“Uguaglianza” fra gli individui come maschera del “non fare posto” all’altro nella partnership: del tutto uguali nella povertà

1) Uguaglianza come “tutti inclusi”: dove non c’è altro soggetto e non c’è regime dell’appuntamento

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Dice G. Contri : * – Il discorso dell’uguaglianza è moderno: ma ha mantenuto quell’oscurantismo che assicurava di avere superato … – *

– Può sembrare un discorso incomprensibile e anche “anti-democratico” ma, in realtà, non è né l’una né l’altra cosa, anzi. La lotta politico-ideologica degli ultimi due secoli, soprattutto, è sempre stata giudicata storicamente e culturalmente un movimento di pensiero progressivo rispetto alle “battaglie” per l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, capace anche di entrare nella formulazione delle più importanti costituzioni giuridico-statutarie delle più decisive nazioni mondiali. Certamente non è possibile non riconoscere il valore giuridico-sociale di un tale pensiero, ma purtroppo occorre riconoscerne un grave limite rispetto alla giuridicità del pensiero di ciascun soggetto (che solo G. Contri ha evidenziato) nascosto, o meglio mascherato dalla “kultura” e così definibile:

– l’abolizione della disuguaglianza ha significato anche abolizione del privilegio –

– Il pretesto per compiere questa operazione poteva sembrare anche corretto: si trattava di abolire il privilegio di classe, specialmente di quelle aristocratiche, che proprio sulla disuguaglianza fondavano il loro privilegio, ma: – quando si tratta di desiderio, che ha sede in ogni soggetto, l’ideale di abolizione del privilegio è nemico del fatto che il privilegio è il costituirsi stesso del desiderio.

– Il desiderio stesso è un privilegio: movimento giuridicamente fondato di moto a meta nel soggetto umano, che è potere senza prepotenza, né impotenza (potremmo anche parafrasando Marx dire che: desiderio e modo di produzione sono inseparabili e chi li ha separati ha condannato il marxismo ad una perversa riduzione del suo potere di pensiero con tutte le conseguenze “sociali” del ‘900 circa il marxismo).

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Allora : abolizione ideologico-culturale del privilegio significa sostanzialmente abolizione del pensiero giuridicamente fondato di ogni soggetto, come moto a meta, quindi della possibilità di realizzare reali rapporti a soddisfazione fra gli individui. Così il sociale e la cultura completano il lavoro psicopatologico del fallimento dei rapporti in regime di appuntamento fra gli individui, attraverso l’astratto-perverso sillogismo dell’”inclusione”, che è oggi un pensiero fortemente diffuso nelle ideologie dell’handicap, dove sta perversamente a significare un “mettere insieme” soggetti senza nulla dire circa il loro desiderio di moto a meta e il lavoro di partnership da compiere. “Inclusione” assume tutti i significanti di uguaglianza senza dire alcunché circa il desiderio dei soggetti, anzi costituendo semplicemente dei gruppi/massa di presunti eguali senza rapporti a meta fra di loro e sbandieramento di questo pseudo-diritto di inclusione/uguaglianza.

– E’ chiaro, quindi, come in simili gruppi, dove la soggettività è sempre più asservita ad una identità perversa, senza moto a meta, la mancanza di privilegio come desiderio, renda impossibile qualsiasi partnership in regime di appuntamento: cioè un lavoro fruttuoso fra soggetti; eppure il sociale e la cultura continuano fortemente a difendere questo sillogismo psicopatologico di uguaglianza/inclusione, senza alcuna capacità di vederne il deleterio risultato sociale e di civiltà che si determina: un “buco di pensiero”: * – … il buco tra impotenza e prepotenza resta non colmato a scapito del potere stesso, che scarseggia * – (G. Contri)

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2) Il “tutti uguali” come psicopatologia dell’invidia razionalizzata contro il presunto “uno padrone” fino all’odio-logico e alla negazione di ogni eredità

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– Partiamo dalla conclusione del precedente paragrafo: “il buco” di cui parla G. Contri non è altro che l’invidia: pura volontà che nessuno abbia, cioè totalmente intollerante di ogni privilegio compreso il proprio e quindi attraverso la negazione del desiderio stesso privo di qualsiasi potere, cioè di quella offerta e domanda ad un soggetto e di un soggetto disponibile a rifare memoria del lavoro a soddisfazione nel regime di appuntamento. Ecco perché in un regime inclusivo di tutti uguali il potere scarseggia, come dice G. Contri regna poveramente l’ipocrazia nel sociale, l’assenza o quasi, di ogni potere come generante regime dell’appuntamento,

