FREUD PARLA D’AMORE? Si può essere distolti dal principio di piacere

2015

con Gabriele Trivelloni

coordina Giancarlo Gramaglia

Gabriele Trivelloni Il titolo che il dottor Gramaglia mi ha proposto e che ho approvato subito, dice: “Si può essere distolti dal principio di piacere?”. Sarebbe facile rispondere di sì, immediatamente, come se fosse scontata la risposta. Tuttavia, ciò che conta in queste occasioni di lavoro, è il fatto che essere distolti significa fare i conti con un pensiero che, per la sua sistematicità e per la sua imponenza nella civiltà e nella cultura, è un pensiero che sembra ci convinca a distogliere noi stessi dal nostro principio di piacere. Noi, io, sono distolto dal mio principio di piacere o meglio, non distolto dal mio piacere (ricordo una recente breve conversazione con il dottor Contri, il quale mi disse questa frase “qui c’è tutto, questa differenza [tra principio di piacere e il piacere] è decisiva”), non si tratta di essere distolti dal piacere, ma si tratta di essere distolti dal principio di piacere. Cioè è decisiva la differenza tra il piacere del fare qualche cosa e avere il principio di piacere. Quindi il tema è proprio questo: si può essere distolti dal piacere come principio, cioè quello che noi perdiamo nel non avere una bussola. Sono contento del tema che il dr. Gramaglia mi ha proposto, perché accidentalmente ritrovo che i temi che andremo a trattare, la traccia che seguirò oggi, in un certo senso, hanno forte attinenza con quello che dicevamo l’anno scorso in un mio precedente incontro, per cui io idealmente me lo sono ritrovato davanti e mi sono detto che questa potrebbe essere la seconda puntata.

Concedetemi, essendo filosofo, qualche sfondamento nel terreno della filosofia. Allora: quanto si può essere distolti dal principio di piacere?

Prendo come riferimento due esempi di una sistematizzazione teorica che noi ci troviamo condotta da altri, dalla civiltà, e spesso dalla cultura, e che in certo qual modo ci rende indifesi nei suoi confronti, non sappiamo come difenderci. E non sapendo come difenderci, accettiamo questa teoria come una prospettiva, come una legge, che diventa la nostra. In questo modo divento io l’artefice del mio essere distolto dal principio di piacere. I due casi che prendo sono uno nel campo della filosofia, e uno nel campo dell’attualità in senso lato, nel campo del dibattito attuale sulle religioni e quanto oggi un certo modo di considerare la religione abbia questa forza.

Campo della filosofia. Mi servo della materia filosofica per poter affrontare la questione. Partiamo da una considerazione che Mariella Contri faceva nel simposio del 28 febbraio 2015. Diceva che nell’ottocento era sorta una disputa importante tra la dogmatica giuridica, che si poneva la domanda “chi è l’autorità della legge?”, “chi ha la sovranità?” in alternativa alla dogmatica della metafisica che, sinteticamente, afferma l’esistenza di un “essere in sè” fuori di noi che si pone come il tutto e, in certo qual modo, si impone nella sua oggettività, richiedendo una forma di obbedienza del pensiero, della vita psichica, a questo essere presupposto.

Giacomo Contri in un Think di febbraio diceva: «Nella genesi logica l’islam non parte dalla Bibbia bensì dal pensiero greco come imperativo metafisico di sottomissione del pensiero all’essere come mistero. Questo essere avrebbe un fondamento che a noi è misterioso, a questo mistero il pensiero si deve sottomettere. Islam significa sottomissione del pensiero prima di ogni altra sottomissione ».

Dobbiamo a Freud l’aver elaborato ciò che nella cultura si costituisce come alternativa tra un senso della realtà come tutto già dato, già presupposto, come essere e quindi tutto necessitato e postulato e dall’altra parte l’alternativa ad un pensiero che si pone giuridicamente come capace di porre la legge del proprio movimento da parte del soggetto nei confronti della realtà come materia prima e quindi non di una sottomissione all’essere.

Primo caso: la metafisica come esempio di non creazione di un posto occupabile da qualcuno. Nella serie dei video di Giacomo Contri si dice come l’inizio del movimento è l’offerta. Non la realtà che è fuori dalla finestra, non altro se non il fatto che c’è qualcuno che ci dispone un posto, per noi occupabile e in quanto occupabile ci introduce, ci rende accessibile la realtà, in quanto predisponendo un posto ci offre la realtà. L’esempio che riporta lo stesso Contri è quello del disporre i posti a tavola, affinché nella disposizione dei posti, io posso accedervi come ospite e non come poveraccio che viene lasciato sui gradini. Come nella conversazione io posso accedere alla realtà della conversazione, dai pasti che si mangiano, all’amicizia che può iniziare.

Primo caso che riprendo dalla filosofia di Karl Marx. Colgo l’intelligenza che in una certa pagina Marx ha avuto nel dire una certa cosa. Il libro èLa sacra famiglia, un testo dei primi anni quaranta dell’ottocento, in cui Marx scrive un capitolo con un paragrafo che si intitola Il mistero della costruzione speculativa. Considerate che Marx si sta rivolgendo alla filosofia idealistica hegeliana.

