Questioni di estetica III

COME RIFARSI LA BOCCA: CON VITTIME E CARNEFICI

Per l’argomento di questa sera prendo lo spunto da un racconto di Franz Kafka: “Nella colonia penale”.
Si tratta di un racconto scarno, come è nello stile dell’autore, che senza fronzoli e divagazioni descrive come viene amministrata la giustizia in questa colonia penale situata vagamente ai tropici.
Non ci sono descrizioni del luogo o dell’atmosfera e i personaggi non hanno nomi ma sono indicati come il viaggiatore, l’ufficiale , il condannato.
Il racconto parte dalla descrizione che dà l’ufficiale al viaggiatore, che è stato invitato ad assistere all’esecuzione della condanna, dello strano apparecchio che esegue la sentenza.
Si tratta di una macchina costruita dal vecchio comandante di cui l’ufficiale è un devoto estimatore e continuatore della sua opera. L’ufficiale rimpiange i vecchi tempi in cui le esecuzioni venivano tenute in grande considerazione ed erano seguite da folto pubblico, mentre ora l’attuale comandante gli fa mancare le risorse per la manutenzione della macchina e pare contrario a questa procedura, tanto da volerla eliminare.
La macchina è composta da un letto dove viene legato il condannato a faccia in giù; sopra di lui si trova una specie di erpice composto da serie di aghi di diverse dimensioni e tutta una quantità di congegni che hanno lo scopo di far muovere l’erpice in modo che possa incidere con gli aghi una scritta come un terribile tatuaggio sul corpo nudo del condannato. La scritta equivale al comando che questo ha trasgredito. L’iscrizione non è immediatamente leggibile perchè piena di volute e ghirigori e viene eseguita andando sempre più in profondità, viene altresì continuamente lavata in modo che il pubblico possa vederne lo svolgimento. Il condannato non sa nulla della pena inflitta, né ha potuto difendersi, solo dopo sei ore di quel supplizio inizia a rendersi conto di quello che si sta incidendo sul suo corpo:

“Ma passata la sesta ora, come tutti diventano silenziosi! Anche nei più ebeti si desta l’intelligenza: comincia dagli occhi e lì si diffonde; lo spettacolo è tale che uno si sentirebbe invogliato di mettersi anche lui sotto l’erpice! Non che succeda nulla di nuovo, ma l’uomo però incomincia a decifrare la scritta; e fa una smorfia con la bocca come se stesse in ascolto. La scritta il nostro uomo comincia a decifrarla con le sue ferite. Certo il lavoro è lungo; per venirne a capo ci voglion sei ore”.

L’esecuzione dura dodici ore dopo di che il corpo viene infilzato dagli aghi e gettato in una fossa.
L’iscrizione che sarà fatta sul corpo di questo condannato è “Onora il tuo superiore” , perché questo soldato che doveva stare di guardia, si è addormentato ed una volta ripreso dal suo superiore gli si è rivoltato contro.
L’ufficiale è così invasato dal mito delle idee del vecchio comandante che vorrebbe convincere il viaggiatore ad intercedere presso il nuovo comandante che pare contrario a continuare questo tipo di procedura penale. Ma ottenuto un netto rifiuto dal viaggiatore decide repentinamente di liberare il condannato mettersi al suo posto non prima di avere cambiato la scritta da incidere che ora suona così: “Sii giusto” , dopo di che avviata la macchina questa incomincia a demolirsi andando in mille pezzi e uccidendo l’ufficiale.
Questo racconto mi pare che offra parecchi spunti di riflessione, io vorrei evidenziarne alcuni che fanno riferimento al titolo della serata.
Traggo da un commento critico a questo racconto di Steiner :“Kafka ancora più in profondità ha visto e descritto la collaborazione sottile e oscura tra la vittima e il carnefice. Nulla di quanto è stato scritto sul nazismo è paragonabile a quanto Kafka ha scritto nella colonia penale.”
La questione secondo me va allargata per cui non è solo determinata dalla ferocia di qualcuno , quanto piuttosto, ed è questo l’aspetto che vorrei trattare, volta a scorgere la ferocia del soggetto che è capace di rivoltare contro sé stesso l’umiliazione del senso di colpa rimosso determinato dalla contrapposizione tra l’ideale dell’io (super-io) e l’io.
Abbiamo parlato spesso di imputazione come del diritto esercitabile dal soggetto e come atto di giudizio nei confronti dell’azione di un altro. Per cui l’imputazione può essere premiale, e quindi onoro il mio piacere riportando all’altro la mia soddisfazione, oppure può essere penale per cui rimando all’altro il giudizio di insoddisfazione. Quando questo non può avvenire perché l’altro è ritenuto troppo importante per il soggetto, il soggetto medesimo si intesta questa mancanza, questo assegno in bianco in cui il pagamento dovrà pur avvenire poi in condizioni di disagio, appunto come punizione.

Il super-io, che oggi per adeguarci alla lingua corrente potremmo chiamare iper-io (avendo i supermercati per lo più stanno lasciato il posto agli ipermercati) avviene come formazione per identificazione con le figure parentali che più da presso circondano il bambino .
L’identificazione lascia le sue tracce nell’io contrapponendosi ad esso ed innalzandosi su un gradino più in alto come ideale o super-io.
Il super-io viene definito da Freud come istanza (usa Istanz) che è un termine prettamente giuridico e che significa “potestà giudicante”, “giurisdizione” tant’è che prenderà la parte del padre riguardo alla questione della legge, Freud dice :
“ Il super-io è composto da una duplice ammonizione e divieto insieme, coniugati in una forma paradossale: così come il padre devi essere e così come il padre non puoi essere”.
L’istanza così introiettata in questo rapporto sado-masochistico tende a reprimere il diritto al soddisfacimento e a trasformarsi in senso di colpa. Accade quindi nella nevrosi che l’ammontare di senso di colpa inconscio, giunga sua volta a rafforzare i sintomi e ad usarli come altrettante punizioni.
Le punizioni possono essere indicibili ed ossessivamente riprodotte ponendosi in situazioni di sofferenza, ma nulla sarà mai abbastanza, finché di fronte ad un bivio si imboccherà la possibile strada di guarigione, ma questo bivio pur incontrandolo varie volte sarà imboccabile solo con un atto del soggetto.
Al culmine della punizione fattibile c’è il suicidio che è la condizione possibile della melanconia dove al posto di prendermela con qualcuno, me la prendo con il mondo intero.

Dice ancora Freud:

“Questo sadismo ci spiega l’enigmatica inclinazione al suicidio propria della malinconia. La melanconia ci insegna quanto può spingersi lontano, fino a conseguenze tragiche, il senso di colpa coltivato”.

Tornando al nostro racconto il suicidio è la soluzione finale trovata dall’ufficiale, nella quale è evidente l’imputazione penale che si infligge, quel “Sii giusto” è il dover essere morale ad ogni costo, che gli veniva dall’identificazione con il vecchio comandante, e non riesce a rinnegare nemmeno di fronte all’evidenza dei fatti che accadono.
La questione della punizione tramite l’iscrizione di essa sulla carne e che il punito impara a riconoscere sul suo corpo mi pare una questione di sottile rilievo psicologico da parte di Kafka, perchè secondo me essa allude alle punizioni corporali che vengono comunemente inflitte ai bambini: un colpo sulla mano se si è preso qualcosa che non era permesso, l’intimidazione a tagliarlo se ci si è toccati lì. L’iscrizione allude anche alla difficile decifrazione della presunta colpa, che è possibile leggere tramite un lungo lavoro di riconoscenza con un altro.

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