L’abolizione ideologico-sociale dell’”uno privilegiato” ha finito per abolire e rendere patologica anche ogni relazione privilegiata fra gli individui, quella stessa relazione (che sia pure un po’ equivocamente) possiamo ancora definire con la parola “amore”. Non per nulla, oggi, le relazioni amorose non se la passano troppo bene: ridotte ad interazioni oggettive-funzionali, esaltano l’eguaglianza fra i protagonisti di queste interazioni, scivolano in una rapida depressione malinconica fissata sull’oggetto e terminano in quella esplosione di odio-logico, che le cronache giornalistiche quotidiane, definiscono (quasi ontologicamente) “raptus della follia”.

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Allora, diciamo chiaramente , la psicopatologia di queste interazioni pseudo-amorose (dell’innamoramento fra eguali) può essere intesa come l’economia dell’uguaglianza al ribasso: dobbiamo essere tutti poveri. Tutti “castrati” cioè senza capacità di offerta/privilegio, dove il presupposto social-culturale è la penuria, che accomuna tutti ed è ormai “ontologica” di un presunto essere d’autorità (l’uguaglianza) che non ammette la ricchezza del lavoro di partnership in regime dell’appuntamento.

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Nel regime dell’uguaglianza, la possibilità, che il moto del corpo di altri venga da me inflettuto a mio favore come partnership fruttuosa per entrambi, è negata, spacciata per “sfruttamento” fonte di “disuguaglianza”: nel sociale e nella cultura si propugna come corretta una condotta psicopatologica, antieconomica, contro il vantaggio di ogni soggetto: in realtà, quindi, un continuo attentato a disgregare il principio di piacere di ogn’uno. Si crea un sociale e una cultura così definibile.

– Solo i poveri sono uguali senza privilegi –

– La definizione sopra indicata possiamo, oggi, benissimo intenderla come la bandiera politico-culturale di una “civiltà ipocratica”: dove la mancanza o la scarsezza di potere sono una delle fonti principali di quei “cortili identitari” in cui si è diviso, si sta suddividendo in diverse forme identificative il sociale e la cultura contemporanei. Successivamente il suddividersi fra “uguali e ideal-uguali” genera quel sadismo aggressivo dell’uno contro l’altro, che si chiama odio-logico, cioè quella negazione della possibilità, che la dissimmetria di pensiero generi lavoro allettato e fruttuoso per tutti in partnership: cioè l’economia del privilegio e della ricchezza.

– Dove regna uguaglianza senza privilegio, i soggetti sono in-capaci nella relazione di conferirsi potere e tutto andrà male, non ci sarà fra soggetti frutto a soddisfazione: cultura e sociale con il loro potere pre-supposto continueranno a dire, incoerentemente, che c’è ancora “troppo privilegio”: allora è sicuro, che salterà fuori la prepotenza, il più forte, ben difeso dal suo “cortile identitario” prevalente.

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– L’inclusione identitaria si presenterà, quindi come quella mascherata obiezione al rapporto, capace di salvare la civiltà: numerosi nella cultura sono gli esempi di questa situazione, proveremo ad evidenziarne alcuni.

3) “L’inclusione identitaria” come perversa e mascherata obiezione al rapporto: da un racconto di G. Arpino

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– Attraverso il racconto di G. Arpino “Gli amici del martedì grasso” compreso nella raccolta – Racconti di vent’anni – Lindau Ediz. 2011 – Evidenzieremo come l’inclusione identitaria di un gruppo di amici si costituisca ipocritamente, ogni volta, come finzione egualitaria, come obiezione al rapporto, compulsivamente negata e ripetuta.

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Il racconto, attraverso la voce del ricordo di uno dei protagonisti , narra i regolari “appuntamenti” (apposta l’ho scritto fra virgolette) del martedì sera di un gruppo di amici intorno ad un tavolo a consumare cibo e bevande, fino a tardi, con l’unico scopo consolatorio di piangersi addosso le proprie incapacità relazionali, utilizzando l’oggetto cibo/bevande come sostituzione di una meta a soddisfazione che ritengono ir-raggiungibile: un beante “oggetto a” del far uguaglianza identitaria nella povertà che, in realtà, è solo invidia comune.