Dice Marx: «Dopo che il signor Szeliga (pseudonimo di un tenente prussiano) ha dichiarato essere ‘misteri’ […] “l’imbarbarimento in seno alla civiltà” e la mancanza del diritto nello Stato» (qui Marx si pone il problema di quale diritto sia presente nello Stato e quindi di poter conciliare o meno, o porre, il diritto dell’individuo con il diritto dello Stato), «dopo che ha risolto questi fatti nella categoria “il mistero”, ora fa cominciare a “il mistero” il suo processo speculativo».

Primo passaggio: l’individuare nell’essere della realtà la categoria “il mistero”. Con questa parola viene risolto quando si dice: “è tutto un mistero, la realtà è un mistero”. Faccio un esempio brevissimo: quando si dice il mistero del Big Bang, io penso che non ci sia nessun mistero, sono solo io, o noi o la comunità umana e scientifica, che non sanno cosa sia successo. Ma che mistero ci sia nell’essere dell’azoto, o dell’idrogeno o altro in quei primi momenti visto che è lo stesso azoto, lo stesso idrogeno che c’è oggi. Non c’è mistero, siamo noi che non abbiamo le capacità di arrivare a comprendere, ad analizzare che cosa sia accaduto in un certo momento. Siccome non ho la capacità di comprendere cosa è successo in quel frangente, chiamo quel frangente mistero, ma chiamando mistero è come se io oggettivassi la mia ignoranza, la mia incapacità e individuassi nell’essere di quella realtà una sorta di mistero. In questo caso faccio diventare l’oggetto, quello che Lacan dice “l’oggetto a”, il simbolico.
Richiamo quanto Giacomo Contri dice in più occasioni circa l’esempio della vinificazione dall’uva. Si leggano queste pagine di Marx tenendo conto di questo esempio della vinificazione.

Giancarlo Gramaglia Quante volte uno scimmione è passato davanti a un acino ma non è riuscito a fare il salto, a spremerlo e a fare il vino?

Gabriele Trivelloni Benissimo, mi fa piacere che abbia fatto l’esempio dello scimmione che mi servirà per dire una cosa dopo.

Dice Marx: «Se io, dalle pere, mele, fragole, mandorle reali, mi formo la rappresentazione generale frutto, se vado oltre, e immagino che il frutto, cioè una mia rappresentazione astratta, sia l’essenza vera della pera, della mela, io dichiaro che il frutto è la sostanza della pera». Pera, con le proprietà tipiche della pera, (cosa si può fare con la pera? Si può fare la grappa di pera, le pere sciroppate…) diventa il nome di un predicato, non di una materia prima, la pera non è una materia prima dice Marx, ma il nome di un predicato, di una sostanza chiamata frutto. Così, aggiungo io, la parola frutto viene ad assumere una designazione mistica, cioè una contemplazione di una sostanza.

Cosa dice Giacomo Contri? Che l’acino d’uva o il grappolo d’uva diventano frutto perché io compio un atto di pensiero, dicendo con la parola “frutto”, l’atto che compio. Implica che io scopra un profitto nel grappolo d’uva, scopra l’alcool, scopra il passaggio al vino. La parola “frutto” implica, indica che c’è un profitto, che c’è stato un passaggio da un antefatto, del quale lo scimmione è incapace, a un artefatto. Il grappolo d’uva, o nel caso del brano letto la pera, diventa una materia prima affinché la mia elaborazione di pensiero possa generare da quella materia prima un profitto. Ed è l’esperienza del profitto che mi fa chiamare pera, mela, uva, frutto. Frutto nell’accezione evangelica, ciò che arriva ad essere prodotto da un lavoro Qui Marx sta dicendo che si può usare il termine frutto per indicare una sostanza astratta, un’astrazione e quindi, nella sua riflessione sulla ragione speculativa, la pera, la mela, le fragole, sono semplicemente degli accidenti.

Prosegue Marx: «Il mio intelletto, sorretto dai sensi, distingue una mela da una pera e una pera da una mandorla, ma la mia ragione speculativa dichiara questa diversità sensibile inessenziale e indifferente». È irrilevante che cosa io ci possa fare. La ragione speculativa mi rende inessenziale e indifferente la distinzione che ci può essere tra una bacca acida e un grappolo d’uva. «In questo modo non si giunge ad alcuna particolare ricchezza di determinazioni». Il frutto per il suo connotato di esperienza di arricchimento mi fa dire che l’uva è un frutto, ma le bacche selvatiche acide non le posso chiamare frutto in questa accezione perché io con le bacche selvatiche, per il momento, non ci so fare niente. Qui Marx sta denunciando il fatto che nella ragione speculativa vengono a cadere i rapporti di produzione di profitto, che pongono la realtà a noi in qualche modo. La realtà che noi incontriamo è sempre una realtà che è un artefatto, è sempre già materia lavorata, è sempre già qualcosa che è già stata oggetto di elaborazione del pensiero di qualcun altro.

