L’in-eliminabile perversione identitaria: anche alle vallette!

Ieri sera 25/11 ho partecipato presso il centro di incontro di Piazza E. Montale, appunto alle Vallette, alla presentazione del libro di A. Coccorese e M. Romito “Si, sono delle Vallette, c’hai problemi?”
Autobiografia di un quartiere nel cinquantenario della sua nascita. Il libro attraverso una ampia e ben strutturata documentazione fotografica e con l’interessante novità di plurime interviste a residenti nel quartiere, prova a ricostruire la nascita, lo sviluppo e la contemporaneità nel quartiere fino agli anni ’80. La specificità del lavoro storiografico dei due autori è quella, secondo la mia analisi e anche le loro dichiarazioni iniziali, di aver dato voce e documentazione alle diversità di storie, vicende, accadimenti degli abitanti di questo periferico quartiere cittadino: sostanzialmente il tentativo di ricerca storiografica di decostruire il mito negativo identitario che sempre ha accompagnato gli abitanti di questo quartiere. Anche il titolo stesso del libro, mi pare, leggibile in questa direzione: una provocazione per smascherare e decostruire come, in passato ma anche oggi come vedremo, il piantarsi addosso bandierine identitarie, che gli altri ti vogliono imporre, sia una operazione identificativa psicologicamente perversa. Invece, ieri sera nel dibattito, è emersa ancora limpida e perversa (ma non per me inaspettata) la patologia identitaria di moltissime voci (la maggior parte), che rivendicava il pensiero di un “orgoglio vallettano” come appartenenza ad un “gruppo speciale”, ma soprattutto negando il “reale storico e sociale” di un quartiere, che come tutti, ha attraversato e attraversa profonde crisi individuali e sociali. Cioè, ciò che, specificatamente ma inconsciamente, veniva affermato è la caratteristica di base del processo di identificazione: “prendere su di sé un tratto preciso e circoscritto di qualcun altro” (G. Gramaglia) per costituirsi come gruppo. (i vallettani, appunto) negando la realtà di “ogn’uno” come soggetto diverso.

Ciò emergeva chiaramente nel dibattito dagli interventi profondamente scettici, circa la realtà/verità delle voci individuali e documentaristiche portate dai due autori del libro, rispetto al trauma, dell’arrivare/vivere alle Vallette negli anni ‘60/’70: come se soltanto attraverso un riconoscersi gruppo costruttore di un ideale di realtà e di vita fosse possibile opporsi ad un tessuto sociale esterno al quartiere differente/ostile.
In sostanza, un abdicare al pensiero individuale del costituire pensiero “am-massato”, immerso in una serie di ideologismi, tipici di quegli anni, come le parole d’ordine più diffuse allora come quelle relative ad uno “stare insieme, lottare insieme ecc.” poi rapidamente disciolte anche alle Vallette già all’inizio degli anni ’80.

Gli interventi al dibattito si sono sviluppati per tutta la serata, nel presentare “il vallettaro” come “persona per bene” come se tutto ciò dovesse costituire una precisa opposizione, ancora perversamente ma necessaria, al mito negativo dell’abitante di questo quartiere che il libro presentato voleva decostruire. Si è assistito allo psicodramma di abitanti del quartiere (perlopiù anziani, ma di questo parleremo più avanti) che in tutti i modi “raccontavano” un passato, ma anche un presente fatto esclusivamente di “buon vivere, servizi sempre presenti, ecc.” come la bandiera ideal-identificativa di una realtà sociale di gruppo assolutamente “perfetta”.

Il problema è che la realtà raccontata da molte voci del libro e gli interventi dei pochi giovani presenti dicevano anche altre realtà inammissibili per questo “am-masso” di interventi. La spiegazione di questa forte (ed anche un po’ escludente) posizione ideal-identificata porta con sé il principio presupposto che “la soddisfazione è impossibile, e quindi il reale va idealizzato se non addirittura negato, con l’aggiunta che la soddisfazione va resa impossibile anche agli altri”: nel caso di ieri sera, era il pensiero non ideal-identificato che doveva essere negato. Veniamo all’ultimo aspetto delle caratteristiche degli interventi dei “vallettani” di ieri sera: l’età avanzata di pressoché tutti gli intervenuti, da intendersi come “vecchiaia” cioè abbandono del proprio moto a soddisfazione nel reale.
Emergeva netto, un quadro di pensieri chiuso dietro i bastioni del fare “obiezione al rapporto” cioè congelato in un falso reale, illusorio che è quello della vecchiaia: non tanto come età reale anagrafica, ma come, appunto, negazione/obiezione ad un reale rapporto con l’altro che l’identificazione e la mancante capacità di giudizio si porta dietro: il reale “uomo vecchio”. Peccato, quindi, che la serata di ieri si sia, alla fine, risolta (pur nei brindisi finale al cinquantenario del quartiere) in una mancata/rifiutata occasione di fare lavoro de-costruttivo di un processo identitario di “am-masso” sociale che è il responsabile del fallimento ideologico passato e attuale che sempre lo accompagna: la negazione della realtà di ogni soggetto come reale possibilità di fare relazioni a soddisfazione. Forse, da oggi, se i preposti istituzionali alle politiche culturali e sociali sul territorio iniziassero ad avere più attenzione al mobilitarsi di ogni singolo soggetto verso altri per la loro soddisfazione, e non invece, alla elargizione di “progetti per i centri di incontro” programmati e normati come “necessario bene comune” eviteremo, nel tempo, che processi patologici ideal-identificativi che creano “vecchiaia insoddisfatta” continuino, a determinare soggetti sociali incapaci di giudizio normativo proprio a soddisfazione, e che un lavoro storico sul territorio nuovo e interessante come quello degli autori del libro sulle Vallette prima segnalato, sia equivocato e non realmente compreso.

BIBLIOGRAFIA

G. Gramaglia – Rubrica di psicologia della vita quotidiana – L.F.L.P. – Torino
A. Coccorese, M. Romito – Si, sono delle Vallette, c’hai problemi? – Città di Torino

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