La storia di una “af-fascinante” psicopatologia infantile e del suo ri-mando materno: “La storia di Mario”

A) Premessa: Che cos’è una psicopatologia infantile precoce

– E’ uno strano inizio questo lavoro di commento al romanzo di M. Corona “La storia di Mario”, quello di affrontare il discorso della psicopatologia infantile, ma è assolutamente necessario per capire e conoscere il susseguirsi del pensiero e degli atti (nelle sue conseguenze per sé e per gli altri) del piccolo protagonista della prima parte del romanzo: Mario.

– Utilizzeremo per capire meglio questa sindrome patologica infantile, il fondamentale intervento al simposio S.A.P. 2015 del 17 gennaio, di Carla Urbinati, contributo titolato appunto – Psicopatologia precoce e regime dell’appuntamento – In questo intervento la puntualizzazione iniziale dell’autrice è che la salute psichica di ogni soggetto è fedeltà/lavoro per il regime dell’appuntamento. Quando, invece, l’attacco/inganno al pensiero avviene da parte di altri prima della piena costituzione della legge di moto (come nel bambino) si avrà insorgenza nel pensiero del bambino di ciò che possiamo definire come mancata sperimentazione/attuazione della domanda di soddisfazione. Nel suo contributo C. Urbinati prova correttamente a scomporre l’iter di costituzione del principio di piacere nel bambino in quattro fasi distinte:

1) la sperimentazione di un qualche “fastidio” da parte del bambino

2) l’intervento di qualcuno che pone fine al fastidio, producendo una soddisfazione nel bambino

3) la correlazione che il bambino compie tra l’esperienza della gratificazione e l’intervento di un altro

4) la richiesta/appuntamento da parte del bambino perché la soddisfazione possa ripetersi.

– Il soggetto/bambino in cui si sviluppa psicopatologia precoce è un soggetto che non ha potuto avere accesso al quarto e ultimo punto, cioè non ha avuto accesso al regime dell’appuntamento: la sua legge di moto non ha mai avuto accesso all’iniziativa/offerta di soddisfazione: in questi soggetti la richiesta/domanda di soddisfazione non è mai stata propiziata. Il pensiero di questi soggetti rimane fissato quasi esclusivamente a meccanismi fattuali di causa/effetto, senza invito verso gli altri, totalmente incapaci/impauriti dal carattere di indefinitezza del profitto possibile contenuto nell’appuntamento/rapporto: cioè inibiti nella propria competenza giuridica al giudizio (mi piace – non mi piace). Dice C. Urbinati in conclusione al suo intervento, che soltanto dopo la sostituzione da parte del bambino malato del principio di funzionamento sempre connotato dall’evitamento degli eccitamenti, e del controllo di interminabili previsioni sugli esiti di ogni atto/parola, con il principio di eredità è possibile un inizio/principio di guarigione inaugurato da un nuovo trattamento del proprio io/corpo e di quello altrui.

– Queste saranno le linee guida del nostro pensiero, che è espressione del pensiero di natura, come legge di moto del soggetto a soddisfazione giuridicamente fondato, per capire il pensiero di Mario, il piccolo protagonista del romanzo e del suo muoversi nelle sue “difficili” situazioni relazionali, scarsamente, se non completamente, prive di caratteristiche di appuntamento fruttuoso con gli altri.

B) Leggere “La storia di Mario” attraverso l’analisi come regime dell’appuntamento

– Proveremo a dare una lettura analitica della storia del piccolo protagonista, utilizzando l’articolazione della legge di moto a meta individuale proposta da C. Urbinati e degli elementi di pensiero psicopatologici, che si rivelano nel testo come riferiti a Mario e in opposizione alla competenza/giudizio di ogni soggetto.
Abbiamo individuato quattro momenti specifici del pensiero/atti del piccolo protagonista (come vengono raccontati) che sono riconducibili a:

  1. “Mario” è fissato nel terzo momento della costituzione del principio di piacere, cioè dove il pensiero è capace di correlazione tra gratificazione esperita e intervento di A/altro, ma è incapace di formulare richiesta di appuntamento.
  2. Dove il pensiero di “Mario” è dominato da un principio di realtà costituito soltanto da meccanismi di causa/effetto e non c’è posto per il pensiero come domanda/offerta.
  3. Dove il principio di realtà non salvaguarda il principio di piacere di “Mario” con moti/atti di partnership/profitto
  4. Dove il pensiero di “Mario” esclude domanda/offerta nel reale verso A/altro e costruisce “pensiero delirante” su cui esercitare controllo per una pseudo-soddisfazione.