Mi viene in mente un esempio che cito appena. Federico II di Svevia, imperatore medioevale, fece un esperimento: se fosse possibile far nascere da neonati, da bambini molto piccoli una lingua naturale, come se l’essenza infantile potesse generare una lingua naturale. Cosa ha fatto? Ha preso dei neonati, appena nati, li ha tolti dalle loro madri, li ha messi in un luogo separato dal mondo, in un luogo accoglientissimo sotto tutti i punti di vista, ha messo a loro disposizione delle badanti che facessero ogni servizio, li accudivano, non li facevano mancare di nulla. Ma con una proibizione: che queste nursery dovessero essere totalmente silenziose, non dovessero mai pronunciare una parola in presenza di questi bambini. Volendo sperimentare se questi bambini, senza mai sentire pronunciare una parola, fossero stati capaci di generare dalla loro essenza una lingua naturale. Il risultato è che sono morti tutti, pur non mancando di nulla, se non delle parole. Questo per dire che anche le parole sono frutto.

L’alternativa è con un atto intellettuale che mistifica l’oggetto sconfessandone la sua attitudine a diventare frutto per qualcuno, come passaggio al pensiero di eredità. È un atto intellettuale che pone artificialmente un ordinamento giuridico con meta il profitto, e dunque il frutto come materia prima che non esiste in natura, ma diventa tale per mezzo del lavoro di pensiero che lo istituisce come materia di ulteriore elaborazione.

«Se il filosofo speculativo vuole arrivare alla parvenza di un contenuto reale è costretto a tentare in qualche modo di tornare dal frutto, così come lo ha definito nella sua essenza astratta, alle frutta reali come profane. Il filosofo speculativo rinuncia all’astrazione del frutto, ma vi rinuncia in un modo speculativo, cioè vi rinuncia in modo mistico». Ci si chiede donde venga questa parvenza, cioè al di là della mistica del frutto, della sostanza, etc… , quando il filosofo speculativo ha a che fare con i frutti che implicano il suo principio di piacere. Ci si chiede donde venga questa parvenza della molteplicità dei giudizi e dei gusti. Per il filosofo speculativo questa materia è irrilevante perché è un simulacro, è semplicemente un docetismo applicato all’oggetto specifico. Questa domanda che si pone Marx è a partire dalla mancanza del riconoscimento che frutto è giudizio di un profitto.

Riprendo Marx: «Il valore delle frutta profane non sta dunque più nelle loro proprietà naturali (quelle proprietà che io posso sfruttare a mio vantaggio) ma nella loro proprietà speculativa», cioè nel loro diventare predicati dell’oggetto A, cioè del simbolico, grazie alla quale occupano un posto determinato nel processo vitale del frutto assoluto. «Il filosofo, quando esprime queste esistenze in modo speculativo, ha detto qualche cosa di straordinario. Egli ha compiuto un miracolo, ovvero si è inventato qualcosa che prima non c’era, la Teoria superegoica, la metafisica come espressione del Super Io, che cade dall’alto nella nostra testa, facendo del principio di piacere passibile di essere rimosso, o sconfessato per uno scivolamento in un abuso nel modo di produzione del pensiero stesso alla ricerca di protezione.

Mariella Contri, nel suo testo introduttivo del Simposio di febbraio 2015, diceva che la metafisica nasce da un abuso di produzione del pensiero, cioè la teoria è una produzione di pensiero di troppo, che abusa della capacità produttiva del pensiero. È un abuso di questa capacità produttiva alla ricerca di protezione. Alla ricerca di protezione perché? Perché vuole essere rassicurato in quanto è già stato messo in crisi il principio di piacere come il principio di orientamento. Se non c’è più questa norma, questo principio di piacere come la nostra bussola nel giudicare la mela, la pera, che cosa posso fare? Il pensiero così produce la teoria per sentirsi esso stesso contenuto, avvolto come in una posizione fetale. E’ la teoria che funge da madre che conserva il pensiero che esso stesso ha prodotto.

Anche Marx riconosce che il concetto di frutto è un atto intellettuale. Continua Marx: «È chiaro che il filosofo speculativo opera questa continua creazione solo perché tratta le proprietà universalmente note, come determinazioni inventate da lui; perché dà i nomi delle cose reali a ciò che solo l’astratto intelletto può creare».

In questo modo il dare i nomi non è più la facoltà di giudizio della verità imputativa, cioè non è più la facoltà di giudizio del dare i nomi agli atti che producono frutti buoni o frutti cattivi.

« Se finora il signor Szeliga ha risolto nella categoria del mistero rapporti reali come, per esempio, il diritto e la civiltà e così ha trasformato il mistero nella sostanza, ora egli si eleva a livello veramente speculativo e trasforma il mistero in un soggetto autonomo il quale si incarna nelle condizioni e nelle persone reali (il soggetto vero delle cose diventa il mistero) e il quale ha le sue estrinsecazioni vitali nelle contesse, marchese, sartine, nei portinai, nei notai, nei ciarlatani, negli intrighi amorosi, nei balli, nelle porte di legno».

