M’ama, non m’ama

Torino, via Lorenzo Bruno 3, sabato 23 maggio 1953. Quel pomeriggio mio padre Michele mi accompagna dal barbiere che si trova all’angolo della via con corso Giulio Cesare. È una piccola via lunga 50 metri ricoperta di pietrisco e terra. Mi lascia dal barbiere che mi deve tagliare i capelli. Ricordo che mi piaceva andarci perché per i bambini, io non ho ancora compiuto 4 anni, si usa una sedia in cui pare di essere a cavalcioni di un cavallino infatti una testa di alluminio è posta al centro. Non ricordo quanto sto dal barbiere, ma di certo Michele viene a riprendermi frettolosamente senza che io sia stato servito, lamentandosi con me perché senz’altro qualcuno mi è passato davanti. Usciamo e ci dirigiamo verso il portone che dista pochi metri, ma mi rendo conto che è difficile camminare per il vento che non ricordo così impetuoso e la polvere che si alza da terra. Intorno c’è un’aria cupa e densa come materia, tuoni si sentono intorno e faccio fatica a tenere gli occhi aperti e a capire cosa accade.

Notiziario: un tornado si è abbattuto sulla città di Torino tra le 19,30 e le 20, in mezz’ora la furia devastante della natura miete: 5 vittime, provoca diversi feriti, abbatte molti alberi secolari dei viali, fa saltare la corrente elettrica e le tubature dell’acqua in vari punti; una raffica di vento fa precipitare 47 metri della guglia della mole Antonelliana. Torino è colpita nel suo simbolo più significativo.

Il mattino dopo mi affaccio alla ringhiera della casa che dà sul cortile interno e vedo frantumi di vetri e rami spezzati ovunque ma la cosa che mi fa più impressione sono le porte dei gabinetti che, essendo comuni a più famiglie, si trovano alla fine della balconata e sono divelte-scardinate. Il mio turbamento riguarda la particolarità della funzione del gabinetto dove ci si scopre le parti più intime al riparo da sguardi indiscreti, è come se le mie vergogne fossero diventate pubbliche, e non fosse più possibile coprirsi.

Oggetti vari sconquassati e portati in posti del tutto inconsueti sono sparpagliati in giro, un gran senso di disordine pare circondarmi e risulta sparito il consueto brusio lieto delle voci che si cercano e si rincorrono; mi dicono che c’è stato il tornado che prima non conoscevo, ora so che è questa roba qui: disordine, confusione e paura indefinibile che ritorni.

È caduta la punta della Mole, che so bene che è quella punta altissima che è la costruzione più alta che conosca. Ma è successo qualcosa d’altro, ben altro è caduto e neanche Michele ha potuto farci nulla, quindi lui non è onnipotente come credevo, ma come mai? Non era l’amato e invincibile ed onnipotente eroe dei miei pensieri? Il terrore di perdere la mia intimità, di essere in balìa di una forza superiore che mi avrebbe trovato e castigato ovunque era indescrivibile ed inammissibile. Il terrore di essere privato di qualcosa di intimo aveva a che fare con il fatto che ero un maschietto. O no? Già! la questione si era presentata tempo prima in spiaggia quando mi ero messo a piangere per il freddo dopo il bagno. Così non andava bene perché erano solo le femminucce a piangere, a loro era concesso, loro erano diverse erano senza.

A me succedeva di voler piangere, non potevo farci nulla, il male, il dolore mi fa piangere, ma gli uomini non piangono mai, qualcosa non mi funzionava.

Le bambine mi piacevano, io preferivo giocare con loro. Prima ci sono state le mie cugine che avevano la mia stessa età: Franca e Marisa che abitavano al mare, e poi e poi ! poi intorno agli 8 anni ho conosciuto Denise che era la mia preferita in assoluto tra tutti i compagni di giochi ed io lo ero per lei, e con lei potevo sbizzarrirmi ad inventare giochi e situazioni svariate, ci stava sempre; facevamo il papà e la mamma, il dottore e la paziente, era splendida, i miei genitori mi prendevano in giro perché ridendo dicevano: “Lui ha la fidanzatina!”.

Ernesto Rinaldi

IL VELENO NEL CAFFE’

Diceva un mio maestro che le mamme non mettono il veleno nella minestra del bambino: concedo che il cianuro solitamente no, ma c’è un altro veleno micidiale.
A tavola, un bambino intorno agli otto anni domandò al padre di fargli assaggiare il suo caffè, ma la madre si ingerì predicendo- e solo dopo molti anni il bambino capì che non di predizione si trattava ma di minaccia, e capì altro ancora a proposito dell’ingerenza indebita, dato che il padre non era uno sprovveduto né uno sciagurato -che a causa del caffè non avrebbe dormito.
Ottenuti pur sempre dal padre due miti cucchiaini della bevanda, quella sera stentò a prendere sonno in obbedienza alla “predizione”:
L’indomani, pensandoci, ebbe una benefica resipiscenza di cui i bambini sono capaci, ossia si chiese se fosse diventato improvvisamente stupido: da quel giorno non ha più avuto disturbi del sonno neppure dopo fiumi di caffè.
In quel caso l’antidoto, la facoltà di pensare, è stato il padre, per non essersi lasciato rimuovere dalla predizione materna.
In quel caso il bambino ha saputo pensare la stupidità della Teoria, ma non ancora il veleno, veicolato dalla Teoria, della minaccia (dell’angoscia per perdita dell’amore, che fa credere qualsiasi cosa).
Non sto affatto formulando come legge che le madri sono patogene -ma c’è una Teoria psicoanalitica che la formula -, bensì che, quando c’è patogenesi, in questa c’è una divisione del lavoro tra agenti diversi, tra i quali un agente istituzionale extrafamigliare, e che alle madri tocca di regola un certo ruolo (dunque attenzione ai ruoli), e ai padri un altro e complice: all’effetto patogeno occorrono tre complici.
Lascio a ciascuno di cogliere, con carta e matita, l’enormità del disegno di questo “piccolo” esempio.

Giacomo Contri 25/4/2008

 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna in alto