– Per ognuno di questi quattro momenti abbiamo provato ad individuare passi del racconto che lo evidenziano, lasciando ai lettori ogni ulteriore commento.

A) Gratificazione esperita e intervento di A/altro, ma incapacità di richiesta di appuntamento

* – A volte non capiva se quell’odore di rose e di latte venisse dalla mamma e dalla zuppa calda o da Peter Pan … –

* – … il braccio della mamma che era morbido dapprima come un cuscino –

* – … soprattutto quando gli diceva “piccolo mio” … –

* – … ho freddo, diceva Mario, lo abbracciava lentamente, come era morbido! –

* – … era una lotta così dolce … una voglia continua di rotolarsi … contro il corpo caldo di Peter Pan –

B) Il pensiero di “Mario” è dominato da principi/meccanismi di causa/effetto senza posto per il pensiero di domanda/offerta

* – … lui faceva la pipì nelle mutandine per sentire il ruscellino caldo … l’ho fatto con il mio pensiero questo lago … –

* – … Mario pensò che bisognava leccare la porta … per conoscere il suo sapore … –

* – … la minestra puzzava, anche le mani della mamma puzzavano … –

* – … Mario non guardò la mamma, perché non gli piaceva quella voce da chiodo strisciato … decise che non avrebbe mangiato la minestra –

C) Il principio di realtà non salvaguarda il principio di piacere di “Mario” come partnership

* – … Aaapee, ripetè la maestra … questa è la letterina A! Ho capito, aveva detto Mario, lei suona i fiori … perciò disegnò un cerchio grande che era il sole … e tanti grappoli d’uva pronti per essere suonati dall’ape … –

* – … la maestra gli disse di avvicinarsi: e questo cos’è Mario? E’ il violino dei fiori, è la bestiolina che lo fa … –

* – … lo sguardo della maestra non divenne tranquillo … vedi Mario: A! A! A! Mario spaventato fece un passo indietro … quando lei non guardava strappò il foglio con tutti i circolini della maestra … –

D) Il pensiero di “Mario” esclude domanda/offerta nel reale verso A/altro, e costituisce “pensiero delirante” su cui esercitare controllo/soddisfazione

* – … sono un bambino d’oro … i figli di ape sono ai miei comandi … –

* – … questa consapevolezza gli diede un brivido forte … Mario sapeva che una volta venuta questa decisione non andava via più … –

* – … da allora aveva imparato a non dire più nulla, quando papà e mamma andavano a morir … –

* – … Mario lo sbirciò … lui non voleva giocare, voleva sedersi sulla riva del laghetto … –

* – … loro gettano i pesciolini e l’orso balla … –

* – … la dottoressa sorrideva sempre … Mario provava un senso di rassegnazione –

* – ,,, maramao perché sei morto, cantava Mario piano piano … –

Tutti i brevi brani evidenziati, tratti dal testo raccontano tutte le fondamentali caratteristiche del pensiero psicopatologico di Mario evidenziato nei primi sette capitoli del romanzo. Dall’incapacità di passare dall’esperienza piacevole ottenuta da un altro alla richiesta di ripetere questa esperienza, che non viene mai formulata, ai numerosi passaggi di pensiero dove il principio di realtà è esperito solo come fenomeni di causa/effetto, alla frustrazione imposta da un principio di realtà (la maestra) che non raccoglie il pensiero di Mario, fino ad un pensiero pseudo/delirante dove la realtà e il desiderio sono solo “fantasmi” quasi evanescenti che vanno e vengono (come il “maramao”), tutta questa prima parte del romanzo è mettere in evidenza questa im-possibilità in-capacità di Mario (e di chi lo circonda) di arrivare ad un regime relazionale di appuntamento fruttuoso.