Una volta concesso che il mistero è il soggetto, dopo qualsiasi cosa da che parte ti giri è tutto un gran mistero, è come se dicessi “non è più vero niente”.

Il frutto come introduzione ad un ordinamento economico, come il nome di un atto, che io riconosco come un profitto, non è più possibile. Il finale di questo capitolo di Marx è molto interessante: «Dopo aver prodotto dal mondo reale (sta parlando del filosofo speculativo che è la tentazione di ognuno della teorizzazione) la categoria ‘il mistero’, da questa categoria produce il mondo reale». Il mistero diventa il soggetto che produce le cose. Scrive Freud in L’avvenire di un’illusione: «Ritengo che l’esigenza del ‘come se’ sia di natura tale da poter essere concepita solo da un filosofo. L’uomo che nel proprio pensiero sfugge alla suggestione degli artifici della filosofia non potrà mai accettarla». Filosofi speculativi possiamo esserlo tutti, nel momento in cui accettiamo la suggestione della teoria così come ci viene descritta in questo modo. Questo è un esempio per dire il “come se” io assumo questa posizione speculativa, sono io ad essere auto distolto dal principio di piacere come bussola, come principio di orientamento quando ho a che fare con le pere e con le mele.

Il filosofo speculativo non fa offerta, la teoria speculativa non fa offerta. Non c’è offerta del frutto come materia di una mia elaborazione, non c’è offerta del frutto come artefatto di un altro affinché io possa a mia volta esprimere il mio giudizio e farne io qualche cosa. Il movimento inizia dall’offerta, dice Giacomo Contri, non dalla domanda: «chi ascolta la mia offerta, un libro è un’offerta, mette la realtà a maturare (la realtà come l’abbiamo descritta qui, la realtà nella sua essenza, nel suo essere presupposto), è come una realtà di paglia, come l’uomo di paglia, cioè una sagoma, perché non c’è offerta. Ciò che segue l’offerta non è solo la domanda. Il movimento inizia dall’offerta non dalla domanda. Nessuna mossa parte da una domanda ma solo da una sollecitazione che accade fuori di me come offerta. Nessuno domandava ad esempio l’Incarnazione, il Padre e lo Spirito. Domanda è intellettualmente avveduta, è costruzione avveduta quando parte dall’offerta».

Mariella Contri dice che la vecchia metafisica è come una malattia, come il Super Io che è una malattia del pensiero da curare. L’anno scorso non a caso il mio intervento si chiamava Le due metafisiche.

C’è un altro spunto teorico che può permetterci di essere auto distolti dal principio di piacere. Immanuel Kant dice di essere stato «risvegliato dal sonno dogmatico che esige sottomissione e annullamento del pensiero». Kant dice anche «Nuovi pregiudizi serviranno al pari dei vecchi a guidare la gran folla di chi non pensa”. «Ragionate finché volete e su quel che volete, ma obbedite».

Mariella Contri nel testo introduttivo del simposio di febbraio diceva: «Fonte di disordine è proprio il principio che distoglie gli uomini dal farsi regolare dal proprio individuale principio di piacere nel perseguimento dei beni della vita, per sottometterli ad una minoranza che si regola secondo l’astrazione della teoria. Non importa che si tratti di dottrine religiose, se si abbandonassero le dottrine religiose, che tuttavia sono le meglio organizzate, e quindi sono preferibili, si dovrebbe sostituirle con altre della stessa santità e lucida intolleranza e imporre al pensiero le medesime proibizioni». Questa è una citazione di Freud.

Seconda parte. Propongo un caso che lega quello che abbiamo letto di Marx e la domanda se possiamo essere distolti dal principio di piacere. C’è un importante romanzo, scritto da uno scrittore francese, Houellebecq che si intitola Sottomissione.

Il 6 gennaio del 2015 sul Corriere della Sera esce questo articolo su due pagine, con un richiamo alla prima pagina, di Emmanuel Carrère romanziere a sua volta, saggista, il quale recensisce il romanzo di Houellebecq. Questo articolo esce qualche giorno prima degli attentati di Parigi, per cui Carrère non può sapere quello che da lì ad una settimana accadrà.

Dice Houellebecq: «Un libro trascinato dall’intuizione che il sommo della felicità umana” (e aggiungo che felicità è il nome che si dà alla sedazione dell’angoscia, felicità è non essere angosciati) «risiede nella sottomissione: al padrone nell’erotismo, a Dio nell’islam». Qui mi sembra che Carrère faccia i conti con Freud.

