si dice: “Freud avrebbe preferito dichiarare di non avere mai guarito nessuno pur di difendere il fine di guarigione piuttosto che concepire la guarigione come riorganizzazione ossia consegna della precedente malattia del soggetto ad una malattia più inclusiva e potente disconosciuta e per questo e solo per questo incurabile. Molti psicoanalisti oggi contestano il concetto stesso di guarigione, moltissimi che pronunciano con una leggerezza inqualificabile che guarire significa soltanto imparare a convivere con la propria malattia cioè riorganizzarsi. Mi sembra criminale”.

Marina Bilotta Qualcuno ha detto che nel  quadro della lezione di Charcot, lei è Blanche Marie ed era abituata a posare per Charcot : era isterica ma sapeva simulare perché quando ‘svenire non le veniva’ sapeva come fare. Ma Freud ha visto nell’ipnosi qualcosa che poteva diventare veramente inizio di una nuova terapia ed effettivamente è così : indurre in ipnosi fa adottare la volontà dell’ipnotizzatore all’ipnotizzato: “ti mangio”, “mangiami, sono qui, sono tua…”

Ernesto Rinaldi Volevo dire qualche cosa sul bivio utilizzando una storia che mi è stata raccontata come vera e sarebbe anche interessante discutere quando una storia è vera ma adesso lascerei da parte questa questione. La storia è questa: un sacerdote viene mandato come curato in un paesino sperduto di montagna, con pochissimi abitanti.  Ha studiato  teologia  prepara tutte le prediche giornaliere della messa con impegno con  citazioni dalla Bibbia dai Vangeli, da Sant’Agostino e San Tommaso, insomma è colto ed è intenzionato a proporre dei messaggi educativi.  Prepara le prediche giornalmente, però salvo qualche saluto non riceve nessun riscontro che lui si aspetta. Un giorno si sta cambiando in sagrestia ed entra un signore che gli dice: “Padre  vorrei ringraziarla perché dalla predica di oggi ho capito che devo cambiare vita”. Il sacerdote rallegrato risponde: “Molto bene figliolo ma mi dici il passaggio che ti ha fatto capire questa cosa?” e il signore: “Quando lei  ha detto: ora giriamo pagina e andiamo alla pagina seguente”, la storia finisce qui. 

Ci sono diverse considerazioni da fare: intanto costui individua molto bene il bivio e non si è lasciato ipnotizzare da tutto il resto ma ha dato la sua interpretazione di quello che stava ascoltando;  e poi ci permette anche di vedere le due posizioni del soggetto e dell’altro, è il soggetto che vede il bivio e anzi il bivio non è mai della vita ma del pensiero; per me questo è nodale e arrivare a pensare questa questione significa già porsi: “Perché no?” Ecco la presenza del bivio significa accorgersi che è possibile prendere un’altra strada ed è la condizione per la quale ci si accorge della malattia. La ripetizione compulsiva,  lo stesso modo si pensare, lo stesso modo di relazionare, di fare le cose è una condizione in cui non mi accorgerò mai finché non riesco ad avere quello scarto, quell’occasione, quella situazione per cui riesco a pensare che sto ripetendo. 

Marina Bilotta Diciamo che la domanda è abbastanza simile a questa: “Ma perché le cose mi stanno andando così male? Non avrò anche io una parte in questo andar male?” Ecco allora quella è una buona domanda.

Ernesto Rinaldi A me è successo esattamente così, io avevo già in mente la soddisfazione, l’avevo già provata ma   le cose non funzionavano. In maniera molto lieve mi sono reso conto che avevo già pensato alla soluzione ma non avevo trovato la possibilità e la maniera di muovermi. Mi è proprio accaduto così mentre ero in analisi: quel pensiero lì era così semplice, era tutto lì. La scoperta dell’acqua calda, una questione semplicissima: qualcuno ha pensato che scaldando l’acqua forse era più comodo però c’era già tutto prima. 

Il bivio mi fa capire che ho ripetuto troppe volte la questione dei comandi, perché sempre di comandi parliamo quando ripetiamo. Quando mi accorgo che prima avevo un equilibrio perfetto, tutto funzionava alla perfezione ma è quando mi accorgo della malattia che incomincio a pensare che c’è una diversa possibilità; per tornare al racconto iniziale è proprio lo squilibrio che mi vien dall’altro che mi fa pensare “Ma come quello ha detto girate pagina” e io ho lavorato questo pensiero in una maniera mia e ho trovato una soluzione provocata dallo  squilibrio apportato dall’altro. Questa questione è notevole, ci vuole del talento e del giudizio per ricevere il bene.