– Dal capitolo ottavo alla fine del romanzo sono evidenziabili altri interessanti passaggi del pensiero e delle relazioni di “Mario” che proveremo a sottolineare uno ad uno sempre attraverso il testo di M. Corona.

A) La “stranezza” di “Mario” viene affrontata attraverso una posizione di imposizione regolativa superegoica di “supposto sapere inconoscibile”:

* – …sembrava che qualcuno avesse dato una regola … tutti dovevano obbedire … –

B) Mario viene “affrontato” come incomprensibile e generatore d’ansia:

* – … avrebbe voluto dirle che le facesse andar via … quello sguardo di pena … –

C) Comunque Mario resta incapace di fare offerta di pensiero come lavoro:

* – … non sapeva cosa dirle, non sapeva cosa doveva andare bene … –

Soprattutto Mario non sa riconoscere cosa può essere profitto relazionale e il suo “pensiero delirante” lo rimette in difficoltà: l’incidente sul balcone.

D) L’andata dalla psichiatra è vissuta da tutti come “paurosa/obbligante” e la fuga di Mario determina definitivo giudizio negativo dei genitori: Mario è in-trattabile.

E) Mario comincia ad essere “non-trattato”: senza più neppure le precedenti patologiche modalità relazionali:

* – … nessuno si aspetta più niente da lui … –

* – … questo era il silenzio di quando non si aspetta più il miracolo … non si aspetta più niente –

– I genitori incapaci di competenza relazionale verso Mario trasformano in “miracolo/supposto sapere” la sua possibile guarigione.

F) La “malattia” della madre sposta definitivamente ogni attenzione relazionale assidua da Mario: a questo punto, Mario pensa la malattia della madre come capace di togliere alla madre stessa “qualcosa” che impediva il rapporto con lui.

* – … la malattia ha rubato (alla mamma) il fil di ferro e anche il chiasso … –

G) Così. Mario, per la prima volta, sembra poter rivolgere una offerta relazionale alla madre, sentendosi senza paura per il risultato:

* – … si sentiva molto calmo, come liberato da qualcosa di duro … che per tanto tempo era stato dentro la sua pancia … questa cosa era come sciolta dentro di lui, non faceva più nessun male –

* – … pian piano … si arrampicò sulla coperta gialla … si avvicinò alla mamma … la mamma tirò fuori un braccio dalla coperta e lo tirò vicino al suo corpo … c’era caldo e la quiete era profondissima, nessuno dei due parlò –

– Nasce l’inizio di una possibile partnership con profitto per entrambi.

H) L’inizio della partnership produce offerta di lavoro e risultato fruttuoso in Mario:

* – … poi diede la matita alla mamma, mi scrivi ciao? La mamma scrisse grande su una pagina, ciao … –

* – … Mario sentiva una strana fretta … con una mano tenne fermo il foglio e con l’altra copiò sotto il suo disegno la scrittura della mamma … domani mattina lo infilo sotto la sua porta … –

– Per la prima volta, principio di realtà (la conoscenza della scrittura ricevuta dalla mamma) e il principio di piacere fanno lavoro comune a soddisfazione in Mario: Mario restituisce il lavoro di conoscenza ricevuto dalla madre con una sua aggiunta.

Nei capitoli finali (dal 15° al 21°) assistiamo ad un modificarsi del pensiero e degli atti di Mario sempre più nella direzione dell’appuntamento con l’altro e di un inizio di guarigione attraverso la partnership.

*

A) Mario e il lavoro con e contro il principio di realtà

* – … Mario guardò la pallina d’oro … poi guardò zia Viola … perché non aveva mai sentito dire tante bugie … Mario non la voleva quella pallina muta uscita dal sedere di un serpente …

* – … Mario … strappò un pezzettino di pane … lo mise … davanti allo zio che mangiava … prese il pezzo di pane e se lo mise in bocca … allora Mario gliene portò un altro … il suo sguardo andava dritto negli occhi di Mario … –

B) Mario e il passaggio da “io” a “chi”

* – … io sono un maschio, pensò Mario … ecco cos’era il diverso … io sono maschio, non sono come voi … –

C) Mario come “chi” prova a riconoscere l’altro come possibile partner

* – … sentì tutta la fatica che ci voleva … al mattino per alzarsi, lavarsi con quel pezzettino di ghiaccio dentro … sentì per un momento che le mani calde di papà … scioglievano quel pezzettino di ghiaccio … –