La sottomissione: «l’islam l’accetta tale e quale (è un’essenza del mondo la sottomissione). Reputa perfetta, e non perfettibile, la creazione di Dio, una religione più semplice, e più vera di qualsiasi altra, a condizione di prenderla in blocco, e di non cercarvi l’unica cosa che non vi si può trovare, quella da cui precisamente essa ci emancipa, la libertà. Molti intellettuali credono che la civiltà sia minacciata, io ritengo tale minaccia reale, ma non è impossibile che tale minaccia sia anche feconda, che l’islam più o meno a lungo termine non rappresenti il disastro ma l’avvenire. La grandezza dell’islam non è di essere compatibile con la libertà, ma di sbarazzarcene. E che liberazione! (cioè, l’arresto del movimento). La libertà, l’individualismo ci hanno immersi in uno sconforto assoluto. Se rimane una speranza al di fuori della pura estinzione (qui è facile il richiamo all’idea della pulsione di morte, dell’immaginare che la nostra speranza sia in uno stato vegetativo), essa scaturirà da quelle che secondo noi rappresentano le peggiori minacce per la nostra civiltà (la speranza verrà da ciò che noi ci rappresentiamo) e per l’idea che ci facciamo dell’umanità: la clonazione delle particelle elementari (il biologismo) e l’islam. Quello che temevamo di più è ciò che, una volta passati dall’altra parte, ci sembrerà più desiderabile, al punto che ci stupiremo di non averlo desiderato prima. Tale capovolgimento radicale delle prospettive è quello che in termini religiosi si chiama conversione».

Dopo il mio intervento al simposio ho avuto uno scambio di mail con una collega che mi poneva questa domanda: «Secondo lei Carrère non vuole dire che l’islam sarebbe il compimento del cristianesimo e che la religione islamica diventi la teoria suprema della sottomissione come compimento del cristianesimo?». Ho risposto dicendo che esce un articolo sul Corriere della Sera di martedì 24 febbraio 2015:Carrère conquistato da Gesù. Spenta la fede resta la passione, di Pierluigi Battista, che con questo articolo sta recensendo il libro Il regno uscito un mese dopo Sottomissione. Dice Carrère, riportato da Battista: «Sono rimasto qui tutti questi anni, e tu non mi hai dato nemmeno un capretto per far festa con i miei amici (sta citando il vangelo), lui invece spende tutto il suo denaro in puttane e per lui ammazzi il vitello grasso, non è giusto». Ecco ancora Carrère: «Mi fa venire in mente François Truffaut che, stando a quanto raccontano le figlie, quando una delle due faceva una marachella metteva in castigo l’altra per insegnare loro che la vita è ingiusta. Basta, non c’è nulla da aggiungere: uno che per spiegare una parabola evangelica ricorre a una scombinata follia di Truffaut deve essere sfiorato dall’ombra del genio». E prosegue Battista: «Conversione è termine troppo blando e insufficiente (sta parlando della sua conversione) a descrivere la smania auto-sacrificale che trascinò Carrère in un’esperienza di annullamento di sé per consegnarsi, volontariamente umiliato e sottomesso, nelle mani misericordiose di Dio. Il suo desiderio di credere, il suo auto-mortificante assoggettarsi a un ‘dogma contro il quale si rivolta l’intelligenza’ era il suo modo di genuflettersi e di sradicare da se stesso ogni traccia di boria intellettuale. Doveva combattere contro quel presuntuoso che era, ‘complicato, contorto, sempre pronto a spaccare il capello in quattro, incapace di pensare qualcosa senza pensare al tempo stesso il suo contrario, e poi il contrario del contrario, sfiancandomi in questo inutile girare a vuoto’. Lui, Carrère, che frequentava gente totalmente aliena da ogni forma di afflato religioso e i cui rapporti con il cristianesimo consistevano nell’aver riso a crepapelle guardando Brian di Nazareth, decise di indossare il saio penitenziale, di scandire la propria esistenza nello studio mattutino dei versi del Vangelo.(…) Solo un sacrificio doloroso poteva dimostrare che il cuore finalmente si era mondato da tutte le impurità di una vita lontana dalla grazia. Ciò che prima denigrava come una sequenza di sontuose farneticazioni, adesso veniva brandito dal convertito con lo zelo del neofita per contrastare e distruggere prima di tutto nel proprio io interiore ogni debolezza o tiepidume nella fede».

Di fronte a questo articolo scrivevo alla collega: per Carrére è l’affermazione dell’islam come superamento del cristianesimo, inteso così come lui lo ha vissuto, come una sorta di totale sottomissione e annullamento del pensiero. Carrére ha individuato che se di religione dobbiamo morire dobbiamo morire islamici, deve morire un soggetto che è sovrano in proprio di un suo principio, di una legge pacifica come è stato Gesù.

Ernesto Rinaldi L’idea del cattolicesimo si allontana molto dal cristianesimo. Si dice che le malattie Dio te le manda perché ti vuole bene, abbiamo già dimenticato il pensiero di Cristo e siamo passati all’islam.

Intervento Questo dà l’idea di quanta angoscia può dare all’uomo il pensiero della propria libertà.

Gabriele Trivelloni Se la libertà non è l’imputabilità dei miei atti rispetto a un principio, ad una norma che fa civiltà, che fa un legame, per cui un altro mi imputa i miei atti e in questo legame io riconosco che c’è in gioco il mio principio, tolto questo, la libertà è uno spazio vuoto dove io mi muovo in modo disordinato, e muovendomi in modo disordinato, essendo stato distolto dal principio, dal pensiero di natura, il pensiero è di sottomissione.