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– Come tutti gli pseudo-appuntamenti del martedì, fra questo gruppo di amici siano patologicamente determinati, si coglie già fin dalle prime righe del racconto, quando l’io narrante: * – … loro con le loro bottiglie … e io ogni volta mi sento più spoglio di un verme … mi riprometto di arrivare … con un carretto, una cesta di vini … da esaltare e confondere … * –

Emerge immediatamente come dietro questi incontri conviviali si determini un pensiero non di scambio in partnership, ma una corsa guidata dall’invidia a mostrare “più potere” attraverso l’accumulo oggettuale, che rivela tutta la povertà, l’impotenza relazionale di questi soggetti, perché nessuno sia soddisfatto: non c’è potere, conferimenti di esso ad un altro come soddisfazione, ma solo il superarsi con “più oggetti rilevanti” a soffocare ogni rapporto.

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– Infatti, poche righe più avanti, viene definita la povertà dei pensieri che scambiano i convitati: – * … così ha inizio … un altro capitolo … che ci riunisce fino a tardi … a bere, parlare ,,, attizzando e spegnendo odi e amori … ricordi, veleni quotidiani e antichi, i più tossici – *

– Il rapporto è un patologico farsi carico delle sofferenze di tutti: completamente assente è la materia prima del pensiero, cioè un qualsiasi risultato di lavoro del pensiero, ri-elaborabile con altri per costruire arte-fatti fruttuosi. Lo scambio di pensiero è malato in partenza, perché nessuno fa posto come partner ad un altro per lavorare ad un risultato. La conversazione è sviluppata fra “estranei” falsamente definiti come “amici” perché consiste semplicemente in un “lamento” individuale e collettivo (come nelle comuni, pochi anni dopo, sedute di “analisi di gruppo”!) dove è solo la povertà di pensiero individuale che si scambia, costituendo quella uguaglianza nel dolore e nella povertà che è l’unico risultato (psicopatologico di questi incontri come anche delle “sedute di gruppo”) *

Ciò che emerge da queste prime righe del racconto è una economia dell’uguaglianza al ribasso: che significa tutti poveri, soggiogati all’invidia e alla coscienza individuale invidiosa, sempre in opposizione al pensiero come moto a meta.

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– Il significativo passo successivo nell’analisi del racconto è mostrare come chi racconta elabori pensieri riferibili ad una inclusione di gruppo senza partnership: * – … e ci si muove l’uno nella testa dell’altro come foglie tra le foglie … ciascuno sapendo e tacendo, ciascuno detestando e avendo pietà, ciascuno complice e solidale … – * il soggetto narrante riferisce pensieri di sé e di altri come “tutti inclusi, tutti insieme” a costituire un gruppo/massa dove è l’identificazione reciproca a farla da padrone, dove lo scambio di pensiero è solo interazione nella “povertà” di una desertificazione affettiva, dove non c’è alcun lavoro di partnership, ma solo un “piangersi addosso” a ribadire una psicopatologica consolazione dell’uguaglianza nel dolore.

– Infatti poche righe più avanti: * – … a chiunque spetta di poter dire in una parola ogni suo dolore più grave. E subito l’avrà consumato, deposto … – *

– La convinzione psicopatologica di pensiero del gruppo di amici è quella che l’essere “tutti uguali” nella povertà del dolore, possa renderlo più leggero, o addirittura abbandonabile: non è così, è solo l’identificazione/uguaglianza di gruppo nel dolore a camuffarlo a renderlo una maschera sociale e della coscienza, che lo considera contingente al sociale, al rapporto.

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– Poche pagine più avanti questa identità/uguaglianza patologica, mostra la sua incapacità di cogliere anche qualsiasi eredità di pensiero: * – … è nettamente palpabile ogni fibra o intreccio del suo desiderio di sospendere il passato e di rifiutarsi al domani … perché solo così a questo tavolo e tra questi volti … è possibile resistere alla ingiurie di ciò che fu e sarà… – *

– L’uguaglianza identificativa del gruppo di amici vive di questa povertà, ne fa una ragione di patologico appuntamento: si tratta, comunque, sempre del far fallire questo appuntamento, perché non ne risulta alcun frutto di moto a meta, ma il costante rifiuto di ri-vedere risultati/frutti elaborati in passato, né il pensarne di altri realizzabili: l’appuntamento fallisce perché non c’è lavoro fra gli amici: la loro uguaglianza/identità nella povertà, impedisce il costituirsi di qualsiasi posto relazionale fra di loro capace di partnership.