* – … Mario allora la guardò … dentro gli occhi cercava qualcosa … nella faccia della mamma …-

D) Il “giudizio” di Mario è riconosciuto da A/altro: il rapporto di partnership si fa possibile

* – … la pallina di Natale l’ho schiacciata perché non suonava – Hai fatto bene Mario … non serviva a niente (dice la mamma) – … Hai fatto benissimo Mario … se non suonava poi! (dice il papà)

La prima parte del romanzo di M. Corona si chiude quindi con un avvio, un possibile inizio di lavoro in regime dell’appuntamento: il solo spazio/tempo possibile di articolazione del pensiero sano in partnership. Abbiamo osservato che per arrivare a questo punto hanno dovuto costituirsi condizioni favorevoli all’avvio del muoversi di Mario come domanda/offerta di soggetto, che cerca la sua legge/giudizio: non specifiche azioni direttivo-educative, ma semplicemente atti a cui Mario ha voluto per la prima volta rispondere muovendosi affettivamente (la colazione con lo zio, la scrittura della madre): atti/momenti di lavoro in appuntamento di cui Mario ha potuto verificare ed esprimere giudizio di profitto acquisito. L’avvio, la possibile uscita di un soggetto/bambino dalla condizione di psicopatologia precoce, può soltanto propiziarsi a partire da simili atti reali: non da addestramenti cognitivo-comportamentali che reiterano solo condizioni di causa/effetto, né da imposizioni moral-educative.

 – La salute psichica è fedeltà del soggetto al regime dell’appuntamento –

(Carla Urbinati)

Socio S.A.P.

C) Il ri-mando materno: “Maria” e la sua nevrosi psicosomatica: è possibile nuovo rapporto con un figlio?

– La seconda parte del romanzo di M. Corona si sposta sul pensiero, e sugli atti della madre “Maria” a delineare una storia appunto, di atti e pensieri che si intersecano e determinano il suo rapporto con il figlio e prima ancora con i genitori di Maria all’interno di posizioni relazionali di inganno/inibizione del moto a meta di Maria, fino alla sua nevrosi psicosomatica (se così si può definire) come risposta patologica al mancato rapporto con il figlio.

– Il lavoro di citazione del testo di questa seconda parte è meno minuzioso del precedente e si rifà soprattutto ad alcuni capitoli fondamentali del racconto di Maria.

– Cominciamo dal:

* Capitolo 22°: dove si può evidenziare la fatica di Maria di riprendere pensieri lasciati cadere: cioè giudizi non imputati sul pensiero della madre per Maria:

* – … non te lo immagini nemmeno angosciata come sei di perdere la tua unica figlia … neppure sai che mai mi sono sentita cosè brutta … come in quello specchio … perché mi confonda, perché non sappia che no, il sogno non si è avverato l’unica rosa del tuo rosaio è bastarda … –

– e poi il rifiuto della idealizzazione, che la madre le impone e la rimozione del giudizio per la madre stessa sotto il bombardamento angoscioso della “paura di perdere l’amore”.

* – … adesso ti rivedo sul muro sotto la mantellina … col tuo drago … con le mani dalle unghie rosse … che si affaccia dal bordo a respirare … mi pare di sapere perché prendevo dieci in matematica … perché quando si fanno i conti … le equazioni non si pensa a niente … non si pensa, mamma … –

* Capitolo 25°: Maria sviluppa un pensiero patologico “mirato” al suo cuore, ricollegato ad una inibizione della teoria supposta sapere/superegoica relativa al “cuore della mamma”:

* – … il cuore di una mamma sa sempre meglio … –

– La sua “s-vista” di pensiero prosegue attribuendosi una “mancanza”

* – … ma se il cuore è rotto … batte e poi sbuffa … perché di bambini non ne vuole sapere? … –

– Allora la “s.vista” di Maria diventa sillogismo di pensiero, che nega il principio di non-contraddizione assimilando “nessun rapporto con Mario = cuore rotto”, cioè una in-competenza relazionale diventa problema fisico: la nevrosi psicosomatica di Maria può erompere compiutamente:

* – … perché di un bambino non ne vuole sapere? Ma se poi il cuore si ferma perché di un bambino non ne vuole sapere, perché di quel bambino … –

– Dal capitolo 26° alla fine del romanzo i pensieri raccontati da Maria sono anche un tentativo di spiegare cosa “non è andato” tra lei e il figlio. Possiamo articolare questi pensieri in diversi momenti:

A) C’è un prevalere nel racconto di Maria di una e-mozionalità scarsamente risolta in atti di reale affettività

* – … qui non parlo con lui, fingo di parlare. Qui non parlo con nessuno. Hai capito piccolo bambino ottuso, mezzo sc … hai capito? … –

* – … penso oscuramente che nessuno mi ha mai baciata … nessuno mi ha mai toccata … – Giulio entra dentro di me va giù in fondo … nel fondo delle ombre fredde … –

B) C’è un lutto non elaborato per il padre, che si trasforma in fissazione su di un oggetto ideale: “buono/cattivo, avuto/fuggito,” sempre come teoria che produce in Maria assoggettamento al “supposto sapere in giudicabile, assoluto di A/altro come padre”, senza alcuna eredità

* – … quell’estate se tu avessi guardato un po’ più attentamente i miei occhi … i miei capelli non … come quelli della mamma, mai avrei potuto! … se mi avessi tratto accanto a te … e chiesto, che c’è Maria? … che ha questo viso così mutato? … ti avrei detto sai … –

* – … tu ne saresti stato orripilato: la figlia di un ufficiale di carriera! … così non ti ho detto niente, a te che eri il mio principe orientale … –

C) Si apre un inizio, una possibilità finale di recupero della propria legge di moto a meta, che determina in Maria un posizionarsi verso il figlio per un inizio di partnership fruttuosa

* – … nel piccolo bagno … ho raccolto i capelli avvolgendoli in un morbido nodo … l’acqua tiepida scorre sul mio corpo … come carezzevoli dita … ne sono levigata, sgusciata: “bella” penso, si “bella” … –

* – … aggancio con i miei occhi i suoi tanto incerti … ho una grande paura che abbassi lo sguardo … lo tengo con i miei occhi come fossero calamite … prendo l’altra manina … poi la copro con la mia mano … non abbassa gli occhi, li tiene coraggioso nei miei … poi bisbiglia a fior di labbra: ciao mamma le sue parole … come se fosse la prima volta nella vita che vengono dette, ciao Mario … –

– L’inizio, la possibilità di partnership fra Maria e Mario non passa principalmente con lo sguardo, ma con la parola e con l’ascolto: la pulsione uditiva (come dice G. Contri) fa inizio di ogni nuovo fruttuoso appuntamento, spinge la parola al lavoro: questa è la possibile reale conclusione della storia di una madre e di un figlio: nel regime dell’appuntamento ritrovato come salute mentale per entrambi.

D) Appunto estetico-letterario finale

– E’ importante alla fine dell’analisi del pensiero dei due protagonisti del romanzo, così come ce lo ha descritto l’autrice , porre l’attenzione sul valore estetico-letterario del racconto stesso. Questo perché (a mio avvisto, come difensore del pensiero e soggetto amante e lavorante di suo con la parola letteraria) tutto il lavoro creativo di M. Corona è assolutamente pregevole ed intrigante. Cercherò, brevemente, di illustrare questa tesi, senza tralasciare come questo lavoro letterario (come tutti gli altri) vada inquadrato e imputato nel suo esprimersi all’interno di quel lavoro della “cultura” che possiamo definire di mascheramento estetico del pensiero psicopatologico e di come questo rischio di non essere più riconosciuto e diventare pensiero socio-culturale non più imputabile nelle sue continue obiezioni al regime dell’appuntamento.