Roberto Bertin La libertà diventa un relativismo assoluto, un vagare nel nulla.

Gabriele Trivelloni Se il vagare nel nulla vuol dire che è il fallimento della libertà. E’ un giudizio questo di Carrére impietoso rispetto a duecento, duecentocinquanta anni di cultura francese, di cultura di un certo tipo, diremmo libertaria. Li ho messi insieme perché se vale quello che diceva prima Marx sulla filosofia speculativa, che pone quell’essenza mistica, quindi il mistero etc …, la conseguenza è che di fronte a questo mistero la libertà è irrilevante. Mi muovo di fronte a un mistero rispetto al quale devo solamente sottomettermi. La sottomissione al mistero prima e la sottomissione reale a qualcuno che mi dice fai così fai cosà è il passaggio seguente.

Giancarlo Gramaglia Carrére è un bell’esempio del mistero dei misteri, è il massimo!

Gabriele Trivelloni Altro articolo intervista: Carrére: siamo alla fine dell’Impero. L’islamismo è l’alieno che intimorisce. Li chiama l’Impero e l’Europa, ma l’Europa è anche Freud, l’Europa è Marx, l’Europa è l’Illuminismo, l’Europa è Cartesio che diceva di avere idee chiare e distinte, l’Europa è Agostino … fine dell’Impero. L’islamismo è l’alieno che intimorisce.

Come conclusione, questa serie di osservazioni potremmo titolarla in due modi, primo: frutti senza profitto. Questo è un ossimoro da un certo punto di vista. E’ il paradosso della filosofia speculativa, che genera un ossimoro, un frutto senza essere un profitto. Quindi c’è in esso una contraddizione. Noi sappiamo da Freud che la contraddizione è come un corto circuito logico e morale, perché la logica è morale. Dunque nel momento in cui c’è un corto circuito logico dunque morale, l’uomo comincia ad essere disorientato. Nel disorientamento la libertà diventa angosciante.

Secondo, dedicato a Carrére: diritti senza diritto. Sicuramente Carrére è una figura eminente della letteratura francese. Sappiamo qual è la cultura francese, la cultura dei diritti, il parlare di diritti, il far riferimento alla civiltà dei diritti ma dove alla fine si scopre che dietro a questi diritti viene meno il diritto, non c’è il diritto. Si parla di diritti ancora come un’astrazione che è un modo un po’ malandato e nevrotico di difesa delle persone, degli uomini, senza però aver più il giudizio sul diritto, del porsi del diritto, ovvero che qualcuno, tornando all’inizio, disponendo il posto che io liberamente posso occupare, a partire dall’offerta che l’altro mi fa, mi riconosce che io sono un soggetto di diritto in quanto un soggetto che mi fa posto. Il diritto è far posto a qualcuno. Il diritto è preparare la tavola mettendo il piatto, le posate e la sedia su cui tu puoi sedere e accedere a quella mensa perché c’è un posto che è disposto, preparato, perché c’è un’offerta. Tramite quello ci può essere l’offerta della conversazione, come del mondo intero. Ecco il porsi un diritto. Lo sappiamo quanto il pensiero di Cristo abbia contribuito nell’affermare questo, nel porre questo come un fenomeno di civiltà, cioè il diritto è fare posto a qualcuno.

Ravaschietto Non solo di fare il posto a qualcuno, ma tutte le persone che prendono posto attorno alla tavola nella conversazione devono poi operarlo questo discorso di riconoscimento che se io ho un posto sono riconosciuto e quindi sono, mi sento anche di essere. Però allo stesso modo tutti quelli che ci sono intorno sono nella mia condizione. Non è una condizione facile da mantenere, nel senso che è una condizione su cui bisogna lavorare sulla reciprocità, l’accettazione, il far posto in modo continuo, sempre. Ciascuno come individuo ci deve lavorare, perché poi nella socialità globale questo riconoscimento possa continuare ad esserci. È molto più semplice nel caso della sottomissione, perché nessuna delle parti lavora per riconoscere l’altro.

Roberto Bertin La civiltà dei diritti non è altro che una serie di cortili, di trincee scavate, dentro le quali una serie di persone alzano la bandiera e la contrappongono a quella degli altri. Oggi questa è l’idea del diritto, cioè io contro di te, tu contro quell’altro, quell’altro contro di me. Il lavoro di reciprocità che diceva lei è che l’offerta del posto all’altro, deve essere sempre allettante, deve sempre essere un’offerta che mi spinge a rispondere a ciò che mi viene presentato.

Ernesto Rinaldi La questione del posto nel diritto mi faceva venire in mente che l’amore è anche fare un posto all’altro. Amore e diritto in questo caso sono elementi portanti anche in questo discorso.

Giancarlo Gramaglia Dove, come diceva la signora, l’altro deve lavorare, perché se gli fai solo posto si arriva al cortile, se no diventa ruolo.