Giancarlo Gramaglia Il prete e a volte neanche l’analista si accorge di questa questione.

Marina Bilotta E’ vero! E nonostante questo il soggetto guarisce! L’importante è che lo psicanalista sappia fare il suo lavoro, tecnicamente.

Roberto Bertin Bisognerebbe ancora aggiungere che sul comando oggi si dissimula molto cioè il soggetto è sempre più messo all’angolo in un mondo dove l’esperto è quello che decide per lui e che non è così semplice liberarsi da questa cultura che determina il fatto che il soggetto in qualsiasi ambito è trattato da incompetente. 

Marina Bilotta E’ difficile, solo se non hai elaborato la prima volta. Anzi Luca Ribolini ci ha detto che la domanda più frequente è chiedere allo psicanalista pubblicamente: “Lei su questa questione cosa ne pensa?”

Giancarlo Gramaglia Interpelliamo anche lo psicanalista. Mi ricordo molti anni fa da Bruno Vespa, Silvio Fanti, micropsicoanalista, è andato una volta ed era stato zitto dall’inizio alla fine della trasmissione. Dopo noi, aspiranti psicoanalisti, eravamo molto curiosi di sapere come mai  non aveva voluto aprire bocca e non aveva risposto, con Vespa adiratissimo. Era l’unico modo, ci aveva poi detto Fanti, per riuscire a rompere questo tipo di trasmissione, a rompere questo: “Mi scusi, ma lei sa, mi dica il suo parere”, ma Fanti non c’era stato a questo gioco e in quel senso ha fatto bene.

Il colto può venir fuori e se viene fuori  è un patrimonio del soggetto stupendo e l’inconscio può anche dar modo a degli elementi contraddittori perché c’è la faccenda delle fantasmatiche, non so pensate a come Casorati dipinge la famiglia tutte queste figure, è che lui doveva manifestare queste sue ossessioni dipingendo in un certo modo, ma sono negatività, sono questioni che magari l’hanno arricchito ma non nella completezza del colto.

Angela Cavelli Secondo me il fatto stesso che lui abbia usato una proprio malattia per farci qualcosa è un arricchimento, Casorati ha dipinto in quel modo ma quando dipinge e lavora fa fruttare la malattia, occupa quel tempo cioè qualcosa di buono che vien fuori dalla malattia, del resto ha usato quello come dire ha preso dove poteva.

Marina Bilotta Virginia Woolf di sé diceva che non voleva rovinare la sua creatività, che era solo angoscia, leggendo Freud perché si sarebbe chiarita : perdendo l’angoscia, cioè risolvendola, secondo lei non sarebbe stata più così creativa.

Giancarlo Gramaglia Ora vediamo il lato oscuro di Moma Teruggi con la proiezione del suo lavoro.

Moma Teruggi Solo due parole prima di proiettare il video Questo è un cortometraggio che è nato per partecipare ad un concorso a Napoli: I corti sul lettino. Ho seguito il seminario L’incontro l’anno scorso e quindi ho deciso di creare qualcosa che parlasse  di tutti quegli aspetti che abbiamo trattato. Prima si parlava di imputabilità di comunicazione e diciamo la cosa principale di questo corto è la difficoltà di comunicazione tra i personaggi e racconta di piccole e brevi storie tra persone che fanno difficoltà a dirsi delle cose. L’inizio è ambientato in montagna e le prime scene sono dell’arrampicata nelle Valli di Lanzo e ho scelto questa metafora della montagna perché per me era un po’ il simbolo della difficoltà del protagonista di riuscire a spiegarsi agli altri e arrivare a meta e quindi lei si arrampica sulla montagna sia nella scena iniziale che nella scena finale. Personaggio chiave da citare è la figura di Anna che è l’unica che forse tra tutti i personaggi smuove qualcosa e cerca di parlare mentre gli altri si crogiolano nelle loro paranoie mentre lei cerca di affrontare l’altro. Poi adesso lo vediamo e magari ne parliamo dopo. L’ho girato io con attori professionisti e non professionisti, amici.

https://www.youtube.com/watch?v=nlvNXFqzrs8

Alla fine delle conversazioni è stata servita una cena a cura di Hegle Gramaglia così costituita:

°Polenta e salsiccia
°Bocconcini di caprino e salsiccia
°Toma e salame di Lanzo
°Mandarini e dolci assortiti di Lanzo

Il testo è stato sbobinato  da Alice Scappaticci e trascritto da Ernesto Rinaldi, rivisto dall’autore. 

        

                                  

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