– Tutto lo scrivere/esprimere (da parte dell’autrice specialmente nei primi sette capitoli) il pensiero di Mario è assolutamente “af-fascinante”. La scelta delle parole, il con-catenarsi del pensiero in una serie di immagini molto originali e poco usuali nel descrivere il pensiero infantile, “av-vince” il lettore (anche un lettore come il sottoscritto sempre ipercritico verso tutto il romanzo contemporaneo) perché comunque lontano dalle solite banalità di pensiero riferite all’infanzia o comunque attribuibili ad un presunto pensiero infantile. Tutto il raccontarsi del pensiero di Mario appare una straordinaria “descrizione/ascolto” dell’apparire e farsi reale delle sue difficoltà e del suo modo di affrontarle approcciandosi al reale (straordinario è il racconto dell’incontro/scontro di Mario con la maestra per il crudo reale descritto e per la leggerezza/ingenuità espressiva della risposta del bambino).

– A mio avviso, è molto raro trovare altrettanta capacità espressivo-letteraria nel romanzo contemporaneo: Marina Corona è sicuramente una donna dal gradissimo talento espressivo-letterario, con particolare ricchezza comunicativa nel far nascere dal suo pensiero quello di un bambino come Mario.

– Anche la seconda parte del romanzo è molto convincente nella scrittura ed espressione letteraria (soprattutto il capitolo 25° con i suoi continui rimandi di memoria e tempo) , ma il suo livello più alto è forse, proprio nelle battute finali: al ri-trovarsi di madre e figlio e in quel mettere in primo piano da parte dell’autrice, la pulsione uditiva, il salutarsi di Maria e Mario, come possibile inizio di una nuova partnership (non so se M. Corona conosce il pensiero di G. Contri, circa la centralità della pulsione uditiva).

– Detto questo sul, per me, altissimo valore espressivo-letterario del romanzo di M. Corona, devo imputare/sottolineare il rischio di un simile testo assorbito dalla “cultura” con tutti i suoi movimenti assoggettanti e perversi verso ogni soggetto.

L’af-fascinante testo di M. Corona, bellissimo nelle sue immagini poetiche (come ogni critico letterario potrebbe riconoscere) rischia nella “kultura” di essere complice della negazione/mascheramento e non più riconoscimento del pensiero malato del suo piccolo protagonista. Il pensiero di Mario rischia di essere solamente scambiato per una “eccentricità” infantile e perdere la sua imputazione di “psicopatologia precoce” che si oppone tenacemente alle regole dell’appuntamento.

Questo accade perché nella “kultura” il predicato astratto ontologico, che definisce la “bellezza”, sostituisce ed assimila attraverso un sillogismo di pensiero, che è negazione del principio di non contraddizione un pensiero malato, ma anche reale con qualcosa di non più imputabile e magari anche esteticamente “elevato”, che fa “bellezza” –

– Il pensiero raccontato di Mario perde le sue caratteristiche di pensiero malato, e diventa soltanto più: un bel pensiero poetico esteticamente elevato ed affascinante.

– Occorre che, questa perversione di pensiero operata dalla “kultura” (in ogni ambito artistico) venga s-mascherata ed imputata, non per ri-dimensionare il valore artistico-espressivo dell’autrice o dell’autore, ma perché gli elementi patologici del pensiero raccontato/espresso non svaniscano in predicati di sola astratta bellezza senza fruttuosità reale, ma possano invece, essere realmente compresi nella loro oppositiva esistenzialità ad un pensiero sano come regime dell’appuntamento. Altrimenti, si corre il rischio, che l’attribuzione del predicato astratto “bellezza espressiva” a queste espressioni ne eviti, per sempre, il loro ri-conoscimento come reale disagio esistenziale e soprattutto faccia del disagio esistenziale “un alto/bello” valore artistico.

– Concludo: tanti vivissimi complimenti a Marina Corona per il suo lavoro artistico-letterario, espresso in questo romanzo, che, secondo me, rivela anche la sua attenta conoscenza di cosa sia realmente la psicopatologia infantile precoce.

12/03/2015

R. Bertin

– BIBLIOGRAFIA –

– M. Corona – La storia di Mario – La biblioteca di domani – Ediz. – 2013
– C. Urbinati – Psicopatologia precoce e regime dell’appuntamento – 3° Simposio S.A.P. 2015 –17 Gennaio 2015 –
– G. Contri – Il pensiero di natura – SIC Ediz. – 2006 –
– R. Bertin – Lemmario per un ordinamento linguistico del soggetto (lemma: autismo) – Dispensa L.F.L.P. 2013 –

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