Gabriele Trivelloni Giacomo Contri dice: «La guerra si oppone al diritto ( come il riferimento che lei fa ai diritti come tanti cortili che si fanno la guerra tra di loro per cui la guerra è in nome dei diritti ovviamente), ammazza il diritto perché sono tutti sagome. Diritto che mi fa passare da uomo di paglia (da sagoma) a soggetto elaborante ogni atto verso tutti». Quindi non basta il posto, il posto in quanto io lo posso occupare come io a mia volta, soggetto elaborante ogni atto verso tutti. Verso tutti quelli che sono miei soci.

La domanda che mi veniva in conclusione, che la signora ha anticipato, “Di che libertà si parla?”. È la libertà degli uomini di paglia. È la libertà di uomini che sono sagome. Non è la libertà del giuridicamente permesso, del giuridicamente costituito uno per tutti. Non è la libertà del far posto… è un’altra libertà. Ecco perché noi parliamo sempre della libertà al singolare. Nella storia della filosofia si parla sempre di libertà al singolare. Come la felicità è sempre al singolare, ci sono alcuni termini, alcuni concetti che nella storia della filosofia non vengono quasi mai pronunciati al plurale.

Intervento La libertà di pensare tutto e il contrario di tutto è libertà?

Gabriele Trivelloni Appunto, noi siamo soliti parlare di libertà al singolare, mentre libertà è un termine che può essere attributo a posizioni diverse. Il pensiero è libero in molti modi. Noi siamo inchiodati all’idea “la libertà”. Lei giustamente si pone la domanda: “ma quella lì è la libertà?”. Vuol dire che possiamo già formulare che il contenuto di questo significante libertà può essere un altro da quello.

Giancarlo Gramaglia Quando abbiamo cominciato negli anni novanta a parlare di libertà di psicologia è venuto fuori un putiferio.

Gabriele Trivelloni Certi passaggi storici epocali possono diventare l’opportunità per un ripensamento diverso. Vent’anni fa avrebbe fatto inorridire mezzo mondo un articolo così di Carrére, oggi passa liscio. Il pensiero greco è anti economico e la filosofia che nasce in Grecia, è anti economica. Prendiamo lo spunto che lei dà. Perché la metafisica, termine permanentemente al singolare, è greca? Che era costituzionalmente anti economica, a differenza del pensiero ebraico dell’Antico testamento dove vigeva l’economia della salvezza e l’economia della relazione, pensiamo alla figura di Giobbe, dove è presente il pensiero economico della relazione tra Giobbe e gli altri amici/nemici, Dio, etc… C’è alleanza, c’è disputa, c’è imputazione, tu mi hai dato, tu mi hai promesso, non mi hai riconosciuto, tu mi hai riconosciuto, ti riconoscerò un’altra volta, il pentimento, ti aiuto, non ti aiuto, si fa la guerra . C’è una dinamica di economia nel pensiero ebraico.

Perché la metafisica è solo greca? Cioè solo in quel filone che viene dalla cultura greca che è antieconomica mentre non c’è il riconoscimento pieno e legittimo di un pensiero ebraico come metafisico? Se noi prendiamo il mito della caverna di Platone e prendiamo il primo racconto della Genesi, siamo di fronte a due racconti che sono fondamentalmente diversi, opposti proprio sul pensiero economico, sulla legittimità di un pensiero economico. Nel mito della caverna deve essere escluso un pensiero economico, nell’altro no. Giacomo Contri diceva che l’errore della filosofia è l’errore ‘sessualità’. L’espulsione dei sessi come componente la legge nel pensiero. C’è un antisemitismo che nasce dal disconoscimento della metafisica ebraica.

Intervento Sono stata affascinata dalla filosofia esistenzialista che poneva la domanda sul senso della vita. Questa domanda mi è sembrata ad un certo punto un assurdo perché in fondo il senso della vita è trovare il principio di piacere. Chiedersi che senso ha la vita trancia, non ne ha, perché non sappiamo dove va a finire.

Gabriele Trivelloni Tutti i filosofi hanno confermato che la grandezza dell’uomo sta nello stare di fronte a questo muro invalicabile. Senso è il termine che indica un moto dell’io, perché la domanda di senso è dell’io. Certa filosofia non ha fatto altro che ripetere che se c’è domanda di senso è una domanda dell’io. La massa non ha domanda di senso, anche se vanno tutti nella stessa direzione. Se un milione di persone vanno tutti lì non ha domanda di senso in quanto milione, ma in quanto ci sono tanti io che hanno una domanda di senso. Se c’è qualcosa che è assolutamente riconosciuto come appartenente all’io è la domanda di senso e nel momento in cui si pone il senso della vita diventa tranciante. Non è la domanda di senso che è tranciante. E’ tranciante in concetto di vita. Perché il concetto di vita potrebbe essere inteso come Marx imputa al filosofo speculativo il frutto come l’essenza, la sostanza, l’indistinto, unica misteriosa delle particolarità.