– Infatti, poche righe avanti: * – … altrettanto siamo consci, che non saremmo noi al di fuori di qui … espulsi da questa matrice, dovremmo intrigare rapporti assai diversi con i nostri simili … – *

– Nel pensiero degli amici si fa strada o forse bivio, (comunque, dove la scelta al pensiero sano non si costituisce) che la loro povera espressione d’uguaglianza nell’invidioso “piangersi addosso” è possibile solo in una condizione di mascheramento identitario, fuori da questa condizione, lavoro, fissazione oggettuale alla cena, ai dolori raccontati non ci sarebbe rapporto, non potrebbe costituirsi: patologicamente si preferisce restare “tutti poveri” piuttosto che ri-elaborare, ri-prendersi la propria legge di moto a meta come privilegio e differenza.

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– Il racconto avviandosi a conclusione, permette ancora (attraverso le parole e il pensiero della voce narrante) di evidenziare un’altra caratteristica dell’in-capacità dell’inclusione in un gruppo: la sterilità, la mancanza di frutti, di risultati del dialogare fra i protagonisti : * – … bisogna saper parlare e conformarsi ad un discorso, ma buttare in pentola mille argomenti e abbandonarli, troncare la parola in bocca agli altri … – * L’inclusione fra individui non crea alcun posto di partnership come domanda/offerta, ma solo un confuso coacervo di dialoganti dove è impossibile pensare e realizzare dei risultati e il pensiero rimane soltanto significante, mai portatore di eredità, di reale possibilità di meta in appuntamento. Il risultato è la povertà di pensiero di tutti e per tutti determinata dall’invidia, che spinge continuamente all’obiezione al rapporto: * – … l’importante è alimentare la cagnara … – *

Cioè il continuo ripetersi di pseudo-relazioni in un gruppo/massa dove si deve autoritariamente mantenere l’uguaglianza fra tutti di un non-dire o dire senza risultati.

– In questo tipo di psicopatologia del pensiero ha buon gioco l’espressione di un pensiero idealizzante senza frutto, l’unico ammesso dal gruppo di ideal uguali: * – … l’ordine utopistico lo affascina, quello quotidiano lo carica di rabbia … solo con noi sta un po’ bene, perchè lo lasciamo covare i suoi diavoli … – *

– In questo tipo di interazioni che non possiamo certamente definire relazioni, possono aver sfogo tutti quei pensieri “culturali” di qualsiasi ordinamento socio-politico, semplicemente perché non impegnano nessuno né nell’imputarli, né nel ri-elaborarli in qualsiasi modo: parole sterili gettate in un deserto di pensiero fra uguali del tutto indifferenti al rapporto, alla risposta capace di frutto e di eredità.

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– Così, fino alla conclusione del racconto dove una mascherata obiezione al regime dell’appuntamento si fa palese: * – … comincia così la lunga sosta, il martedì venturo è lontano … tutto può accadere … ciascuno detestando il peggio di sé … che torna a galleggiare trionfante, pretendendo ordine … – *

. La vita reale fatta di possibili appuntamenti sarà, per una settimana, soltanto una “lunga sosta” una obiezione al rapporto dove l’odio-logico verso gli altri tornerà a “pretendere ordine” sociale nei rapporti, dove l’accumulo settimanale d’angoscia, potrà poi realizzarsi in pseudo-rapporti d’invidiosa uguaglianza il martedì successivo: un cortile identitario della povertà dove fingere d’aver scaricato l’angoscia determinata dall’incapacità di andare a soddisfazione.

