Cosa ho capito del complesso edipico

La questione di Edipo mi ha accompagnato fin dalla prima infanzia. Ricordo che da bambino il nome di Edipo compariva in uno di quegli indovinelli proposti dai parenti prossimi per provare la prontezza dell’intelletto, come per dire: “vediamo se è normale”. L’indovinello era quello che la Sfinge propone ad Edipo: “Quale è quell’animale che al mattino cammina a 4 zampe al pomeriggio con 2 ed alla sera con 3?”. La risposta maliziosa ed ingannevole era: “l’uomo”. La sottigliezza intellettuale, detta anche inganno ai danni del semplice, consisteva nel paragonare al termine animale, dato come definizione di partenza, l’essere umano.
La prima volta non seppi rispondere perché non trovavo nella mia conoscenza un tale animale, né mai avrei potuto trovarlo trattandosi di un vero e proprio tranello. Ma il passaggio da ingannato ad essere ingannatore è fatto da una quisquilia, un nonnulla, un vabbè, tant’è che presto, visto che nel frattempo mi ero fatto “furbo” ora io, in quanto saputello tendevo il tranello ad altri.

Finché non ho letto interamente il dramma di Sofocle non ho capito che l’Edipo della Sfinge e l’Edipo che uccide il padre e giace con sua madre sono la stessa persona.
La vicenda di Edipo, questa complicanza di eventi, mi ha sempre appassionato, la trovavo interessante, la consideravo la storia più intrigante mai ascoltata. Senza sapere che nell’intrigo io ero implicato ed invischiato, come ciascuno, completamente. La storia mi faceva affermare che c’era una forza degli eventi più grande ed inevitabile a cui l’uomo non può opporsi e che è tendenzialmente catastrofica.
Il mito avvallava i dubbi sul mio sapere e soprattutto sulla relazione e la sua legalità. L’enigma era: “con chi si può fare?”. Se mi era nata la domanda era perché il desiderio di mia madre c’era stato ed aveva dovuto scontrarsi con la presenza del padre che ne aveva il pieno possesso, o almeno così a me pareva, ed il fatto che il padre a me risultava preferito.

Era un bel problema complicato dal fatto che sapevo che ero figlio di cugini primi che avevano dovuto chiedere la dispensa per potersi sposare e si diceva i figli nati così erano particolari. Quindi in me c’era o qualcosa che non andava o ero speciale, entrambe le soluzioni davano come risultato l’unicità e quando si incomincia a pensarsi così ci si trova nel terribile dubbio se si è il primo o l’ultimo della fila. Questo tipo di incertezza fa rimanere al palo l’iniziativa e così è stato per molto tempo soprattutto nei confronti delle ragazze: io mi dichiaravo timido, la realtà è che non consideravo degna di me nessuna ragazza. Oibò avevo permesso al dramma di Edipo di aprire un varco nel mio pensiero.

Ma è stato grazie al non aver mai dimenticato l’insistenza del mio pensiero a voler trovare una soluzione che mettesse a posto le questioni senza ostilità e con soddisfazione che ho incontrato l’elaborazione di Contri del lavoro di Freud.

La risposta che ne ho tratto mi è apparsa così semplice che calza bene il detto: “Ma è la scoperta dell’acqua calda!”. L’Edipo apre alla differenza, cioè all’altro, mi fa capire che c’è qualcuno che per me è preferito e che questo attiva in me il fatto di mettere in atto la seduzione per ottenere un piacere riscontrabile nel mio corpo. Un piacere dell’attrazione e non dell’astrazione, la differenza è che non voglio essere astrattamente amato, ma trattato bene, io opero per riscontrare in me un profitto. È il pensiero della relazione che non fa obiezione a ricevere soddisfazione dall’altro, per questo è libero e illimitato.

Ernesto Rinaldi

UN SOGNO EDIPICO (ANCORA!)

Sono io stesso sorpreso dalle numerose sollecitazioni, dal divano e da altrove, a ritornare ancora sull’ “Edipo”, sempre incompreso o peggio.

Il sogno più nitidamente “edipico” che conosco dopo tanti anni è quello di una figlia che ha sognato di attendere il padre giovane di ritorno dalla guerra. Dalle storie di famiglia sapeva che il padre era andato in guerra fidanzato, per poi sposare – quando e se fosse tornato – come in effetti accadde.
Non importa l’età della figlia: avrebbe potuto avere sette anni anziché ventisette. Nel sogno la figlia si è collocata, grazie alla retrodatazione temporale, al posto della fidanzata nubenda di allora.
La parola-chiave è “posto”, e anche l’uomo ne occupava uno distinto dall’altro (ho detto l’uomo, non il padre: il padre è solo il primo uomo della figlia, come la madre la prima donna del figlio). “Posto” è la parola del rispetto universale dell’individuo (individuo più posto uguale “persona”, concetto giuridico). I due posti assumono insieme la rappresentanza dell’universo (niente coppiette, che è la deplorevole idea corrente dell’amore).

Dunque il complesso edipico non è “secondo la carne e il sangue”, né secondo innamoramento: è il prototipo dell’amore. Ho appena scritto che l’“Edipo” pone il rapporto tra il potere e l’amore: guardandoci attorno vediamo che scarseggiano ambedue. Infatti è l’impotenza la condizione della prepotenza, che noi scambiamo per potere: è l’illusione della nostra “Civiltà”.
E’ il regime della non-obiezione di principio all’altro. Le morali positive stabilizzano l’obiezione di principio fondandola sui sessi: guerra mondiale endemica, psicosi sessuale dell’umanità.
Posti i… posti, seguirà la libido freudiana che nulla ha a che vedere con l’oscurantismo naturalistico della “libidine”: cose da… selvaggi! I sessi nell’uomo sano (nel pensiero) non seguono alcuna linea di predeterminazione: basta che non vi sia linea di esclusione, che è ciò che accade nell’omosessualità teorizzata (quella odierna come già quella platonica), e in generale nelle perversioni. La Teoria nullifica la distinzione tra posti, non solo tra uomo e donna ma anche tra uomo e uomo e donna e donna.

Giacomo Contri 30 novembre 2006

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Torna in alto