È tranciante il concetto di vita come l’oggetto a cui si riferisce la domanda di senso. Ecco perché l’io si trova spiazzato se io sto di fronte alla vita, ma che significato do, che contenuto do alla parola vita? Se do il contenuto che il filosofo speculativo le dà, abbiamo detto prima che la vita è fatta di mele, di pere, di mandorle, di fragole, ma se la parola vita diventa quel termine che diventa l’astrazione sintetica del tutto di cui è fatto il nostro movimento, è quel concetto di vita che diventa tranciante, non la domanda di senso.

La domanda di senso ha senso, è legittima, infatti la pulsione è un moto sensato, cioè va verso la meta, va verso la soddisfazione. La domanda del senso che è come dire “ho domanda che voi seduti qua mi facciate venire voglia di qualche cosa, che mi facciate scoprire qualche cosa, che mi offriate qualche cosa”, questa è una domanda sensatissima, non la domanda attribuita all’oggetto chiamato la vita. È tranciante il fatto che l’io stia di fronte alla vita.

Giancarlo Gramaglia Io sono filosofo, non posso permettere che ci sia solo quell’altro, il professionista. E devo dirlo, non posso non onorarmi in quel devo, se no sono fregato, e ciascuno ha l’onore e il diritto di porsi, perché solo così fonda quel primo diritto e lo riconosce come suo proprio diritto. Se no ci sarà sempre qualcuno che ti organizza i tuoi diritti e ti viene a mancare però il tuo fondamento. Questa questione è un lavoro costante che dobbiamo fare e che ciascuno può solo porsi nella misura che può.

Roberto Bertin E non è mai un lavoro fatto una volta per sempre, continua.

Ernesto Rinaldi Solo ciascuno può imputare, dire, muoversi. Anche nell’errore lo può solo riconoscere ciascuno, non posso dirti hai sbagliato.

Giancarlo Gramaglia Tu puoi darmi il tuo parere, può essere importante.

Ernesto Rinaldi Ma non posso dirti hai sbagliato e convincerti a cambiare.

Roberto Bertin È l’errore dell’educazione: tu sbagli e ti sistemo io, o dell’oggetto erotizzato.

Tiziana Bonollo Di fronte ad una posizione come quella di Carrére, come se ne esce? A me sembra che solo attraverso il desiderio e l’esperienza è possibile cambiare un pensiero di quel genere. Mi sembra una teoria come tante, che però non è legata all’esperienza. Carrére non mi pare si sia convertito e non ha deciso di sottomettersi.

Gabriele Trivelloni Il tempo è galantuomo. La menzogna emerge. Il problema è quanto pensiero ferito, quanto sangue, quanti morti bisogna contare prima che ciò emerga.

Ci devo essere il giorno in cui la gazzella si incontra con il leone, non mi basta che mi si dica un giorno la gazzella e il leone si incontreranno, se non ci sono io non mi interessa. L’esperienza è anche l’esperienza del non arrivarci, l’esperienza è anche l’esperienza dell’essere distolti dal principio di piacere. Quello che dice Carrére non è la prefigurazione di un mondo a venire, ma è il bivio e la strada della perversione rispetto cui il pensiero è sempre posto davanti. Se ciò fosse vero dove sta l’errore di Carrére? Carrére dice una solenne sciocchezza nel momento in cui prefigura questa sottomissione, questa situazione futura, come se fosse una cosa che accadrà domani, come se fosse una cosa nuova. In realtà sta proponendo l’eterno ritorno di una sottomissione di fronte alla quale o io sono capace, come dice lei, di difendere la mia capacità desiderante, oppure Carrére mi sta semplicemente mettendo davanti un mondo futuro che è vecchio come l’acqua.

Carrére è disonesto perché ti viene a presentare come il mondo di domani la roba vecchia e stravecchia, trita e ritrita che abbiamo già visto un milione di volte, che sia con la bandiera verde, che sia con la bandiera di altri colori, la sappiamo già questa storia! Per questo io condivido la sua posizione se abbiamo già la capacità della difesa non abbiamo di fronte un nemico come “l’alieno che intimorisce”. Non è per niente alieno! È proprio nel farlo alieno che ci intimorisce, questa è la disonestà di Carrére. La stessa disonestà che Carrére ha nei confronti della figura di Cristo, come se fosse anch’egli l’alieno come l’islam religioso messi sullo stesso piano.

Il pensiero perverso è un pensiero missionario che va a innovare la nevrosi, e fa proseliti. Uno degli aspetti della nevrosi e il suo compromissorio tentativo di difendere qualche cosa malamente a fronte di una imposizione di teorie che ti mettono nella condizione di essere tu a distoglierti dal tuo stesso principio di piacere, che è principio desiderante, principio di un io capace di desiderare di fronte ad un’offerta. L’inganno di Carrére è che mi sta vendendo una soluzione come fosse nuova ma è una soluzione vecchia che non vale più niente, che abbiamo già visto storicamente nella sua impossibilità ad essere soluzione.

Testo non rivisto dall’autore

 

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