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Allora, anche la conclusione al racconto che G. Arpino riprende come propria al suo pensiero, evidenzia l’impossibilità (anche dello scrittore) di fare proprio tempo e spazio d’appuntamento: * – … ciascuno torna alle prese con la miriade di particelle che ci si è accordati per definire vita, e che invece ci impediscono di entrare nel vero martedì grasso di cui abbisognamo: quello mitico ed inesausto … dove persino la nostra morte ,.. potrebbe apparire come un convitato normale … – *

– Nulla al di fuori di una ideal-entropia catatonica finale si esprime in questo pensiero conclusivo dello scrittore: nella vita si incontrano solo “miriadi di particelle”, nulla a che fare con la partenership in appuntamento, quindi non resta che la “convivialità” con la morte: dove realmente l’uguaglianza catatonica finale sarà per tutti: il risultato psicopatologico alla mancanza di partnership in appuntamento.

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4) Conclusioni

– Essenziali i pensieri con-clusivi di questo lavoro:

– L’uguaglianza senza privilegio è pensiero/moto psicopatologico all’entropia finale, come uguaglianza assoluta e mortale: ciò è il risultato che si evince dal racconto analizzato di G. Arpino: senza preparare il posto in partnership all’altro resta solo un “dialogare” che è gettarsi addosso angoscia e odio-logico mascherati da una rincorsa identificativa-ideale fissata su oggetti compulsivamente consumati: il traguardo è solo l’impossibilità mortale ad ogni successivo reale appuntamento fruttuoso scambiato per ideal-uguaglianza.

– Il sociale e la cultura insistendo nella patologica teoria astratta dell’inclusione azzerano ogni possibilità dei soggetti di ri-conoscere e far frutti con il proprio privilegio preparante posto relazionale allettante all’altro: sociale e cultura agiscono come pensiero massificato dove il privilegio, la ricchezza individuale sono completamente azzerati determinando attraverso la teoria presupposta dell’inclusione e successiva uguaglianza una totale indifferenziazione fra i soggetti dove l’unico affetto possibile (si fa per dire) resta l’invidia reciprocata fra presunti “fratelli” (come gli “amici” del romanzo di G. Arpino). Una relazione assimmetrica, che determina il posto allettato e allettante per l’altro è impossibile: quindi risulterà impossibile qualsiasi “produzione” di soddisfazione, (vedi Raffaella Colombo – Simposio S.A.P. Aprle 2015) tutto lo pseudo rapporto che si determina sarà un presumere amore presupposto natural-sociale: quel “prendersi carico di” che è solo pensiero psicopatologico, tanto caro alla ideologia sociale dell’uguaglianza e del Welfare.

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Nel vuoto, nella mancanza di una relazione dove l’eredità di pensiero fra gli individui è assente, per far posto ad una diseconomica uguaglianza, il rapporto fruttuoso padre e figli non si può sviluppare: ne risulterà una uguaglianza sempre imposta da una autorità esterna sugli individui, che prima o poi entrano in conflitto fra di loro: la risposta psicopatologica della cultura e del sociale a ciò sarà sempre più una compulsiva “educazione all’inclusione” come avviene giornalmente: un fallimento già annunciato.

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– Persiste nell’invidia la questione della non risolta dissimmetria della relazione padre e figli, della sua non riducibilità a rapporto tra uguali.

G. Gramaglia

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– Una modalità di lavoro relazionale per andare oltre l’uguaglianza senza privilegio:

* Un soggetto sano tratta l’intera realtà sociale e naturale … come fonte di beneficio, beneficio proprio non meno che dell’altro … dove condividere vuol dire venire da due luoghi diversi ed unirsi per scelta in compiti e imprese, che vanno a migliorare la vita nella differenza ed unicità di ciascuno.

(G. Gramaglia)

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* Produrre beneficio per mezzo di un altro e non ricevere beneficio: produrre per mezzo di un altro mette al lavoro il soggetto per il vantaggio del privilegio di ciascuno e non della povertà dell’uguaglianza *

(R. Colombo – R. Bertin)

P. Ligure, 21/07/2015 R. Bertin

– BIBLIOGRAFIA –

– G. Arpino – Racconti di vent’anni – Lindau Ediz. 2011

– G. Contri e A.A.V.V. – A chi non ha sarà tolto: economia e psicopatologia – SIC Ediz. – 2011

– G. Gramaglia – Rubrica di psicologia della vita quotidiana – L.F.L.P. Ediz. 2006

– R. Colombo – I sessi – Simposio S.A.P. Aprile 2015

– R. Bertin – La priorità del rapporto di partnership e regime dell’appuntamento rispetto alla conoscenza – (Dispensa L.F.L.P. 2015)

 

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